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I Fubini del Corrierino

Sicilia
Acireale
Cattedrale.
Tela del Ragonisi.
La strage degli innocenti.In Italia esiste un cosiddetto ordine dei giornalisti, al quale peraltro ho versato il mio obolo per non so quanti anni, il quale dovrebbe  tutelare la professione e prendere adeguati provvedimenti verso gli iscritti “che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale”, cosa che nei casi più gravi prevede l’espulsione. Tuttavia non ho sentito alcuna presa di posizione riguardo al vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, Federico Fubini nonché membro del direttivo europeo della Open Society di Soros, il quale ha sostenuto in una intervista a Tv 2000  di aver volutamente nascosto l’aumento drammatico della mortalità infantile in Grecia dopo l’avvento della troika, per evitare che la notizia aumentasse il tasso di euroscetticismo, sovranismo e populismo. Qualcosa che in un colpo solo straccia qualunque statuto del giornalismo e qualunque suo senso oltre ad essere la prova dell’obnubilamento dei chierici.

Fubini quantizza in 700  neonati morti in più rispetto al passato il “tributo” che la Grecia paga all’Europa e alle sue politiche di austerità, ma probabilmente si tratta di una cifra ampiamente per difetto visto che fin dal 2014 una delle più importanti riviste mediche del mondo e l’unica che vive grazie a consistenti fondi pubblici la britannica The Lancet aveva pubblicato uno studio  nel quale si evidenziava un aumento del 43% della mortalità infantile, una crescita del 19 per cento delle nascite sottopeso e del 20 per cento dei nati morti. Dunque l’ordine dei giornalisti dovrebbe al minimo dimezzare il suo albo se dovesse tenere conto della generale censura su questo tragico aspetto delle politiche continentali. Ma dati analoghi sono stati pubblicati numerose  volte successivamente al 2014, anche se sempre tra le pieghe dell’informazione, quella che praticamente non arriva mai al grande pubblico. Nel 2017 la stessa euronews segnalava tra i peggiori effetti della crisi economica proprio l’aumento della mortalità infantile del 26% e un anno prima il Wall Street Journal, dava notizia che la stessa banca centrale greca riportava nei suoi bollettini: “la mortalità infantile è anch’essa salita, di quasi il 50%, principalmente a causa dei decessi di bambini di età inferiore a un anno e al declino delle nascite, pari a -22,1%.” Le differenze di percentuale non sono importanti, esse variano a seconda del periodo preso in esame e sono collegate al tasso di natalità che in Grecia è andato a fondo negli ultimi anni così che un conto moralmente onesto dovrebbe comprendere anche i non nati.  Modestamente questo dramma era stato persino segnalato più volte su questo blog.

Insomma la notizia era pubblica e al tempo stesso sconosciuta al grande pubblico perché l’informazione è piena di Fubini e furbini al soldo di qualcuno o veri e propri sanfedisti dei poteri europei che tacciono o che in qualche caso, come è successo per il Foglio, hanno persino tentato di contestare la notizia per mostrare quanto sia gloriosa e buona  l’austerità di stampo oligarchico. Significativo il fatto che se andate su google e digitate strage di bambini in Grecia non avrete alcuna notizia su quei 700 settecento o forse 2000 neonati uccisi dall’austerità, ma troverete valanghe di notizie sui migranti e sulle loro condizioni o sulla morte di 34 persone tra cui 4 bambini nell’egeo. Ora è davvero infame un sistema di pensiero che costringe a tali paragoni, a questa guerra di morti, ma diciamo che per l’oligarchia continentale e il suo globalismo schiavistico fanno ideologicamente molto più gioco i morti per raggiungere l’Europa che non i morti causati dall’Europa (anche se pure quelli che migrano sono vittime delle guerre di rapina, dei regimi corrotti dalle multinazionali e dalla desertificazione antropica).

Bisogna tristemente prendere atto che il vicedirettore del maggior quotidiano italiano dice di aver censurato una notizia drammatica per  favorire una parte politica senza che questo abbia altra conseguenza se non qualche polemica che tra due giorni sarà dimenticata. Poi sarebbero questi i giudici delle notizie false, ossia della fake news, espressione che in realtà ha un significato del tutto differente dalla traduzione letterale e si riferisce a notizie senza più rapporto col principio di verità, ma completamente legate al principio di autorità indicando qualsiasi informazione in disaccordo col sistema.

Tuttavia  la “confessione” di Fubini non è solo una misura dello stato di etica zero nella quale naviga l’informazione, ma anche un segnale importante del cambiamento che si sta verificando: a quale scopo il vicedirettore del Corsera rivela ora, a una manciata di giorni dalle europee, di aver tenuto nascosta una sconvolgente notizia per favorire la sua parte politica? Forse per fare più rumore sul suo ultimo libercolo europeista che comunque sarebbe reso bugiardo e inattuale dalle sue stesse parole? O forse perché qualche uccellino dei sondaggi gli ha detto che sta dalla parte perdente e fa l’estemporaneo autodafé per lanciare qualche segnale di fumo? Del resto primum vivere possibilmente al meglio, deinde philosophari credo che sia tra i fondamenti del giornalismo attuale.


I Carrierini dei Piccoli

collageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ammettiamolo, l’azzimato giovanotto ha dimostrato un talentaccio da politicante navigato con il suo irato attacco ai giornaloni,  in mano al capitale finanziario, o direttamente o attraverso il ricatto della pubblicità,  e all’augusta corporazione che non vuole ammettere di essere cornuta e mazziata: vedi mai che qualche palafreniere aspirante a fare da scorta al carro dei vincitori gli tributasse riconoscimenti e segni di stima e ammirazione! Lo sa bene lui come lo sa l’altro partito/movimento occupante militarmente la coalizione, che un grande contributo al loro successo è derivato e deriva proprio dall’ostilità dell’informazione ufficiale, che, nel peggiore di casi, ha trattato quelle che considerava effimere meteore, come fenomeni da baraccone, da trattare col sussiego che si riserva a incidenti imprevedibili e passeggeri ma che suscitano momentaneo entusiasmo nella marmaglia come la donna barbuta o la gallina con due teste, o, meglio, come segnali delle possibili aberrazioni postdemocratiche degne di attenzione sociologica in vista di criteri elettorali più selettivi e maturi.

Ha avuto ragione, se populismo deve essere, populismo sia!

E l’effetto di quella che è stata considerata una imprudente quanto maleducata esternazione è certamente quello di riconquistarsi un po’ di consenso da parte della vasta platea che da tempo ha abbandonato la pratica della preghiera laica del mattino, e che da un bel po’ ha smesso di accreditare un’opinione con la rassicurazione:  l’ho letto sul giornale o l’ha detto la tv. Ma un bel po’ di avvelenate reprimende da parte invece di chi, addetti ai lavori in testa, ha cancellato tutti gli affronti e gli oltraggi del passato anche recente, preferendo una censura più soffice e raffinata, specialmente se in cambio di equilibrati silenzi, di entusiastici quanto poco dignitosi encomi veniva salvata la pagnotta grazie a aiuti di stato, promosso l’ultimo libro in tv, assunto il rampollo in altra testata. E soprattutto se si rimuoveva pudicamente la causa di insuccessi e fallimenti, colpa, si sa, della plebe ignorante e incolta che preferisce Chi alle omologhe e pruriginose trascrizioni delle intercettazioni di Repubblica, che quando legge l’invettiva contro le empie fake news è incline ad annoverare tra le bugie e le falsità anche il milione di posti di lavoro, il rilancio dell’occupazione tramite Jobs Act, il prestigio riguadagnato con la fiera mondiale della salsiccia, la ricostruzione nel Centro Italia, l’apocalisse probabile di un improvvido scioglimento dell’Unione, la necessità di restringere le libertà per via del terrorismo islamico in barba all’incistamento di terroristi fascisti o jihadisti, finti o veri, il gas nervino e le vittime del perfido Assad, il doveroso colonialismo solidale in Libia e la partecipazione a guerre umanitarie quanto indispensabili alla manutenzione della civiltà superiore, le banche da salvare per tutelare i risparmiatori e beneficare i manager, i babbi avventati e le figlie affettuose, e, Di Maio sarà meglio che stia attento, la vittoria sulla povertà.

Non stupisce la faccia di tolla della corporazione, in testa i delatori delle caste esclusa la loro, che hanno lanciato il loro anatema da intoccabili sorpresi –  come è successo con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni imprevedibili, i morti di terremoto nelle scuole restaurate, gli esodi epocali, e pure che si configurasse un voto ribelle e cafone nei confronti dell’establishment – che  qualcuno abbia osato levarsi contro di loro, contro, con qualche rara eccezione, i passacarte di veline somministrate dagli attori della contesa per bande, contro le carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per rampolli senza vocazione, contro la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, contro la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e  contro l’ingenerosa omissione di colpe e misfatti perfino in odor di amianto di un padronato impuro di settore che fa dell’editoria un brand finalizzato alla manipolazione, alla propaganda commerciale e ai consigli per gli acquisti.

Perché si, ci sono delle eccezioni, certamente. Ma non stupisce la plebiscitaria  alzata di scudi in difesa delle prerogative in sostituzione della responsabilità: basta pensare che, ai tempi del paventato bavaglio, oggi sottoposto a  ragionevole revisionismo: nemmeno Berlusconi arrivò a tanto, lo slogan di Piazza del Popolo, certamente più affollata che in giorni recenti, rivendicava per i giornalisti “Il diritto di informare”. Proprio così, non “il dovere di informare”.  Anche quella una fake news, che quel diritto se lo tengono stretto e le proprietà non hanno bisogno di mostrare i denti, se  gli attentati a sono stati perlopiù endogeni, frutto di autocensura e abitudine al giogo del ricatto, dell’intimidazione economica e professionale, come hanno dovuto imparato i ragazzi che cercano di avvicinarsi alla professione non provenendo da sacri lombi e da autorevoli dinastie, pagati pochi euro a pezzo come pony delle notizie, imbrogliati dall’illusione che si tratti di un percorso formativo proprio come i volontari all’Expo e a Eataly, cui viene insegnato che senza protezione assicurativa è meglio apprendere l’arte dell’omissione.

Sono insorte, per il danno alla loro reputazione, tutte le firme eccellenti, comprese quelle in flagranza di reato di piaggeria che si prestano ancora all’omaggio a Renzi, all’intervista birichina all’ex forosetta istituzionale, al recupero di solenni marpioni in veste di illuminati  saggi si chiamino Monti e Fornero, al resoconto in veste di fanciullini smaniosi di conoscenza delle previsioni ardite di osservatori sulla crisi del ’29. E anche  quelli, in elegante contrasto  con i “giornalisti da vomito” come Santoro definì i candidati dell’allora opposizione, che vanno sui luoghi del sisma purché al seguito delle madonne in visita pastorale , quelli che sotto i ponti si preoccupano di salvaguardare le imprese leader del sistema Italia, quelli che solo oggi si scoprono antifascisti  dopo anni di compunto apprezzamento per i doppiopetti sopra l’orbace e la grande pacificazione. E pure quelli che   continuano a bersi e propinarci le leggende  – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo, che qui le inchieste perlopiù si fanno a indagini giudiziarie avviate, grazie al passaggio amichevole di conversazioni intercettate, che perfino Carminati e Buzzi hanno avuto la facoltà di sorprenderli.

E dunque sfidando quelli che vogliono che si scelga assolutamente da che parte stare in modo che ci si debba arruolare forzatamente, con il compito rotary del riformismo contro il plebeo cocuzzaro populista, quelli che penalizzano apostrofandolo di squadrista chi è recalcitrante  a rimpiangere il recente passato,  quelli che reclamano trasparenza, imparzialità e indipendenza officiate tanto per dire da Corriere della Sera (padroni diretti o per interposto Consiglio d’Amministrazione prima della scalata di Cairo: Fiat, Italcementi, Unicredit, Italmobiliare, Mediobianca, Telecom, Pirelli, Generali, Tod’s, Lucchini, Merloni, Intesa San Paolo, da  Repubblica, Gruppo l’Espresso (padroni De Benedetti, Luxottica, Piaggio, Indesit, Moratti),   il Giornale (Berlusconi),  il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino(Caltagirone, Monte dei Paschi, Generali),  il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno ( Poligrafici Editoriali, Telecom, Generali, Gemina,Ligresti), il Sole-24 ore (Confindustria e, nello specifico, Sarasa, Bnl, FIGC, Tod’sd, Safilo, Mediolanum, Mediobanca), voglio dire che pur non riponendo fiducia in un governo scelto perché non era stato ancora provato e nei suoi pifferai, sono sicura che Di Maio non istituirà il Ministero della Verità.

Perché ci avevano già pensato prima di lui.. e non lo mollano.


Bavaglio senza frontiere

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo, di questi tempi, definirsi “senza frontiere” è una credenziale di indipendenza da un pensiero più che forte muscolare, e più che autorevole, autoritario. E infatti l’annuale classifica dell’organizzazione Reporters sans Frontières gode di credibilità e, paradossalmente, di buona stampa, sicché tutti i media italiani ne pubblicano con sconcertante voluttà le graduatorie dell’infamia come se riguardassero la Gazzetta di Marte, e che quest’anno ci collocano a un vergognoso settantasettesimo posto.

E infatti secondo la pregevole rilevazione condotta su 180 soggetti, il nostro Paese si colloca agli ultimi posti nell’Unione Europea, dove, tuttavia, i giornalisti godono ancora di una maggiore tutela e autonomia rispetto al resto del mondo. Peggio di noi farebbero soltanto Cipro, Grecia e Bulgaria, meglio fanno Moldova, Nicaragua, Armenia e Lesotho. Appena n po’ meglio della Turchia e peggio però  della Francia, intoccabile malgrado vigano leggi emergenziali “temporanee” ma non tanto, che limitano le libertà, accolte benevolmente dai cittadini ricattati dall’industria di Stato della paura.

Non ci sorprende il disonorevole piazzamento, ma ci sarebbe da ragionare un po’ sulle ragioni per le quali saremmo cacciati giù nell’abisso disdicevole dei cattivi, che finisce per accomunare informatori e lettori, i primi poco inclini a fare il loro mestiere, i secondi colpevoli di accontentarsi di notizie superficiali, di appagarsi di dati strillati, di farsi addomesticare da una stampa remissiva e dispensatrice di squarci di verità, quelli somministrati dalla comunicazione del regime, pillole di sonnifero scelte dal barattolo di quello che si vuol far sapere.

Ci sarebbe infatti da aspettarsi che il rapporto ci condanni per via di volontari bavagli, di deplorevoli autocensure, della inguaribile indole allo scoop, della tendenza a sparare proiettili di sdegno estemporaneo, occasionale e intermittente, della inclinazione a preferire commenti e interpretazioni personali alla erogazione di dati certi.

Ci sarebbe da attendersi che la riprovazione riguardi la condizione di ricattabilità dei giornalisti, soggetti alla gestione di editori impuri, intimiditi dalla erogazione arbitraria di fondi pubblici, condizionati dalla pressione della concorrenza pubblicitaria. Peggio, ci saremmo aspettati dagli spietati analisti  una condanna a posteriori di un popolo che aveva acconsentito che diventasse premier, sia pure eletto, il padrone di tutte le tv, con una zampone dentro alla carta stampata quotidiana e settimanale, con un tallone di ferro sull’editoria, quindi in grado di interferire con elezioni ancora meno libere dell’informazione. E che oggi estendesse la deplorazione per la complicità non solo ideologica e morale di un premier, non eletto, per il processo di concentrazione che ha dato luogo a un colosso televisivo monolitico a un quotidiano al prezzo di tre, a una Stampa Unica fatta apposta per il Partito Unico del nuovo ometto della provvidenza.

Invece  il 77esimo posto è dovuto alle persecuzioni cui sono soggetti i giornalisti che si occupano di inchieste giudiziarie, con particolare interesse per quelle relative alla criminalità organizzata, e quelli che hanno denunciato lo scandalo vaticano: “Il sistema giudiziario della Città del Vaticano, scrivono Reporters sans Frontières,  sta perseguitando i media in connessione agli scandali Vatileaks e Vatileaks 2. Due giornalisti rischiano fino a otto anni di prigione per aver scritto libri sulla corruzione e gli intrighi all’interno della Santa Sede”.

Denuncia sacrosanta, per carità. Ma sarebbe più laico, più giusto che nell’indicare i perseguitati non si risparmiassero o persecutori, primi tra tutti quelli che tra i professionisti dell’informazione si accaniscono sulla verità e contro i cittadini, quelli che hanno perseguito una poco lodevole riservatezza e una sobria discrezione in merito a un referendum contro le lobby e i rischi dello sfruttamento delle fonti fossili, seppellendo, dopo il pronunciamento, la notizia del pericolo già consumato nelle brevi in cronaca (come osserva proprio oggi il Simplicissimus qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/04/21/gli-andati-al-mare-trovano-il-petrolio/ ). O quelli che quotidianamente scoprono con stupefatta sorpresa quello di cui tutti mormorano, che tutti conoscono, di cui molti a vario titolo approfittano, dal Mose a Mafia Capitale o che credono come dei grulli e ci vogliono persuadere dei fasti del Jobs Act, della crescita in fondo al tunnel della Gelmini o del Gottardo, del prossimo milione di posti di lavoro, incuranti del ridicolo e dell’infamia.

E che dire degli uffici stampa decentrati del governo, auto-incaricatisi di fare da estatici ripetitori dei tweet del bullo, dei sospiri delle ministre, comprese di mise, lagnanze per i riottosi sanpietrini che ostacolano le loro marce trionfali, delle varie manifestazioni d’amore, erotico, filiale, paterno, mentre tacciono con encomiabile pudore di corruzione, clientelismo, familismo, finché i bubboni non scoppiano. Perché, e  solo allora, si assiste alla aberrante conversione del tanto decantato giornalismo investigativo in pubblicazione entusiasta di conversazioni, in sollucchero di guardoni, che si sa è meglio dare in pasto storie di letto, retroscena di corna che dare conto di ben altri tradimenti, quelli compiuti contro la cosa pubblica, l’interesse generale, la verità. O dei press agent della paura, quelli che nutrono diffidenza, sospetto, allarme, in modo da suscitare empi sentimenti che in altri tempi sarebbero rimasti sepolti e vergognosi, in modo da nutrire sconci risentimenti, in modo da tacitare coscienze e ragione e far gridare irrazionalità, razzismo, sopraffazione.

Altro che settantasettesimo posto, questi meritano un settantasettesimo girone all’inferno.

 

 


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