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Il primo atto di qualsiasi futuro governo

cit8mbsmLa prima cosa che dovrebbe fare un governo che non sia quello “neutrale” dei massacratori sociali e dei loro burattini politici sparsi tra il Quirinale, Montecitorio e le case dei grandi vecchi e osceni giovani che hanno svenduto e depredato il Paese, sarebbe quello di sottrarsi subito e in via di principio alla partecipazione reale o simbolica alle azioni di guerra in Medio Oriente. Il primo passo verso la liberazione e la riacquisizione di un minimo di sovranità è certamente quello di prendere le distanze da conflitti intrecciati e insensati che ogni giorno rischiano di accendere la miccia di una guerra globale, che nascono come puro arbitrio sostenuto da menzogne divenute palesi, che si appoggiano sul quel terrorismo jahdista e alquaedista che poi viene evocato dal potere all’interno come generatore di paura e di richieste securitarie che inducono alla rinuncia della libertà e che infine non rispondono ad alcun interesse reale del Paese, anzi vi si contrappongono quasi diametralmente.

La vicenda iraniana nella quale gli Usa e Trump in particolare hanno perso la faccia dimostrano come la tracotanza nell’imporre o stracciare trattati solennemente presi ha superato ogni limite. Così come l’ultimo gratuito attacco israeliano alla Siria lanciato come monito all’Iran per sostenere il disperato tentativo di Netanyahu di cavarsi fuori dalle difficoltà e dai pasticci di corruzione, ma che simboleggia il risultato di vent’anni di destre integraliste al potere che hanno portato Israele in un cul de sac guerrafondaio senza uscita. Questa volta però c’è una novità: se Mosca fino ad ora, anzi fino al precedente attacco israeliano di pochi giorni fa su basi iraniane aveva convinto i siriani a non rispondere, questa volta Damasco ha reagito abbattendo oltre la metà dei 70 missili lanciati dai trenta caccia di Tel Aviv e lanciando una ventina di missili terra – terra sulle alture del Golan, visto che il voltafaccia americano su Teheran ha cambiato le carte in tavola. L’unica precauzione è stata quella di non colpire direttamente gli aerei come era accaduto mesi addietro nel corso di una incursione di due caccia: in questo modo Netanyahu può vantarsi di aver azzerato la cosiddetta minaccia iraniana, ma nel contempo Israele è stata avvisata che da adesso Damasco risponderà agli attacchi. Non è la prima volta che i governi israeliani vantano straordinari successi che sono solamente sulla carta: nel 2006 al secondo giorno della guerra del 2006 contro il Libano, Israele si vantò di aver distrutto “tutti i missili Hezbollah a lungo raggio” durante una campagna aerea di 34 minuti. Ma più di 100 missili al giorno hanno continuato a colpire il Paese e e persino Tel Aviv, ben al di là dal confine libanese. Trentuno giorni dopo, Israele chiese la pace. E questa volta l’osso è molto più duro.

Fossi un israeliano mi terrei ben lontano da una ventennale politica che ha portato il Paese in questa situazione senza una visibile via d’uscita oltreché fonte continua di tensione, paura, insicurezza e produttore nelle sue premesse, di una demografia quantomeno bizzarra, visto che quasi il 18 per cento della popolazione è russofona, mentre il 23% è araba e in forte crescita una volta finito il grande flusso dalla Russia. Ma visto che sono italiano l’ interesse è quello di sganciarsi da queste operazioni di guerra, di negare copertura alla tracotanza dell’impero in tutte le sue forme: solo la fratturazione del Washington consensus, la sottrazione di un unanimismo estorto che serve soltanto a dare una patina di internazionalità alla produzione di caos. può alla lunga aggredire la cornice in cui proliferano le tentazioni guerrafondaie.

Tanto più che le vicende militari in medio oriente mentre ridimensionano la superiorità occidentale, tramutandola in qualche caso in inferiorità, mostrano con chiarezza che l’Italia non è difesa dalla permanenza dentro questi meccanismi di guerra divenuti di pura e sfacciata aggressione, ma viene solo esposta. Francamente sarebbe l’ora di dire basta.

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