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Marina grandi marche

marina-berlusconiDa giorni mi chiedo cosa ci sia di strano o di scandaloso nella probabile successione di Marina Berlusconi al Cavaliere condannato e trovo anzi inopportuno che non si faccia anche il nome di Pier Silvio per qualche ministero importante, magari quello della erre moscia che galvanizzerebbe pure i montiani. La successione ereditaria è nella cultura del Paese, vige alla Rai come all’Enel, nei ministeri come nella banche, nelle Università come negli studi legali, nei media come nell’edilizia: è la piaga da decubito di una società che giace nell’immobilismo da rendita o in quello da paura.

Perché mai allora Marina B. non dovrebbe subentrare al padre in un partito di stampo padronale che funge da finanziaria politica per le aziende del gruppo? Cosa vi sarebbe di stravagante in una successione al potere dentro una concezione che non vede differenza tra il governo di un Paese e quella di un’azienda? Berlusconi infatti viene votato nella catastrofica e ingenua convinzione che un imprenditore sia l’ideale per raddrizzare le sorti di Italia Spa. Poi diciamolo francamente che differenza ci sarebbe nel puntare su una Santanché dentro una politica che bada soprattutto alla roba di famiglia? L’occhio del padrone ingrassa il cavallo.

Del resto figli, mogli e nipoti sono abbondanti in tutti gli emicicli parlamentari a cominciare dall’Udc  che si è fatto il partito in casa per finire allo stesso Pd che alle ultime elezioni ha candidato un invidiabile dispay di “eredi”: Marietta Tidei, Daniela Cardinale, Flavia Nardelli, Giuseppe Lauricella, Francantonio Genovese, Simone Valiante, Valeria Fedeli, Maria Chiara Carrozza per citare solo le parentele dirette, altrimenti si fa notte.

La successione è dunque nello spirito del berlusconismo, sia che lo si veda come anomalia che ora viene normalizzata e perpetuata dalla nuova e santa alleanza delle larghe intese, sia che lo si veda come autobiografia del Paese. Perciò lo scandalo non è Marina Berlusconi, ma il declino italiano che fa da detonatore finale alle sue storture e alle sue arretratezze e al quale non potrà essere posto rimedio se non con cambiamenti radicali, come dimostra anche il fatto che abbiamo un premier nipote e un presidente succeduto a se stesso in tarda età non avendo un’adeguata figliolanza.

Marina Berlusconi poi non è solo “figlia di”, ma è anche un brand indispensabile per sfruttare la fidelizzazione dell’elettorato, è il fustino che lava più bianco o il frollino fatto da Banderas. E’ la “grande marca”. Aspettiamo solo il nipote di Mubarak.


Bonino mica tanto

Senato - legge stabilita' - fiduciaAlla fine di ventennali ondeggiamenti tra Silvio e l’opposizione, campionessa dello stile libero dell’ambiguità e dell’indeterminazione, Emma Bonino si è rivelata per ciò che è: una politicante alla pari degli altri, se non anche peggio. Nel giro di pochi giorni ha mostrato che le libertà civili sulle quali ha costruito una carriera e quasi un mito di se stessa, sono poco più che carta straccia quando in gioco ci sono le poltrone che contano. Dopo un endorsement in favore di Erdogan,  ha rifiutato ogni ipotesi di asilo polito a Snowden e non trascinata dalla real politik, ma parrebbe da una sincera condivisione per i metodi dell’intelligence imperiale e per i suoi fini che di certo non hanno nulla di libertario e tutto di oppressivo e infine ha accettato passivamente la “svendita” della moglie della figlia  del dissidente kazaco Ablyazov, lasciando, senza profferire parola, che fosse consegnata illegalmente da Angelino Alfano, al dittatore Nazarbayev, con il quale Silvio è sincero amico condividendo visioni politiche,  forse affari personali, attraverso l’Eni e certamente etere tartare .

Se si vuole sperare di diventare presidente della Repubblica bisogna ovviamente dare segnali sia agli Usa di una fedeltà a tutta prova, sia ai potentati nazionali del petrolio e ai loro illustri mezzani di essere oltremodo sensibili alle loro esigenze. E chissenefrega dei diritti civili o della supremazia del diritto o di quella Corte penale internazionale di cui è stata tra gli ispiratori. Se penso che per molti anni è apparsa alla destra di Pannella quando parlava del ladrocinio di democrazia e dello scippo di libertà, viene da piangere. Ma poi viene anche da pensare che una persona che dal 76 siede ininterrottamente o nel Parlamento italiano o nel Parlamento europeo con esperienze non propriamente felici, si capisce che il potere corrompe e che forse da molto tempo i valori di riferimento erano diventati solo formule vuote di sopravvivenza politica da una parte o dall’altra. Che forse messa alla prova quella libertà intesa soltanto come individuale si è tramutata in un fantasma che vale la pena di difendere solo quando può essere strumento di potere.

La Bonino si è laureata con una tesi su Malcom X, ma alla Bocconi. rende perfettamente l’ambiguità tra l’apocalissi e l’integrazione. Anzi  l’uso della prima per rendere più remunerativa la seconda.

 

 


Il Letta è una rosa, chi non dorme si riposa

lettaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte si è tentato di mettere insieme gli ingredienti della perfetta bellezza: lo sguardo di Bacall, il nasino di Bardot, la bocca di Marylin.
Il risultato è stato stucchevole, perché la perfezione non è un collage né un risultato aritmetico e nemmeno una formula chimica.
Il ceto politico però ci prova con il perfetto Letta: eterno, irriducibile boy scout, fervente cattolico ma blandamente divorziato, europeista fin da adolescente, tifoso di calcio, si definisce uno sempre appena sotto i più bravi, ma almeno laureato, il più giovane ministro nella storia della Repubblica, all’Industria, ma così industrioso da non aver mai lavorato in un posto vero, giù dirigente politico ancora coi calzoni corti, fan di Vasco Rossi, ma ordinatamente membro dell’Aspen, così garbato con gli anziani da essere giovanissimo cooptato nella Trilateral, seguace di Dylan Dog e (coerentemente) molto ascoltato in Bilderberg, tra i fondatori della Margherita (Lusi fece il suo nome per sospette distrazioni di fondi pubblici),, ma approdato subito al vertice del Pd, dove una medaglia di bronzo alle prime primarie lo colloca in una posizione defilata, da dove ha navigato in acque protette e pacifiche, di quelle predilette per indole familiare.

Si è perfetto, uno di quelli con cui le mamme permettono alle figlie di fare il ripasso di chimica, che bizzosi sapienti e capricciosi professori si scelgono come protetti, da sistemare senza sorprese per via di una specchiata mediocrità. Non troppo brillante, ma abbastanza smart e futurista da aver creato un think tank, VeDrò, dove tutti possono sentirsi a loro agio, ecumenico e aperto, come succede alle organizzazioni senza ideologie e con ancora meno idee, a «gente originale, creativa, intraprendente e animata da un po’ di sana incoscienza», come recita il sito. Infatti fanno «parte del nostro network» Angelino Alfano, Giulia Bongiorno, Ivan Scalfarotto, Paola De Micheli, Benedetto Della Vedova, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, Maurizio Lupi, Marco Meloni, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Renata Polverini, Laura Ravetto, Flavio Tosi e Matteo Renzi, Francesco Boccia, Nunzia De Girolamo, Mauro Moretti, Chicco Testa, e Nicola Maccanico, in un amalgama di arrivismo, ambizione, calcetto e chitarrate in riva al lago, rok e vecchie canzoni suonate al piano da Confalonieri, parimenti gradito a vecchi marpioni e nuovi tecnocrati – Passera è un membro autorevole, vezzeggiato dai padroni del vapore vicini e lontani e blandito dalla stampa.

C’è chi dice che sia proprio Letta l’Amato dei nostri tempi: abbiamo da temere per i nostri conti, la nostra sovranità – è stato segretario generale del Comitato per l’Euro del Ministero del Tesoro, per il nostro uguale e rispettato accesso ai diritti anche i più gravosi – non è certamente un laico, per i nostri beni comuni – è un fan delle liberalizzazioni più sgangherate.
Il delfino di quel ceto, l’enfant gatè di tutti i cerchi e i tortellini magici, l’unto del signore “eletto” grazie alla baldanza e la sicurezza del censo, della nascita dalla parte giusta, quella più iniqua, della soave banalità non è la desiderata “normalità” che può guarirci dall’anomalia italiana, perché di quell’establishment, di quella anomalia, è un figlio prediletto.


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