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La Scuola Fantasma

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso che si capisce che il virus può essere sottoposto a interpretazioni discrezionali, che non segue la regola del “ndo cojo cojo”, tanto che milioni di individui che viaggiano in vagoni e bus pieni e che, secondo le tesi della scienza applicata, lavorano in condizioni di “pericolo”, non corrono però i rischi di chi vorrebbe andare al Poldi Pezzoli. E adesso che tutte le denunce sulla malasanità  si rivelano come miserabili invenzioni giornalistiche grazie al tocco del grande demiurgo che ha restituito alla Campania Felix la sua reputazione, adesso che l’indubitabile carisma e l‘efficienza di Zingaretti hanno risparmiato ai cittadini del Lazio l’impedimento a andare dal barbiere, ecco, chissà se finalmente anche i più scalmanati ultras del governo che fanno il tifo per  la tribuna dei vip si porranno qualche interrogativo.

 E chissà se cominceranno a chiedersi se non si poteva fare meglio di così, fermo restando che a seguito della definitiva demolizione dell’impianto  del sistema di prevenzione, cura e assistenza c’è da preoccuparsi anche di un brufolo o dell’uveite, se non sia trascorso il tempo lecito concesso per attribuire tutte le responsabilità ai danni del passato come alibi all’ignavia del presente (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/04/governo-tersilli/).

Risale a luglio una spericolata affermazione della ministra Azzolina, della quale sia proibito criticare l’operato a meno di non collocarla nelle ultime postazioni della graduatoria dei peggiori, dopo La Fedeli o la Gelmini o andando indietro, la Moratti, rimuovendo invece prudentemente Berlinguer o De Mauro  o Mussi o Giannini. 

Per carità nessuno nega che la cosiddetta riforma Gelmini ha tagliato in 3 anni  oltre  8 miliardi di euro in termini di spesa per l’istruzione, e di conseguenza, 81.120 cattedre e 44.500 personale non docente, con la chiusura di molte strutture rinchiudendo allievi e docenti in classi-pollaio.  E nessuno deve dimenticare il vero proposito della Buona Scuola renziana, quello di cancellare anche la memoria e il progetto di una istruzione pubblica. O che l’austerità reco con sé precarietà e che le riduzioni di stanziamento hanno ingrossato l’esercito dei supplenti (nell’anno scolastico 2013-2014 erano 136.000 e in quello 2020-2021 ammonteranno a più di 200 mila) e diminuendo quello dei docenti di ruolo.

Ecco. a luglio, Azzolina ebbe a dire: “voi che mi criticate, vi dovrete ricredere, quello sui banchi si dimostrerà un investimento”, in occasione della gara pubblica europea indetta dal commissario straordinario  Domencio Arcuri   per la fornitura  di 3 milioni di banchi – 1,5 milioni   monouso tradizionali e fino a 1,5 milioni di tipo più innovativo – dei quali doveva essere assicurata la consegna  entro il 31 agosto.

Non vale nemmeno la pena di tornare sulla insensatezza dissipata e sospetta di questa iniziativa, nemmeno di ricordare che per ammissione dello stesso commissario i termini non sono stati rispettati, neppure di andare a recriminare sull’impianto ideologico che presiede all’unica azione messa in campo per garantire il diritto all’istruzione da quando è diventato secondario rispetto a quello alla salute.

E quando quello che doveva essere un intervento complementare: l’identificazione di 3000 stabili dove si sarebbe potuta garantire la didattica in presenza, è rimasto sulla carta, dopo aver cancellato via via tutte le ipotesi, dalle caserme agli hotel, considerate inadatte o troppo costose.

In sostanza per la scuola pubblica, quella con l’insegnante la cattedra e la lavagna, i testi sacri del sapere e gli alunni che si abbeverano alla fonte della conoscenza, sono stati previsti, tolto il malloppo dei banchi a rotelle e innovativi, e utilizzando le risorse del Fondo per l’emergenza epidemiologica da COVID-19 istituito nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione,  € 377,6 mln nel 2020 ed € 600 mln nel 2021, successivamente incrementati  con € 400 mln nel 2020 e di € 600 mln nel 2021,  destinati all’acquisizione – in affitto o con le altre modalità previste dalla legislazione vigente, inclusi l’acquisto, il leasing o il noleggio di strutture temporanee – di ulteriori spazi da destinare all’attività didattica, anche grazie ai cosiddetti patti di comunità che non devono avere incontrato un grande favore se ormai l’ultima frontiera resta al didattica a distanza.

E infatti il “Piano Scuola” stanzia 85 milioni nel budget del “Decreto Ristori”  che “serviranno agli istituti scolastici per l’acquisto di dispositivi digitali e strumenti per le connessioni da fornire in comodato d’uso agli studenti meno abbienti”,  a conferma che è proprio un chiodo fisso quello di consegnare la soluzione di tutti i problemi, del lavoro, dell’istruzione, anche della sanità, se pensiamo a Immuni fallita e a una medicina territoriale esercitata dai medici di base più solerti via WhatsApp, alla digitalizzazione.

Consiglio dunque  la lettura del rapporto riassuntivo delle misure adottate a seguito dell’emergenza Coronavirus sul sito della  Camera (qui: https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1218064.pdf?_1590338246360  che riconferma come la scuola pubblica del futuro, grazie al Covid, sia destinata ad essere  “virtuale”, malgrado ci siano innumerevoli conferme del danno culturale, sociale e psicologico della didattica a distanza. E proprio quando è stata resa nota la indagine secondo la quale il 57% degli studenti delle scuole superiori che hanno svolto e svolgeranno la didattica a distanza pensa che la propria scuola non abbia saputo offrire un servizio efficiente, affidandone la attuazione alla tradizionale pratica di  scaricabarile sulle spalle di docenti volonterosi e famiglie, come vorrebbe quel    Patto educativo di corresponsabilità  sottoscritto da genitori e studenti contestualmente all’iscrizione  “che”, cito, “enuclea i principi e i comportamenti che scuola, famiglia e alunni condividono e si impegnano a rispettare. Coinvolgendo tutte le componenti, tale documento si presenta dunque come strumento base dell’interazione scuola-famiglia”.

Se sforzi ci sono stati, sono quelli che vengono continuamente rivendicati dalle cheerleader di Conte, e si tratta di quelli destinati alla “profilassi”, nella somma di 43 milioni per la pulizia straordinaria degli edifici, quelli che negli anni precedenti, Renzi, Gentiloni e Conte 1 regnanti, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza grazie al programma Scuole sicure, in modo da avere soffitti lindi e sanificati nel caso crollino sulle teste mascherate degli allievi. O quelli per gli accertamenti e le sostituzioni del “personale” eventualmente affetto dal Covid.

Il fatto è che in attesa di quella europea che si riaffaccia con sempre rinnovata ferocia, il Covid impone la sua austerità doverosa: un mese fa si faceva un gran parlare di rientro in sicurezza, di investimenti, di nuovi spazi, di concorsi.

Però il prossimo concorso ordinario  prevede l’assunzione nella scuola secondaria di circa 33.000 docenti (su 430.000 candidati) sugli 85 mila promessi dalla ministra Azzolina cui si dovrebbero aggiungere i 40 mila nuovi assunti precari, in sostituzione dei 30 mila andati in pensione nell’anno 2019-2020,  con contratti però condizionati all’avvio regolare della didattica di presenza. E in ogni caso insufficienti a garantire la didattica con il rispetto delle turnazioni e dei requisiti del  distanziamento nelle circa 50 mila scuole pubbliche italiane.

Eh si, con formidabile tempismo la “curva” che ha preso il posto nell’immaginario della spreed, impone il ritorno alla Dad, come perorato  dai presidenti regionali, capeggiati da  Bonaccini che avevano chiesto da tempo di tenere a casa gli studenti per non esercitare una pressione eccessiva sui mezzi di trasporto pubblico, salvo contraddire così l’autorevole commissario straordinario Arcuri che ha messo in guardia minaccioso: le mura domestiche sono i primi focolai!  

Così anche la ministra è giustificata se annulla tutti i propositi e le misure promesse in otto mesi di chiacchiere vergognose, così l’altra ministra può dedicarsi a tempo pieno ai cantieri da riaprire rimpallando l’onere della razionalizzazione dei trasporti su altri colpevoli, che il governo comunque si esime dal commissariare come sarebbe sua facoltà.

Per quelli che pretendono da altri cittadini esautorati come loro e espropriati del diritto di parola e di critica, ma che non vogliono recedere da quello di pensiero, che cosa avrebbero fatto, che altre decisioni si dovevano prendere, potrebbe valere il rapporto subito gettato nel cestino della carta straccia redatto dalla commissione istituita a marzo e presieduta da Patrizio Bianchi che considerava l’emergenza come una occasione per intervenire davvero sulla scuola pubblica, secondo un principio caro ai fan dei grandi eventi dei quali si dovrebbe approfittare come opportunità per realizzare interventi strategici.

Invece nemmeno quello è andato bene, il Dpcm del 13 ottobre chiude definitivamente la sterile ricerca degli spazi esterni dove “fare lezione”: nella scuola non si esce e preferibilmente non si entra, non si può insegnare in spazi “altri” meno che mai quelli dove invece sono stati condannati a vivere per anni i terremotati.

Così la didattica a distanza è la distopia realizzata per incrementare quelle disparità all’origine che premiano la scuola privata, se perfino i fondi del “Piano Scuola” si preoccupano di riservare finanziamenti alle paritarie, se molti genitori scelgono forma di istruzione autarchiche, se ore di lezione vengono sostituite per pedagogici ammaestramenti sulla profilassi e la lotta al virus.   

Invece c’era qualcosa da fare: un piano di investimenti per tutelare un diritto che dovrebbe essere alla pari con quello alla salute e che dovrebbe valere gli stessi miliardi promessi per la sanità ma con regole differenti da quelle che hanno dimenticato la medicina territoriale e di base, la riorganizzazione degli orari e delle presenze,  scaglionando gli ingressi,  riducendo il numero degli allievi e assumendo personale, almeno centomila unità tra insegnanti e personale, che possano concorrere alla fine dell’allevamento dei ragazzi in batteria,  che risale a ben prima della crisi sanitaria, che allora chiamavamo crisi sociale e che dovrebbe assicurare lo stesso percorso pedagogico a tutti gli alunni.

Invece stiamo condannando i nostri figli a diventare una generazione fantasma che guarda il panorama sul desktop e gira il mondo su Skype, che dialoga con Wathsapp e che vive nella paura dell’uomo nero infetto e senza mascherina.   


Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


Scuola a rotelle

scuola Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quella che ci ostiniamo a chiamare sinistra malgrado certi abusi e tradimenti, ha commesso un errore di sottovalutazione del neoliberismo, riferendosi a esso come a una “teoria” economica, una declinazione forse suicida del capitalismo, destinata a avvitarsi intorno alla sua avidità feroce e immateriale. La spocchia è stata punita  e vien bene dire che il suo contagio è stato così potente da innervare tutto, tanto che quella egemonia intellettuale contamina giudizi e valori ai quali si finisce per  attribuire una qualità commerciale in termini di profitto e redditività, individuale e collettiva.

Per questo bisognerebbe resistere alla banalizzazione che viene fatta di alcuni concetti e alcune certezze che sembravano inespugnabili e che costituivano la cassetta degli attrezzi culturali di chi si batteva a nome e per conto degli sfruttati, a cominciare dalla consapevolezza che  la conoscenza e il sapere venissero loro negati per condannarli a uno stato di assoggettamento e subordinazione.

Tema che, di questi tempi, avrebbe dovuto assumere un particolare rilievo, ridotto invece a una insensata polarizzazione: delle convinzioni chi ha scelto di compiere un atto di fede cieco nella scienza, addirittura nei suoi sacerdoti e nei loro assiomi -ancorché marchiati della abiura al caposaldo fondamentale di ogni disciplina, il dubbio, e chi invece il dubbio lo vive e lo esprime nella convinzione maturata da secoli che si tratti di  materie soggette a condizionamenti, che dottrine, ricerche, speculazioni e sperimentazioni non possono mai essere “neutrali” e che è doveroso e responsabile contrastare l’imposizione, sempre oscurantista, di teorie che, direttamente o indirettamente, confermano il pensiero di Rosa Luxembourg: dietro a ogni dogma c’è un affare da difendere e mettere a reddito.

Così ormai dire che cultura e sapere non solo recano un marchio di classe. Ma addirittura che, contrariamente a quello che ci si aspettava dal Progresso, la diffusione di livelli di benessere e l’accesso alla scuola pubblica non hanno saputo emancipare e liberare dall’ignoranza, ma l’hanno solo addomesticata fornendo a una gran massa di cittadini strumenti elementari utili a sancire l’appartenenza al consorzio civile, mentre ormai da anni il “sistema” lavora per restringere la potenza dell’istruzione riducendola a formazione preliminare al lavoro, determinando  specializzazioni secondo le quali l’eccellenza consiste nella ripetizione meccanica di atti decisi altrove.

Basta pensare alle otto competenze chiave europee (dette anche di cittadinanza) che gli individui dovrebbero acquisire per garantirsi il  pieno sviluppo, individuate dall’Unione Europea e che dovrebbero rappresentare un punto di riferimento per la normativa nazionale soprattutto in tema di scuola e didattica, tra le quali non è annoverata quella di pensare con la propria testa per essere  in grado di interrogarsi sulla società e di criticarla, di partecipare del proprio presente e di crearsi una indipendente aspettativa per il futuro.

E se la scuola che è stata concepita in questi anni reprime l’indipendenza intellettuale in favore dell’ubbidienza, oggi altri fattori concorrono a farci pensare che perfino un’istruzione pubblica destinata a forgiare il ceto dirigente del domani, eliminando via via gli inabili e immeritevoli per nascita o indole a conquistarsene le carriere è troppo per il nostro sistema, troppo costoso e troppo rischioso, perché c’è sempre il pericolo che il dissenso si annidi e si sviluppi tra il personale didattico, nelle famiglie, tra gli alunni compromettendo quell’unità desiderata di soldati della fatica e del consumo.

Da mesi ormai tutto ruota intorno  al rispetto delle norme sul distanziamento fisico in assenza di un sufficiente numero di docenti, personale ATA e aule, sulla imposizione di mascherine (adesso c’è la lirica raccomandazione degli esperti rivolta alle imprese del nuovo brand sanitario, di produrle “trasparenti” per bambini e insegnanti, che “il volto e il sorriso sono fondamentali per la comunicazione”), ai contenziosi aperti tra dirigenza e personale, tra ministero e sindacati intenti a sabotare,  alle immaginifiche proposte di individuare soluzioni logistiche creative collocando la didattica in B&b, alberghi sottratti temporaneamente al fallimento. Per mesi   abbiamo assistito al teatrino dell’assurdo di una ministra impegnata a reperire tre milioni di banchi monoposto su ruote, allegoria oscena di una scuola affetta da gravissimo handicap che la costringe all’immobilità, sfociata nella felice epifania di un  bando d’acquisto (europeo, perché la quantità assorbe cinque anni di normale produzione nazionale) con undici  vincitori, che, pare,  forniranno i materiali entro fine ottobre, dopo la ipotetica riapertura, dopo le elezioni, e mentre ancora si sentono echi di guerra sempre più allarmanti su focolai, contagi, untori, colpe cioè da scontare con nuove restrizioni, isolamenti, esemplarmente rappresentati dalla decisione, nel caso di un bambino sottoposto a accertamenti e “affetto” dai sintomi del Covid, che si isolino con lui anche i compagni di classe e gli insegnanti.

È che mentre Confindustria e pubblica amministrazione cianciano di lavoro agile, smartworking, dorati e profittevoli part time elastici e flessibili, la soluzione scelta per la scuola è quella più arcaica e rigida, contraddetta da innumerevoli sperimentazioni didattiche. I

ll  Corriere della Sera ha entusiasticamente proposto un video formativo per illustrare le proprietà dei banchi-gabbietta, pensato da single, celibi, nubili, che hanno scelto di abiurare alla genitorialità mostrando quei ripiani dove potrebbe stare il calamaio e la penna di Enrico, ma non certo i quadernoni e le vagonate di testi con cui vengono stipati gli zaini delle nuove leve, prefigurando una scuola si finisca per impiegare soltanto un tablet, indicando nel digitale l’unica desiderabile  fonte di conoscenza e esercizio pedagogico, perfettamente coerente con il disegno che sta prendendo forma di una didattica a interruzione, accorciata secondo le disposizioni eccezionali “richieste” dal contenimento del virus, dove la socialità già colpita da mesi di distanziamento e isolamento, con la criminalizzazione del contato fisico,  viene ulteriormente penalizzata.

Succede così che si metta fine a qualsiasi forma di inclusione e riproducendo altre discriminazioni, la prima delle quali è quella economica, che separa le famiglie che possono esercitare attività e sostegno “sostitutivo” aiutando i figli nelle lezioni, contribuendo all’acquisto di materiale, assicurando collaborazione,   e quelle che stanno vivendo  la perdita di beni, lavoro, assistenza. Ma altre se ne aggiungono se pensiamo alle gerarchie arbitrarie tra scuole e classi meritevoli di docenti di serie A e quelle destinate dalla lotteria ministeriale e periferica a  ricorrere agli avventizi, se nonostante gli annunci trionfali del governo che si vanta di avere strappato al Mef quasi 85 mila nuovi insegnanti di ruolo, a settembre nelle scuole ne arriveranno molti meno, se da anni, soprattutto al Nord, per materie come matematica e sostegno, le graduatorie sono vuote, se già a settembre del 2019 su 53 mila nuove assunzioni previste, ne sono andate a buon fine meno della metà (in Lombardia un terzo, a Milano un quarto), se saranno davvero    40 mila i supplenti in più (oltre a 10 mila bidelli) che Azzolina  promette che fanno stimare che nel prossimo anno si raggiunga  la cifra record di 250 mila supplenti (quasi un docente su tre).

È difficile dire se sia peggiore la probabilità che tutto questo venga mostrato e dimostrato per legittimare la fine della scuola pubblica, autorizzando chi può a rivolgersi al settore privato, che tra l’altro gode delle provvidenze pubbliche, chi non può, a accontentarsi di strutture fatiscenti, personale frustrato e demotivato, parcheggio per la bassa forza, per chi è già condannato a attività servili e abituato ormai a una vita e desideri sottocosto.

O se e più allarmante questo tirocinio che concretizza quello che deve essere la didattica quando l’unico diritto conclamato è quello alla “salute”, dove prevale sull’educazione, la pedagogia, l’insegnamento alla responsabilità, alla indipendenza di pensiero, alla consapevolezza dei propri doveri ma anche del diritto a esercitare talento e vocazioni,  la necessità di adeguarsi al sistema della sorveglianza e alle sue regole, fondato sul controllo individuale e collettivo. E che oggi si realizza con i tamponi, i test sierologici, le telecamere e il filo spinato in attesa di rimpatri dei soggetti a rischio, il deterrente delle sanzioni e dell’isolamento coatto, e poi con l’enfasi data alla obbligatorietà della digitalizzazione, quando la rinuncia alla privacy  diventa il prezzo volontario da pagare per ricevere informazione, accesso alla rete, servizi e con essi l’annessione alla società, dove lo Stato, il settore pubblico: scuola, università cura, rappresentano sono dipinti come gli ostacoli al benessere, alla libera iniziativa, alla affermazione di ambizioni e al conseguimento di profitti.

Tra profezie e horror, pestilenze e cure prodigiose perlopiù offerte dagli untori, finiremo per preferire sostituire la conoscenza con qualche algoritmo e i maestri con utili automi che risparmino ai nostri figli la fatica del sapere e della libertà

 


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