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Il Supplizio di Venezia

il ponte della libertà visto dall'altoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre pensato che le pulsioni alla scissione fossero sintomi di gravi malattie non solo infantili della politica, tanto che l’unica secessione che mi aveva appassionato era quella viennese. Ma avevo cambiato idea in vista del referendum che doveva tenersi a Venezia l’1 dicembre per la separazione dell’enclave storica dalla terraferma.

A persuadermi non era soltanto l’offerta informativa della stampa ufficiale che a posteriori titola entusiasticamente: ennesimo flop, come se la scarsa affluenza costituisse un segnale di maturità democratica,  suffragata dalle sollecitazioni del sindaco in carica che mandava avanti i suoi scherani di giunta perché a lui veniva da ridere come nelle barzellette, nemmeno i nomi eccellenti dello schieramento per il No, compreso  gli ex sindaci Cacciari che ha generosamente definito il pronunciamento “una puttanata da poveretti” proprio come aveva fatto in occasione del referendum costituzionale, quando aveva scrupolosamente e coerentemente votato Si, invitando da ora a occuparsi attivamente della città alla cui mercificazione ha ampiamente contribuito, e Costa convertitosi da primo cittadino in patron non disinteressato dei corsari delle crociere e della opere in fieri per perpetuare il loro sconcio. E compreso il governatore Zaia in campo per ben altra secessione più gradita a una ampio spettro di fan leghisti e riformisti.

Sarebbe bastato quello, appunto, ma invece a convincermi è stata l’immagine di un supplizio in voga in tempi altrettanto barbari, quando un condannato veniva abbracciato a un morto, in modo che la sua corruzione infettasse l’altro. E infatti la morte decretata per la Venezia insulare impone analogo destino alla Venezia di terraferma, quella nata dagli imbonimenti che hanno strappato la terra alla laguna per far crescere un impero sul fango (si dice che Marghera derivi dal veneziano “mar ghe jera”, letteralmente “mare c’era”) nel 1917 con l’istituzione della società del  Porto industriale di Venezia,  per la costruzione del porto e del quartiere residenziale,  nel quadro di quella unione  “artificiale” sancita da Mussolini tra la città d’arte da valorizzare con il consumo turistico/culturale grazie ai grandi alberghi della Ciga, alla Biennale e ai Festival e quella industriale e commerciale, con lo sviluppo del porto industriale, del Petrolchimco, del Canale dei petroli, che si aggiungeva ai primi insediamenti produttivi: il Punto Franco, il Cotonificio, i Tabacchi, il Mulino Stucky, le Conterie.

In un caso e nell’altro a beneficiare dei profitti della distopia era la cerchia economico-finanziaria fascista così come oggi a godere dei proventi della  Venezia che deve piacere alla gente che piace sono le cordate del Consorzio abilitate ad avere nuovo illimitato accesso alla greppia del Mose che “si deve finire a tutti i costi”, oltre che alla mangiatoia delle vie d’acqua che garantiscano che le Grandi Navi “passino a tutti i costi”, saranno i compratori del patrimonio pubblico sulle orme dei Benetton introdotti proprio da Cacciati in qualità di spregiudicati conquistadores, e pure le multinazionali dell’accoglienza tra le quali spicca la  Coima sgr, società di gestione patrimoniale di fondi di investimento immobiliare per conto di investitori istituzionali italiani e internazionali Qatar compreso, gestore  del fondo “Lido di Venezia II che si è annesso  il portafoglio alberghiero composto dall’Hotel Excelsior, dall’Hotel Des Bains, da Palazzo Marconi, dalle concessioni sulle spiagge e dai beni ancillari (non meglio definiti) dei due alberghi.

Ed è per quello, in nome di quella coincidenza di interesse di pochi a spese di molti, che quella divisione non si aveva da fare. In modo che i quattrini che è doveroso mobilitare per il patrimonio dell’umanità vadano a finanziare la prosecuzione di un’opera che si è accreditata per essere la madre di tutte le corruzioni e del malaffare, a contribuire a soddisfare gli appetiti di immobiliaristi e costruttori impegnati a realizzare il progetto visionario e fallocratico della città verticale per «favorire azioni di recupero, rigenerazione e densificazione dei tessuti urbani»,  per fare della terraferma e fare di Mestre il «cuore amministrativo e culturale dell’ area metropolitana e del Nordest, «dove inserire un abitare sostenibile, terziario e terziario avanzato, giovani start-up e innovazione», facendo rientrare nello sviluppo in altezza anche il Quadrante di Tessera, in qualità di area “per il divertimento e i nuovi impianti sportivi”.

Si tratta del ricorso ormai consueto all’eufemismo per definire la rinuncia a qualsiasi identità urbana, a qualsiasi vocazione e a qualsiasi destino civico della città di terraferma, ridotta a immenso dormitorio per residenti e visitatori, condannata a hub infrastrutturale, alberghiero, burocratico al servizio del museo a cielo aperto, che anche in virtù del Mose ha breve vita in stato di emersione, ma si è arricchito di nuovo appeal a vedere le frotte di turisti attratti dall’acqua alta, come trailer della spettacolare immersione della nuova Atlantide. E non trascuriamo come questo orizzonti di sviluppo andranno a beneficio delle mafie, prima di tutte quella dei rifiuti che ha scelto il Veneto come nuova frontiera, resa più appetibile in previsione del piano di bonifica di Porto Marghera.

Insomma l’asse di interessi si è spostato, è profittevole lasciare la città lagunare al declino perché la sua agonia mantiene la città di terraferma, ammesso che per ambedue sia ancora lecito l’uso del termine città, se dovrebbe definire secondo la Treccani un “centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”. Mentre quello che è stato un prodigio urbanistico assiste all’espulsione dei suoi abitanti, alla rimozione della sua memoria e del suo futuro, alla conversione in parco tematico, forse acquatico come a Acqualandia, condannata a una inarrestabile morte insieme a un nucleo cui era stata imposta una vocazione artificiale e un destino altrettanto sintetico, come due prodotti contraffatti messi sul mercato in confezione sotto vuoto con il marchio dell’Unesco.

 

 

 

 

 

 


Buio in galleria

An unidentified visitor of the BelvedereAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi non ha conosciuto un pittore della domenica, chi non ha nel suo albero genealogico una zia che dalle nostre foto di bimbi traeva un delicato ritratto, chi non ha seppellito in cantina la forte e materica produzione di un amico di famiglia folgorato dall’astrattismo ancorché fosse un severo dipendente del Ministero del Tesoro?

 

Erano altri tempi, quella vocazione repressa per via delle necessità della vita, restava in famiglia, come le poesie scritte da giovinette romantiche e tempestosi adolescenti che oggi, invece, cercano e sono ispirati a comprarsi la fama lasciando la loro impronta creativa tramite case editrici farlocche che pubblicano a pagamento libri automaticamente destinati al macero e a popolare la bibliotechina di casa senza nemmeno passare per premi letterari ancora più farlocchi.

In fondo si tratta di una delle più accreditate leggende contemporanee che vuole che il Paese pulluli di talenti repressi e ignorati snobbati da una ottusa oligarchia di critici, lettori di case editrici, funzionari, consulenti saliti per miserabili motivazioni ai vertici di quel giustamente vituperato sistema chiamato “”industria culturale”, impegnati a mandare avanti parenti, affiliati, adulatori, tutti variamente raccomandati,  mentre basterebbe scavare sotto il loro fango per trovare tesori, vocazioni, creazioni, diamanti e smeraldi, che vengono malvagiamente sottratti ai fasti della fama e del sacrosanto riconoscimento economico.

A queste pietre preziose orbate della meritata ricompensa, ai generosi esploratori e minatori,  si rivolge un periodico online, Artribune, che rivela la sconsiderata misura messa in atto dal Comune di Roma un anno fa ma passata inosservata “che, cito, impedisce l’apertura nel centro della città di gallerie d’arte ponendo paletti invalicabili. La norma è figlia di una delle tante mentalità malate che sta uccidendo giorno dopo giorno la capitale d’Italia”. Secondo il “Regolamento per l’esercizio delle attività commerciali e artigianali nella Città Storica”,   “chi volesse provare ad aprire una nuova galleria, denuncia Artribune, dovrebbe essere presente con questa attività nelle liste della Camera di Commercio da almeno 3 anni e dovrebbe disporre di uno spazio commerciale almeno di 150 mq… Un combinato disposto che elimina tutti i nuovi del mestiere, impedisce il ricambio e uccide definitivamente qualsiasi velleità da parte di giovani galleristi di ricerca”.

Insomma lascia intendere la “piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea”,  un giovane e intraprendente  “mecenate” scopritore di ingegni ignoti che voglia aprire uno spazio espositivo    a Trastevere o a Campo de’ Fiori o a Prati,  sarebbe costretto  a registrare la sua attività come “agenzia d’affari”, per via della sua opera di intermediazione    tra chi   produce (l’artista) e chi compra (il collezionista).

Maledetta Raggi, che fa retrocedere il longanime e munificente istinto di protettori della arti a indegna speculazione, che fa entrare le regole dei mercanti nei templi della creazione e della bellezza, i cui sacerdoti sono stati costretti a “investire mesi e mesi di tempo e di pellegrinaggi nei kafkiani dipartimenti di Roma Capitale” per esercitare il loro spirito missionario.

Se proprio si volesse difendere la voglia di esprimersi di giovani vocazioni e incrementare la loro legittima aspirazione a far conoscere la loro produzione, meglio sarebbe invece far piazza pulita della proliferazione di magazzini, cantine, negozietti, androni dove qualche startup, qualche impresario delle illusioni dietro lo status di associazione e onlus affitta gli spazi a caro prezzo per l’ostensione carogna di croste indecenti, sperimentazioni e saggi, appena appena un po’ meno prestigiose, feconde e fantasiose delle provocazioni della Biennale di Venezia o di Kassel, prodotti di citrulli che sperano di comprarsi la gloria grazie a citrulli messi in mezzo dagli intermediari  improvvisati che impongono cacca seriale, d’artista ma non in barattolo, alla cerchia parentale dell’incauto espositore.

Ma non c’è mica da scandalizzarsi per il mercimonio, è questa la tendenza dell’arte e del mercato “culturale” nelle mani di un sistema, nel mare piccolo come in quello grande, di società commerciali, di curatori seriali, di assessorati condizionati da consulenti e pr, di musei e gallerie in mano alla politica o a manager che coltivano improbabili geni e sfornano eventi di cassetta intorno a opere che hanno trovato rinnovata celebrità, grazie a romanzetti o film irrilevanti, per premiare la combinazione di marketing e spettacolarità, secondo un modello culturale che deve somministrare emozioni a getto continuo, applicando parametri neoliberisti: misura dei guadagni, profitti del merchandising, impatto economico  e attrattività di testimonial e investitori, quelli che una volta si chiamavano mecenati.

Altro che deplorazione per la retrocessione a agenzie di affari: ormai c’è da rimpiangere i galleristi che si sono rovinati per amore della scoperta di geni scomodi, fratelli compresi, come Theo Van Gogh, che hanno investito in estri e fenomeni scommettendo su successi postumi e poco premianti, ma anche quelli che si sono arricchiti grazie a gusto e preparazione profetici. C’è da avere nostalgia perfino per gli osti che hanno attaccato alle pareti il corrispettivo di zuppe e entrecôte, i dottori che si sono fatti remunerati in statuine e quadretti le cure per sbornie di assenzio e polmoniti prese in soffitte umide, se pensiamo a come avviene la selezione di critici, curatori, galleristi, cui si chiede non la conoscenza, il fiuto e l’esperienza, ma un mix di buone relazioni politiche, capacità di raccogliere fondi e bernoccolo commerciale per promuovere lo sfruttamento finanziario della loro merce esposta nei loro showroom, nelle loro fabbriche di provocazione e divertimento.

Dal dominio degli “operatori culturali” siamo approdati a quello dei manager situazionisti che propongono eventi, intrattenimento, messe in scena fulminanti e decorazioni istantanee che non esigono sforzo di chi guarda, nemmeno partecipazione superiore a quella che si dedica alla vetrina del centro commerciale. A meno che non si faccia come alla Galleria Belvedere di Vienna, che ha visto un’impennata di visitatori dopo aver tentato l’arte vaporizzata e da quando folle di utenti ha preso l’abitudine di ritrarsi con un selfie mentre replicano il Bacio di Klimt.

 

 

 

 

 

 

 

 


Peccatori di provincia


Cesso-doroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti “ismi”: il popolo retrocesso a plebaglia per via del deplorevole populismo, l’autodeterminazione nazionale ridotta a condannabile sovranismo, le idee annegate e rimosse dall’ideologismo.  Ma le province cancellate, invece, pare abbiano promosso a virtù europea e globalista il provincialismo.

Beati i tempi nei quali i retrobottega delle farmacie di paese erano cenacoli di riflessione e dialogo, beati i tempi nei quali da località marginali irrompevano intelligenze luminose che non si vergognavano della loro origine, al contrario mantenevano la loro casetta natale oggi promossa a museo visitato da vandali e lanzichenecchi che ignorano vita e opera del lontano residente e la impiegano come sfondo di selfie.

Un Paese che è diventato nazione e stato grazie a un ceto che arrivava dal Mezzogiorno oggi emarginato e ripudiato, potenza industriale e commerciale grazie a  lavoratori e inventori che hanno dato al mondo qualità, immaginazione   e ideazione, e, che, voglio anche io attingere al coglionario dei custodi dei giacimenti di petrolio culturale, ha la più alta densità di patrimoni  riconosciuti dall’Unesco, sembra vivere una vergogna di sè, della sua storia, del suo presente.

Credo anche abbia avuto la stessa origine la visione aristocratica  del gruppetto di  residenti temporanei, profetica di una unità tenuta insieme dal mastice del denaro, di una superiorità inflitta a paesi terzi con lo sfruttamento coloniale, e pure di una subalternità vissuta come giudiziosa pratica solidale per riaffermare l’appartenenza fedele all’impero e quella identitaria al sogno occidentale, oggi pronta a contrastare la barbarie dell’Oriente medio e estremo, salvo ovviamente petrolmonarchie e despoti africani.

Così pare che se ci si vuole affrancare dalla Macerata di Flaiano, dalla Girgenti di Pirandello, dalla Recanati di Leopardi, dalla Modica di Quasimodo, dall’Ales di Gramsci, bisogna uscire dai gretti confini dei borghi natii, Roma, Torino, Firenze comprese, con l’alta velocità che adesso si declina al maschile, perché ce n’è uno solo di treno che possa riscattarci, quello Torino Lione che s’ha da fa’ a tutti i costi – i nostri però – per non far brutta figura con la Commissione e con i cugini d’oltralpe, proprio quelli che non essendo interessati,  la  delegano a noi per molti non nobili motivi, non ultimo il collaborazionismo con l’Ue che deve annientare e affogare nei  debiti i partner del sud e le loro democrazie, per far sopravvivere le cancellerie carolinge e mantenere la greppia dei signori delle mazzette.

Come fossimo dentro a  Miseria e nobiltà ci accolliamo le spese che non possiamo permetterci, per non farci riconoscere come straccioni, in modo che mentre i pendolari passano ore su carrozze bestiame i pacchi delle multinazionali della distribuzione arrivino prima come nella barzelletta del cumenda che si compra la Ferrari per andare da Milano a Como in venti minuti, ma a Como non ha niente da fare e alla fine non possiede nemmeno il grano per la benzina.

Posseduti dal pensiero magico futurista, fuori tempo, pare non sia importante per studenti professori lavoratori, turisti andare in treno da Napoli a Reggio, dalla capitale della cultura con stazione ma senza binari alla Capitale, bensì avere un bel convoglio moderno che attraversa le montagne e pianure non più incontaminate, realizzato con criteri e requisiti innovativi, che pare non possano essere applicati a linee esistenti, condannate a morire senza essere nemmeno promosse a archeologia ferroviaria. Per non dire della concreta possibilità di mettersi al pari con l’ideale di lavoro come lo vuole il ceto dirigente globale, e pure il deludente segretario, consumato in cantieri a termine, nei magazzini di Amazon, sui taxi di Huber, nei B& B e nelle mangiatorie della grande turistificazione, nella edificazione di svariati tipi di piramidi dei nuovi faraoni, che ormai piccolo è bello, il mito dei distretti, la valorizzazione dell’artigianato tradizionale e dell’agroalimentare, sono stati cancellati dai Fichi di Farinetti, dalle opportune e inesorabili delocalizzazioni, dalla trasformazione del tessuto dei centri abitati minori in albergo diffuso dal quale cacciare gli inopportuni indigeni o impiegarli come manovalanza in  cioce o divisa da camerieri.

Ci si riscatta così dalla vergogna di essere la provincia remota e indolente,  sopportando di essere messi in mora per non aver riservato trattamenti umani e civili agli immigrato che gravano sul nostro territorio, mentre si aiuta generosamente la Turchia di Erdogan sostenendo economicamente e moralmente i respingimenti implacabili verso altro Pig, o elargendo con un po’ di carità pelosa come succede quando la solidarietà di converte in carità e lo spirito umanitario in beneficenza, guadandosi bene dal mettere in discussione guerre esportatrici di democrazia, sfruttamento avido dell’Africa, sistema capitalistico e finanziario la cui sinistra sa bene le malefatte della destra .

Eh si pare che proprio sia necessario riabilitarsi dalla condizione di provincia non andando a onorevole trattativa coi cravattari, ma cercando di assomigliare loro, accattivandosi la loro simpatia o almeno la loro indulgenza, mettendo i vestiti buoni riscattati al Monte e lustrando la scarpe con i buchi nella suola,  parlando male il loro idioma, andando a vedere i loro film, mangiando le loro schifezze universali e offrendogli  i nostri gioielli a prezzo di affezione.

Viene da dare ragione al Giornale che qualche giorno fa lamentava che nella Biennale di quest’anno presentata con gran pompa dal presidente Baratta, l’esprit mondialista  si manifesta con 90 partecipazioni nazionali (new entry: Madagascar, Pakistan, Algeria, Ghana), 21 eventi collaterali, progetti di formazione e ricerca e una selezione di 79 artisti scelti con tutta evidenza per il loro cosmopolitismo che spazia tra Berlino, New York, Sidney e Pretoria, due dei soli dei quali italiani (Lara Favaretto e Ludovica Carbotta, in incoraggiante quota rosa).

Mica vorremmo “prima gli italiani” anche nelle sale espositive, ma resta il dubbio che i criteri di scelta siano esenti da condizionamenti delle mode e quindi del mercato globale, confermato peraltro da innumerevoli prove accertate. Che vanno dall’imposizione obbligata di direttori stranieri nei musei italiani, dettata non dalla volontà di concretizzare il principio retorico dell’arte “linguaggio universale”, ma dalla volontà di affidare il nostro patrimonio a esperti di marketing che lo trasformino, come voleva Tremonti, in panini imbottiti, o  come voleva Renzi, in profittevoli juke box. O anche dalla possibilità per legge di alienare e vendere all’estero facendo mercimonio, opere di incommensurabile valore artistico (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/12/impara-larte-di-metterla-da-parte/).

E c’è da interrogarsi se sia proprio vero che a Napoli, Torino, Palermo, Venezia, Cagliari non ci sono giovani creativi capaci di mettersi in concorrenza con produttori di ordigni a orologeria di provocazioni sotto forma di tuboni di dentifricio olandesi, macchina rottamate esposte davanti antichi palazzi da talenti francesi, cessi d’oro di varia nazionalità, gommoni come architravi su Palazzo Strozzi giapponesi …. che modestamente anche noi dopo Caravaggio, Michelangelo, Tiziano e ben prima della sala sigillata con 80mila chilogrammi di feci umane, ben squadrate in blocchi marroni, di tale Mike Buchet, abbiamo avuto la nostra Merda d’Artista nazionale.

 


Un Carnevale sulle Ceneri di Venezia

images Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sia diventata legge di natura che se qualcuno festeggia qualcun’altro patisce. Accade  quando i signori della guerra si godono i frutti della vendita di armamenti e i  bottini delle loro scorrerie, quando imprenditori criminali sghignazzano, quando gli  8 uomini più ricchi del mondo che guadagnano da soli quanto metà della popolazione globale, decidono come arraffare sempre di più in modo che noi abbiamo sempre meno.

Succede anche con le feste, se quando a Venezia di riversano i forzati del Carnevale, vomitati da treni e pullman, i pochi residenti non ancora espulsi a viva forza fanno penitenza, malgrado l’imposizione da parte del Viminale di un propagandato numero chiuso garantito da steward con tanto di divisa e palmare come nella curva sud o nei concerti di Vasco, ingovernabile nel labirinto di calli e ponti della città più fragile del mondo.

Sono lontani i tempi nei quali il Carnevale incantava e attraeva con il suo mito i viaggiatori,che vi si recavano in pellegrinaggio perdersi in quel tempo sospeso nel quale vigevano inusuali libertà e libertinaggi, grazie a travestimenti che permettevano  seduzioni e incontri fugaci e disinibiti, sberleffi e derisioni, vendette e pacificazioni con lo sbarazzarsi di regole e convenzioni, non solo nelle relazioni erotiche, ma anche in quelle di classe, quando la servetta lusingava e sbeffeggiava il farfallone amoroso e Arlecchino, coperto con bautta e tabarro l’abito rattoppato, schernisce e inganna apertamente il signor contino.  Quando per l’Andrea di Hofmannsthal recarsi a Venezia, “dove tutti sono in maschera” e grazie a quella più autentici e liberi che nell’ipocrita e rigida capitale asburgica, è un rito di passaggio dall’adolescenza alla giovinezza e la tappa iniziatica fondamentale nella ricerca di sé.

Dopo   i memorabili galà della Belle Époque e perfino dopo la Grande Guerra dove si racconta che i masegni della Piazza la mattina delle Ceneri fossero coperti da uno strato di un metro di bonbon e confetti lanciati in un dolce combattimento dalle ricche maschere che avevano raggiunto San Marco dai fasti della Cavalchina, dopo che il Carnevale ridiventato ricorrenza popolare con la gente che andava  al lavoro in banca o all’anagrafe travestita, coi bimbi in carrozzina bardati da damine e pierrot e dopo che nei primi anni ’80 Scaparro alla Biennale trasformò Venezia in una palcoscenico a cielo aperto con l’intento di tramutare quelle celebrazioni e quegli intrattenimenti spontanei  in una manifestazione “colta, sì, ma partecipata”, c’è una data fatidica che segna la fine della festa e del divertimento e l’inizio del business . per pochi, e del castigo penitenziale – per i veneziani.

È quando il Cavaliere nel 1991 nelle vesti di generoso mecenate si porta a casa l’organizzazione, e i proventi, del Carnevale che diventa la kermesse del Biscione, convertendo quella vocazione teatrale che forse imprudentemente voleva esaltare la Biennale, nella condanna a farsi set per spot e soap, destinazione per bauscia in cerca di una garçonnière speciale o di una foresteria che li emancipasse socialmente a spese dell’azienda, in anticipo su sceicchi, multinazionali e dinastie dell’entroterra.

È cominciata allora la non pacifica invasione di lanzichenecchi avvinazzati ma pure di famigliole sperdute e spaventate condannate a vagare senza meta e senza orientamento, attirati da una leggenda smentita da un pauroso e caotico affollarsi che non ha nulla di spettacolare, nulla di divertente, nulla da ammirare, perché  come nella massa manzoniana tutti si sollevano in piedi per guardare oltre le teste del vicino e così nessuno vede niente. Tutti indirizzati verso la Piazza ridotta a fiera paesana con tanto di stand e baracchini di prodotti locali: maschere di Taiwan che “artigiani” del posto in veste di figurabti creativi  fingono di decorare per la gioia dei passanti, che ormai gli “eventi” offerti agli incauti pellegrini si riducono a una regata sottotono con le comparse infreddolite negli abiti tarlati e al volo spericolato della Colombina.

Come quando scendono a terra i “galeotti” delle crociere, anche i pellegrini della liturgia fescennina non portano benefici e guadagni alla città: arrivano equipaggiati con le birre nello zaino e i panini nel cestino, nel migliore dei casi acquistano un souvenir che ha fatto la stessa strada di Marco Polo, foraggiano unicamente le organizzazioni di travel economiche in alternanza ai viaggi parrocchiali con annessa vendita di pentole, vittime di quella religione pagana che impone si essere tutti nello stesso posto nello stesso momento – fenomeno che va sotto il nome di consumo e abuso dei beni posizionali –  come se fosse un dovere sociale e non un diritto alla bellezza e alla gioia da godere con pienezza e consapevolezza. Al contrario dei viaggiatori del lusso che rifuggono la volgare marmaglia e se capitano a Venezia in questi giorni, si chiudono ben nascosti e protetti in romiti e appartati relais.

È che nell’avidità si nasconde un istinto a un tempo criminale e suicida, per accumulare e fare cassa, chi ha nelle mani la città la consuma, ne abusa, la maltratta, le succhia le forze, ne avvilisce la bellezza, la manda in rovina in modo da legittimarne la consegna a chi ne rivendica la proprietà in veste di protettore munifico, usa l’ignoranza indotta dall’eclissi di istruzione e sapere per farne merce  da offrire a un sguardo veloce alzando gli occhi dallo smartphone.

 


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