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Corruzione, piace alla gente che piace

predicaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per una volta che ha citato una fonte autorevole, Di Maio viene invece additato all’abituale pubblico ludibrio come se parlasse di scie chimiche.

Ad essere Incriminata  stavolta è una intervista rilasciata al   Die Welt, nella quale, in risposta alla domanda “Come finanziare tutto questo [il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici nell’economia ] tenendo conto del debito pubblico?” ha risposto: “Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei Conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno“. Il calcolo effettuato sulla base delle stime del 2009  del SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) era stato reso pubblico dall’allora procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, secondo il quale   il volume d’affari della corruzione era pari a “50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria tassa immorale ed occulta”pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini“, ma  smentito successivamente dallo stesso SaeT che gli attribuiva il valore pernicioso di una   “opinione” tossica destinata a alimentare l’antipolitica.

Considerato che agenzie e carta stampata ormai dedicano una rubrica quotidiana alla denuncia di gaffe, uscite inopportune, valutazioni approssimative del socio di minoranza morale e decisionale al governo, non deve quindi stupire che sia stata data importanza al tema, uscito dall’agenda politica almeno quanto la lotta alla mafia e citato solo come gustosa e pittoresca allusione in caso di acqua alta e come se il volume del brand ne cambiasse natura e portata.

Tanto che ha avuto scarsa eco l’indagine dell’Eurobarometro sulla percezione del fenomeno, dalla quale emerge che a soffrire dei suoi effetti sarebbero le imprese: se il 37% delle aziende Ue in media ritiene che la corruzione sia diffusa, un dato in calo rispetto 43% del 2013,  quelle  italiane nel 54% dei casi considerano la corruzione un problema in crescita, “serio” o “molto serio“. Indicando tra le pratiche che percepiscono come più diffuse quelle  di favorire amici o parenti nelle attività lavorative (42%) e nelle istituzioni pubbliche (46%), insieme alla mancata trasparenza nelle procedure di appalto, che per Il 28% del campione  avrebbero ostacolato l’accesso alle gare e la vittoria.

Verrebbe bene tirar giù dalle scaffale della manualistica l’edificante volume/confessione  a firma di Pier Giorgio Baita, prestigioso tangentista ex presidente della Mantovani,  nel quale ha raccontato come fosse semplice creare i fondi neri per pagare le tangenti, corrompere i funzionari anche senza mazzette, farsi amici i politici finanziando le campagne elettorali in forma bipartisan anzi ecumenica, mettere a frutto gli scudi fiscali, grazie a un sistema inaugurato con il Mose  e poi replicato che mette lo Stato e le regole al servizio del malaffare per convertirlo in pratica legale alla luce del sole, portando come esempio il patto non scritto grazie al quale  il Consorzio di gestione in regime di esclusiva delle barriere mobili, veniva remunerato dallo Stato con il dodici per cento di tutti gli stanziamenti destinati alla grande opera, che non serviva per progetti, collaudi, analisi dell’efficacia, ma a pagare stipendi, prebende, mance  e “consulenza varie” di una ampia cerchia di parassiti.

L’epica sulle imprese vittime dell’avidità del settore pubblico, amministratori, politici, ceti intermedi professionali, controllori, si arricchisce ogni giorno di una nuova pagina a dimostrazione che la corruzione sistemica denunciata con la grancassa dell’impotenza da Cantone è incontrastabile, inevitabile e irresistibile, che se vuoi fare profitti è necessario adeguarsi e aprire i cordoni della borsa, tanto che sempre l’ineffabile pentito della bustarelle nel sottolineare come la corruzione  ormai sia una componente strutturale dell’economia,  tanto che nessuna grande inchiesta  giudiziaria abbia avuto l’effetto di ridurre la spesa pubblica e aumentare l’efficienza,  sottintende che la trasparenza genera rischi incalcolabili  perché “denunce e  inchieste fermano il ciclo produttivo” ostacolando di fatto la crescita.

E come dargli torto se la corruzione è, e non da oggi né solo qui, uno dei cardini dello sviluppo  anche se  spesso viene percepita come una patologia che affligge i paesi sottosviluppati nei quali tiranni e satrapi consolidano la potenza delle loro cricche con il familismo, i favoritismi, la distrazione di fondi, il riciclaggio di denaro sporco, la cessione di beni comuni a pretendenti esterni. Mentre è invece vero che almeno una ventina di anni fa sono venuti alla luce report riservati che dimostravano come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale agissero imponendo agli ultimi della terra non solo le loro  i loro “rimedi” sotto forma di austerità, restrizioni, o quei famosi  “piani di aggiustamento strutturale”, ma importando, anche con mezzi militari, modelli -li chiamavano rafforzamento istituzionale – imperniati sulla corruzione,  l’interesse privato, la speculazione. E fa testo l’esempio nostrano dell’Eni imputata con la Schell (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/09/nigeria-oro-nero-nero/ ) per un caso vergognoso di malaffare in Nigeria che con impareggiabile sfrontatezza ha pensato di sottoscrivere Il Compliance Program Anti-Corruzione in coerenza (cito)   “ con il principio di zero tolerance espresso nel Codice Etico”, al fine di  “far fronte agli alti rischi cui la società va incontro nello svolgimento dell’attività di business dotandosi di un articolato sistema di regole e controlli finalizzati alla prevenzione dei reati di corruzione” ed elaborato  “in coerenza con le vigenti disposizioni anticorruzione applicabili e le Convenzioni Internazionali”.

Come a dire che nel quadro del neocolonialismo cui sia pure in posizione marginale partecipa la nostra principale azienda di stato è giusto che siano i generali dell’impero e i loro attendenti a dettare modi, regole, qualità e quantità della merce da estrarre e importi delle operazioni necessarie a oliare le procedure, in modo da evitare quelli che vengono indicati solitamente come rischi di impresa.

Qualcuno, Bagnai tra gli altri, sostiene che la lotta alla corruzione è un’azione prepolitica, che in assenza di un disegno di sostanziale cambiamento del modello economico, ha una valenza simbolica se non addirittura distraente, moralistica più che morale e “emotiva”, proprio perché si fonda sulla percezione del fenomeno più che sulla sua reale consistenza e sul suo impatto.

È vero,  certamente, ma è altrettanto vero che leggi ad personam, impalcature normative e mostri giuridici quali sono quelli pensati e adottati per permettere il sacco del territorio, la dissipazione di beni comuni, la speculazione ad uso di cordate imprenditoriali, banche criminali, multinazionali, insieme a vincoli imposti dall’appartenenza all’Europa, hanno l’effetto di erodere quel che resta della democrazia, grattando via le ultime briciole di sovranità dello Stato in materia economica e di spesa, per affermare l’egemonia privatistica incontrastabile, alimentando la sfiducia anche con la narrazione della impossibilità di contrastare malaffare e corruzione entrati a far parte come il mercato, delle leggi e dei ritmo della natura.

Quindi, e non solo per motivi formali, allegorici e pedagogici, in attesa che si rovesci il tavolo da gioco, darebbe giusto e buono se rientrassero nei nostri budget di cittadini i soldi accumulati da Galan, quelli di Formigoni, i 49 milioni dilazionati della Lega, magari anche il gruzzoletto dei boy leopoldini, in modo da non dichiarare la resa definitiva e fatale all’illegalità come motore di crescita e benessere, in nome dei quali dovremmo restituire l’immunità agli assassini di ieri e di oggi di Taranto,  come vuole Landini, le generose concessioni ad Atlantia, l’archiviazione per gli “irresponsabili” di Rigopiano, facendo calare la caligine dell’oblio su crimini e misfatti e sulle vittime.

 

 


Euro, lo spettro del silenzio

Gli emiliani si sentono abbandonati mentre ancora la terra trema. I va ben a caghér che si sono sentiti durante la fantasmatica visita di Monti, esile come il personaggio, sono l’espressione della rabbia per il silenzio della politica e del governo che trova espressione nelle parole di Paolo Malagodi, docente della Bocconi, in una lettera al Corsera: ”La nostra insoddisfazione  nutrita dall’incessante angoscia per una terra che continua a tremare, si unisce alla rabbia per non vedere nessuno  dei politici di spicco in doverosa visita a questo territorio”.

Ma in realtà siamo tutti emiliani perché un grande silenzio è sceso sul destino del Paese. Un silenzio spaventato e infingardo insieme, l’epitaffio di una classe dirigente al fallimento che cerca di parlare d’altro, che si affanna a progettare pasticci costituzionali ed elettorali per la propria salvezza o si abbandona ai luoghi comuni come alle bandiere strappate dal vento . Certo si fa presto a dire antipolitica, il monito non costa nulla e alla fine è altrettanto qualunquista del bersaglio che vorrebbe colpire: ma sentiamo mai parlare qualcuno dei temi fondamentali che ci stanno schiacciando? Si parla dell’euro e del suo destino? Dell’Europa e dei suoi assetti , di quelle stanze affollate di burocrazia, ma così vuote di politica che si può sentire l’eco? E’ come se porre la questione sia di per sé averla decisa, sia come la violazione di un tabù: eppure sappiamo bene, dalla storia degli ultimi vent’anni che ci sono pro e contro, che prima o poi bisognerà scoprire le carte.  A meno che lo scopo finale dei massacri che si stanno compiendo abbia una precipua finalità politica più che economica: cioè mettere in causa la democrazia stessa.

Ma nulla. Il cuore dei nostri problemi, l’ipoteca che si affaccia sui prossimi decenni non viene nemmeno sfiorata da una destra ormai sfatta come il lettone di Putin e con sospetti resti organici, però neanche dalla sinistra che pettina amorevolmente i suoi feticci e che ha smarrito la speranza in qualche consiglio di amministrazione. Men che meno ne parla il governo, intento a eseguire i compitini imposti dalla preside, a scrivere la brutta copia, macchiata e scomposta, del tema sull’iniquità. Un governo che giorno dopo giorno vede fallire le proprie ricette, che è lì per salvarci, come recita il coro della casta, ma che mostra ormai il suo smarrimento e l’abbandono agli eventi, incapace di persuasione, ma solo di arroganza.

Così non soltanto c’è un’assenza totale di dibattito sulle questioni vitali, ma l’Italia è anche assente dalla scena europea dove il premier si finge mediatore, ma in realtà è capace di aggrapparsi ora a questo ora a quella, in un crescendo di incapacità a esprimere gli interessi e le necessità del Paese. L’oligarchia di poteri finanziari, economici, politici e mediatici, si mostra ormai chiaramente nella sua impalcatura, senza i trompe l’oeil della retorica e con tutto il grottesco  fardello della sua assoluta mediocrità.

Il re si sta denudando- e non solo quello di Arcore – ma tutta la grande corte dei miracoli che da decenni impera e sgoverna appoggiandosi in egual misura ai vizi e alle virtù degli italiani: messa di fronte alle scelte non sa cosa dire e le evita come la peste. Come se le persone non avvertissero fin troppo bene l’ombra che avanza, il temporale che si sta formando, quell’atmosfera di sospensione e di emersione simbolica che c’è nella tempesta di Giorgione.  Ma la corte sa solo chiacchierare davanti al quadro, parla d’altro sperando che qualcosa intervenga a salvarla dalla sua nullità. Si indigna dell’antipolitica, si compiace delle paure che peraltro alimenta. E’ così distratta che non si accorge che è l’ora di chiusura del museo. E che fatalmente o esce con le proprie gambe o provvederà il pubblico.


L’antipolitica dei partiti

Nel paese dei campanelli si sta creando un altro paradosso: che la voglia di politica, di idee, di cambiamento vero e non volto all’aggressione della civiltà e dei diritti, rischia di passare per antipolitica. Pensiamoci, ogni giorno sappiamo qualcosa di nuovo riguardo all’uso demenziale del finanziamento pubblico, ogni giorno abbiamo la prova che esso non serve alla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, come prescriverebbe la Costituzione, ma piuttosto alla loro esclusione e ogni tanto abbiamo la prova che le formazioni politiche non intendono rinunciarvi: invocano con etica accorata controlli stringenti, ma ciò che propongono è addirittura più indulgente della vecchia normativa con i suoi spaghetti al caviale, i suoi diamanti, le lauree, le fondazioni, le clientele.

In compenso non sappiamo assolutamente nulla delle idee e prospettive che i partiti intendono esprimere: tutto è devoluto al massacro montiano, senza che emerga la minima traccia  di politica. Anche oggi una lunga intervista a Bersani non produce la minima idea al di fuori delle solite convoluzioni politicanti, descritte per giunta con paraplegica incertezza. Cose che non hanno senso in un momento nel quale la capacità di immaginare il futuro e un futuro diverso da questa coda del berlusconismo  e del liberismo in salsa Buba che stiamo attraversando.

Quindi non so davvero da parte stia l’antipolitica se dalla parte di chi pretenderebbe che venissero espresse delle idee o dalla parte di chi le nega essendosi ormai seduto sulla vita di apparato e giocando esclusivamente sui balletti di alleanze. Non si tratta di contestare l’esistenza dei partiti, al contrario si tratta invece di averli realmente al posto delle attuali organizzazioni economiche e di interesse costrette o al mutismo assoluto o a difendere interessi oligarchici. Non è nemmeno questione di finanziamento pubblico: non ci vorrebbe niente a ridurlo a dimensioni umane, a renderlo qualcosa in grado di far lievitare la partecipazione dei cittadini e non un premio elettorale per i signori delle tessere e delle camarille. A riacquistare credibilità. Ma ormai i soldi e i soldi abbondanti (che hanno tante strade e non solo quello del finanziamento pubblico) hanno finito per essere un succedaneo del consenso e delle idee.

Per questo da più parti si auspica la nascita di nuovi soggetti politici in grado di di dire un parola sul futuro del Paese, sulla sua società, in grado di esprimere delle speranze: perché la prima fila dell’antipolitica non è occupata dai retori d’accatto, dai “fascisti” del fare di tutta l’erba un fascio, dall’inconsapevolezza al potere, ma proprio dai partiti e dai loro apparati che esprimono ormai solo una totale autoreferenzialità. L’antipolitica, come insegna la storia del Novecento è frutto della carenza di politica, l’altra faccia della stessa moneta che amara per tutti. E ormai in questo Paese c’è n’è una devastante carestia


Calearo, il segno del peccato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri spopolavano sul web i ritrattini doverosamente velenosi dello smargiasso Calearo nel suo potente spot dell’antipolitica.
Antipolitica, c’è quella di Adelchi morente: «non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede». C’è quella di Creonte, dell’implacabile antagonismo di amico/nemico, alla quale, Antigone lo sa, si può sfuggire solo nell’Ade. C’è quella dei cialtroni che accendono sospetto e risentimento in modo da affievolire il respiro della democrazia e l’autorevolezza delle istituzioni, lasciando spazio ai veleni autoritari.
C’è quella così ben rappresentata dalla compagine governativa, fatta di disprezzo spocchioso per lo Stato, per il bene generale e per i bisogni della cittadinanza, preferendo l’interesse degli affini, il prevalere del privato, l’egemonia del mercato e del capitale, senza regole e limiti. E che aggiorna l’analisi di Julien Benda sui chierici traditori al servizio del potere temporale, pronti a servirlo con la loro spada di qualsiasi materia sia fatta. C’è lo sforzo di Thomas Mann di sfuggire alla forza d´attrazione che si sprigiona dal semplice sapere che la politica esiste, il suo opporre – un bel po’ presbite – ai demoni che si affacciano, l’incanto di un aristocratico decoro preborghese.
È che la politica ha in sé, da sempre, lo stigma del peccato, della violenza del dominio che si replica nei secoli, ché sembra non esistere una via virtuosa per conseguire il potere. E in tempi di crisi si materializzano gli archetipi di una politica che ha come madre la potenza sopraffattrice, nelle relazioni tra i popoli, tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all’interno dei popoli delle città delle famiglie.

L’uso di categorie primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo dell’agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica basata sulla malevolenza tra gli esseri umani. I nostri ministri, austeri con noi e licenziosi con la loro cerchia, la interpretano magistralmente, inducendo divisioni, rompendo patti e vincoli secolari, creando aberranti gerarchie nei bisogni e nei diritti. Mentre la politica dovrebbe essere quella di Aristotele, il cui «compito pare essere soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale. Quella di coloro che amano stare “con” le altre persone, non “sopra”, non “accanto” o, peggio, “altrove”; ma di coloro che conducono la loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne intorno, stando dentro le relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme, fanno, di una semplice somma d’individui, una società.

Oggi i veri interpreti dell’antipolitica sono quelli che hanno trasferito e chiuso la loro polis dentro agli ambienti confinati dei salotti, delle accademie, delle fondazioni culturali, delle tavole rotonde, dei consigli di facoltà, degli studi televisivi. Siamo ormai nel pieno di un regime autocratico e oligarchico, che fa esercizio di una separatezza che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione, di una distanza siderale dalla cosiddetta gente comune, che disprezza, trattandola non come cittadini ma come plebe, oziosa, infantile, riottosa e inadeguata.
E d’altra parte succede così con i poteri “vicari” che in questo caso occupano il vuoto lasciato dalsistema dei partiti, sempre più chiuso in se stesso, incapace di riprendere il dialogo con gli elettori e spaventato del confronto coi cittadini. Lo dimostra, per il Pd, l´esperienza negativa di primarie e elezioni, da Milano a Cagliari, da Napoli all´ultimo episodio di Genova, che ora si vuol persuadere che da questa difficoltà politica si possa uscire con espedienti procedurali o accentuando il controllo partitico sulle candidature alle primarie. Mentre il nodo è altrove, e riguarda la necessità di prendere atto non solo dell´esistenza di nuovi attori politici, ma delle realtà che sono capaci di rappresentare.
Tante volte in questi giorni si è parlato di sospensione della democrazia, di una democrazia impoverita, ferita e irrisa. La verità è che se la democrazia è a porte chiuse vuol dire che non è più tale, che quello spazio un tempo attraversabile dalla rappresentanza sociale oggi è ermeticamente sigillato.

Il disincanto che proviamo si manifesta nel modo peggiore: valvola di sfogo per i cittadini, che si sottraggono alle proprie responsabilità e le scaricano sulla classe politica, divenuta il capro espiatorio universale. È questo rischio che rende questa antipolitica manovrabile da chi ne sa cogliere l´ingenuità credulona, l´imprenditore politico populista, che sfrutta il qualunquismo e l´indignazione per sostituirsi ai vecchi politici, e finge che tutto cambi perché tutto resti com´è (o peggiori radicalmente). O gli esecutori di quella ideologia che combina finanza e tecnocrazia, con la la convinzione – maturata nel positivismo ottocentesco come nelle pratiche manageriali novecentesche – che la politica sia un modo primitivo di regolare la coesistenza degli uomini, cui si deve sostituire mercato, concorrenza rapace e spietata, automazione e illiberale e arbitraria flessibilità.

Pare che la globalizzazione voglia dire soprattutto e in tutto l’Occidente che i cittadini si muovono disordinatamente in spazi diversi, impermeabili e incompatibili, minacciati dalla diffidenza e dall’odio, sfidati dai flussi di varia provenienza, ricattati dalla liquefazione di legami, avvelenati dalla solitudine e dalla paura, sconfinati e estremi, usurpati dalla necessità e dal profitto.
Eppure è proprio in questo mondo che contiene altri mondi, che configura nuove antropologie, nel quale si agitano dinamiche inedite che si deve coagulare qualcosa che si muove, che deve prendere le fattezze di un soggetto davvero politico e davvero democratico, interpretare i bisogni con responsabilità e tutelare i diritti con equità, rispondere alla moderna barbarie con l’antica umanità.


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