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Opere virali

grope Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non occorre aver dato un’occhiata ai risvolti di copertina dei Cicli economici di Schumpeter per sapere che le guerre vengono dichiarate non solo per appagare appetiti espansivi, per depredare interi territori di risorse e beni, per piegare popoli riottosi alla servitù, ma anche per favorire, sulle macerie prodotte fuori dai confini e anche dentro casa per via dei costi economici  e sociali bellici, un nuovo business cycle, quello della “ricostruzione”.

Si potrebbe ipotizzare fantasiosamente addirittura che possa essere quello uno degli scenari della “burrasca di distruzione creativa”, quel processo cioè di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creandone una nuova.

Oddio, poco c’è di nuovo nella “ricostruzione” che si prepara qui da noi dopo la guerra mossa all’assetto sociale, di relazioni ed economico dai generali dell’esercito anti Covid19. Non si è nemmeno detto quando un capitano coraggioso darà il via libera all’apertura delle porte di Gerico, segnando audacemente la fine della narrazione apocalittica e il ritorno molto graduale a uno stato di crisi normalizzato con tanta efficacia da sembrare desiderabile, che già si indovina chi saranno i vittoriosi che trarranno profitto immediato e tangibile dall’emergenza.

A farsene portavoce è stato il  viceministro ai Trasporti, Giancarlo Cancelleri, già capogruppo regionale del M5S in Sicilia, assoldato e passato entusiasticamente nelle file del partito costruttivista di maggioranza “morale” dell’Esecutivo, che ha dettato le linea dello sviluppo “postbellico” – la definizione è sua – durante una conferenza stampa, strumento  rientrato in auge dopo i fasti della comunicazione istituzionale tramite tweet e social, da ieri sottoposti a censura severa in nome della verità.

Disgraziatamente il personaggio non è dotato di grande carisma, si spende, il poveretto, per persuaderci dei benefici che verranno per crescita, occupazione e reputazione internazionale dal grande programma di sviluppo, che poi è l’accelerazione dei progetti  previsti in contratti di programma per il periodo 2016-2020. Purtroppo però ha solo l’effetto di suscitare rimpianto e nostalgia perfino di Toninelli o, peggio mi sento, di prestigiosi malaffaristi del Rolex del passato, con i grafici, le schede, le statistiche bugiarde preparate dai loro boiardi e consulenti.

Chi volesse prendersi la briga, visto che abbiamo  molto tempo libero e di più ne avremo in qualità di superstiti disoccupati, di guardarsi il video, saprebbe che le intendenze sono già all’opera per, nell’ordine, sbloccare la mole di denaro ferma dalla burocrazia, mettere in circolo risorse al fine di realizzare lavoro, produrre Pil e promuovere benefici per le aziende, trasformare le tragedie in opportunità, come è avvenuto per il Ponte Morandi, dalle cui rovine è risorta l’araba fenice di poteri eccezionali e commissari straordinari in grado di semplificare procedure, aggirare molesti ostacoli e mobilitare miliardi.

E infatti il Grande Piano del quale si propone come testimonial di eccellenza si colloca proprio nel quadro normativo disegnato per quella “ricostruzione”, in modo da implementare questa qua “del dopo virus”, all’insegna del culto della semplificazione, che, come abbiamo imparato, significa eleggere qualsiasi oltraggio immaginato per foraggiare cordate opache, a intervento di interesse pubblico, favorire la trasformazione  di ogni ritardo e ogni inefficienza in “emergenza” da risolvere con azioni di forza, leggi speciali, demolizione dei sistemi di controllo e vigilanza, elusione di  precetti e prescrizioni.

Recuperando immagine e considerazione della gatte presciolose, il dinamico viceministro svezzato in patria a suon di sacco di Agrigento, Palermo, Messina anche senza Ponte, ma non è detta l’ultima parola, sgombra il campo dall’inutile retorica della programmazione e pianificazione, dalla bubbole della compatibilità ambientale, dai canoni enfatici della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

E infatti recita che non si deve perdere tempo a elencare priorità, a cercare figure manageriali e organizzative di tipo commissariale, meno che mai si deve imporre il rispetto di regole amministrative considerate doverose e normali in altri contesti e altre situazione. Così si è deciso di mandare avanti i due contratti di programma di Anas e Rfi già avviati e votati, in modo che gli enti siano stazioni appaltanti e il loro Ad svolgano le funzioni commissari straordinari, ricordando il precedente avvelenato di organismi creati in veste di  controllori e  controllati, inquinatori e pulitori,  vigilanti e vigilati, incaricati e consegnatari, il Consorzio Venezia Nuova tanto per fare un nome.

Così si potranno, dice lui, “velocizzare” i lavori per opere che sono già interamente finanziate e inserite nei contratti di programma dell’Anas e della Rete ferroviaria, per un valore complessivo di 109 miliardi:  Passante di Bari o della 106 Jonica in Calabria, l’Alta  velocità in Calabria l’ampliamento del corridoio ferroviario Berlino-Palermo. Come?  È semplice, sempre secondo lui: invece di attendere i soliti 30 giorni per il silenzio-assenso delle prefetture, ne basteranno dieci, e a controllare sarà il prefetto della zona dove viene realizzata l’opera.

E dire che qualcuno pensava che il dopo pandemia non sarebbe cambiato niente, e dire che qualcuno addirittura sospettava che tutto sarebbe andato peggio di prima. Macché, basta prolungare lo stato di eccezione, estenderlo a tutti i settori, sospendere normative arcaiche e improduttive, esonerare la libera iniziativa da lacci e laccioli, andare incontro a quelli che appunto Schumpeter definiva “uomini fuori dal comune”, gli imprenditori, intesi a “realizzare il cambiamento”, l’innovazione, per aumentare il “prodotto sociale”, e che importa se dietro a loro ci sono gli interessi di Atlantia restituita alla legalità e alla legittimità, che importa se ci mangerà qualche cosca non poi troppo differente dai manager ferroviari dei Viareggio, se l’occupazione sarà quella die cantieri a termine nei quali verrà reintrodotta la “sicurezza” della normalità, senza guanti e mascherine, quella degli altoforni di Taranto, delle impalcature traballanti, degli stranieri in nero, del maledetto fattore umano imprevedibile, che lede la rispettabilità dei signori della Tysshen.

In fondo è proprio vero, finchè c’è guerra c’è speranza.

 


Baggianate & Corruzione S.p.A.

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A essere frivoli, come i cantanti dei tormentoni estivi: solo tre parole, come le meteore di Sanremo, vinci non vendi un disco e scompari, a essere seri come Majorana o Caffè. In molti si chiedono dove sia sparito il Ministro dei Beni Culturali, del quale non abbiamo avuto notizia sia pure nel susseguirsi di catastrofi che hanno ferito forse irreversibilmente uno dei territori più ricchi di arte, cultura e memoria del Paese.

Offuscato perfino dalla sua signora nelle vesti di vaiassa post grillina in consiglio comunale di Roma, superato e smentito dagli eventi: era quello che diceva che non si doveva svendere il patrimonio di Ente Eur, anche se costava non finire la Nuvola di Fuksas, non ci resta che sperare che ricompaia nella sera di Halloween per farci sapere che c’è e che possiamo sperare in una di quelle sue sortite umoristiche: riempire la Sicilia di campi di golf, animare il tetro Colosseo con eventi ludici con tanto di giochi d’acqua,  gladiatori, leoni, che il piccolo imperatore col pollice verso c’è già, valorizzare lo spento Sud puntando sui cavalli, non le scommesse, per carità, ma magari con un bel centro di equitazione a Carditello … e altre amenità simili. Che seguono comunque un filo conduttore ben identificabile: spalancare le porte ai privati, ma mica ai mecenati, per carità, no, agli sponsor o meglio ancora a investitori da attrarre con ogni genere di blandizie, compresa una sospensione generosa e necessaria di regole, sorveglianza, controlli, come si conviene a un paese in eterna emergenza.

Si, si, meglio che non parli, meglio che non si veda, se il suo ultimo segnale di esistenza tra noi è una risposta al sindaco di Matelica che chiedeva aiuto per la sua terra, e nella quale sciorinava il repertorio di baggianate  da imbonitore di luna park. Che è così che vogliono trasformare questa Italia, in una fiera paesana coi banchi dei “saperi tradizionali”, degli insaccati, con le gite col parroco e i venditori di pentole, per “rivitalizzare i piccoli centri” e valorizzare il tesoro monumentale dei paesi. Peccato che proprio ieri un bel po’ di quel tesoro si sia sgretolato, malgrado le “cento squadre che l’hanno censito e messo in sicurezza” rivendicate nell’intervista alla Gazzetta di Renzi, e ai 42 edifici vincolati.  Perché al ministro competente –  competente, lo ricordo, è solo un modo di dire – sfugge che monumenti che per secoli hanno retto, in mancanza di manutenzione, tutela, salvaguardia dall’inquinamento che si mangia pietra e marmo, se gli sferri una botta più energica, non reggono. E questo vale per le chiese sulle quali non vigila la chiesa, che preferisce investire in case albergo, ostelli e B&B, ma anche per Pompei, per la Reggia di Caserta, per il tessuto monumentale di Venezia e Firenze, compromessi così tanto da subire l’onta di essere depennati dall’elenco delle regine della bellezza e della memoria mondiali dell’Unesco.

Che tanto poi se tace lui a parlare è il padroncino, che con una delle sue esuberanze da sciacallo istituzionale, ci ha fatto sapere a caldo che la ricostruzione si farà e senza subire i ricatti, le imposizioni e le intimidazioni delle burocrazie e dei tecnocrati. State tranquilli, non parlava certo di quelli che stanno a Bruxelles contro i quali abbaia da lontano e corre con guinzaglio in bocca se lo chiamano, preoccupato di fare la voce grossa, per paura di essere licenziato.

No, c’è da temere visti i precedenti, che le burocrazie e i tecnocrati (voteranno tutti No?, saranno tutti parrucconi? saranno i soliti disfattisti?) altro non siano che quella rete di vigilanza e  controllo che frappone ostacoli allo sviluppo e alla libera iniziativa. Quale? Ma quella creativa, come la finanza, che si esprime con cemento come colla, che si candida –e  ottiene –  posti in prima fila nelle cordate delle grandi opere, quelli del Cociv, il consorzio guidato dalla potentissima Impregilo-Salini,  che si è aggiudicato la realizzazione del Terzo Valico e che è così poco intimidito non solo dalle autorità di sorveglianza, ma anche dalle manette da celebrare i suoi successi con una cerimonia pubblica, svoltasi sabato a Alessandria, e voluta dal commissario di governo del Terzo Valico, Iolanda Romano, per confrontarsi sulle  «opportunità» per il territorio offerte dai 60 milioni di finanziamenti messi sul piatto dal ministro delle infrastrutture e da Rfi. 60 milioni che farebbero un gran comodo ai comuni colpiti dal sisma, 60 milioni, quasi il doppio della dotazione per la tutela del Ministero quando Franceschini si insediò, saliti, ma solo sulla carta a quasi 2 miliardi, da destinare – sono parole sue – a “grandi progetti”, una formula che, sulle sue labbra, desta preoccupazione, anche in Disneyland che potrebbe temere la concorrenza.

Il fatto è che danno i numeri, lui, il sindaco mediceo, la squinzia costituzionalista, che tanto poi c’è Padoan  a far sapere che i soldi non ci sono. Il formidabile incremento ammonterebbe  in percentuale sul bilancio dello Stato a uno 0,30 per cento contro lo 0,40 di 15 anni fa.

E intanto mentre il Centro Italia crolla i musei funzionano a orario ridotto per mancanza di personale, i funzionari ministeriali sono anziani, malpagati e demotivati, si sono penalizzate menti e competenze in favore  di manager commerciali esperti in marketing. Tutti tecnocrati probabilmente, a cominciare dagli empi sovrintendenti, dei quali proprio Renzi ebbe a dire:  “Sovrintendente   è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba….”.

Fantasia, sarà stata quella a far morire un uomo al volante della sua auto nel cuore della Brianza perché per tre ore nessuno ha voluto fermare il traffico mentre un cavalcavia si sbriciolava, mentre l’entusiasta Anas e la fantasiosa Provincia di Lecco si scontravano sulle competenze  senza che nessuno fermasse un tir da 108 tonnellate che percorreva il viadotto fatale. Fantasia quella che ha ispirato i lavori antisismici in qualche scuola. Entusiasmo quello che ha animato i sedicenti restauri nelle chiese marchigiane. O quello che muove le paratie del Mose, inceppate perfino dalle cozze, peoci per i veneziani, o che intride d’acqua i padiglioni dell’Expo.

Allora non ci resta che metterci noi a fare i grigi tecnocrati.  Renzi con la consueta faccia di tolla e la proverbiale tempestività ha avuto l’ardire di dire in conferenza stampa domenica mattina:  «Non faremo sconti di nessun genere e chiederemo forte alle popolazioni di aiutarci». E noi rispondiamogli forte, aiutiamoli a andare a casa lui e i suoi ministri, loro che possono.


Scippo al Passante

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quasi 40 milioni a chilometro è costato il Passante di Mestre, Grande Opera necessaria, si disse, per alleggerire il traffico sull’autostrada A4, quella che collega Torino a Trieste.

Talmente necessaria che malgrado i costi iniziali di costruzione siano lievitati di più del 60%, malgrado sia fortemente passiva – i pedaggi, anche a fronte dei provvidenziali rincari imposti dalla Cav, Concessioni Autostradali Venete, l’azienda di gestione al 100 per cento pubblica, che non bastano a ripagare l’unica socia, insieme alla Regione Veneto della Cav, l’Anas, delle spese di realizzazione, malgrado le società costruttrici siano coinvolte nel  “Mafia Serenissima”: nel corso delle indagini  sarebbe emerso un collegamento tra il MOSE e le altre infrastrutture che le società del Consorzio Venezia Nuova, tra cui la Mantovani spa, stavano realizzando in Veneto, la principale delle quali  era proprio il Passante di Mestre, malgrado tutto questo, dunque, che conferma come quel territorio sia diventato il laboratorio sperimentale del programma globale di concedere al privato il controllo totale sul pubblico per indirizzare le risorse  verso i propri interessi, grazie alla corruzione economica e a quella delle leggi,  la Bei e la Commissione hanno disposto un magnanimo “sostegno pubblico” all’ intervento, annoverato tra quelli strategici.  Un aiuto generoso che consiste nell’emissione di bond, obbligazioni per rifinanziare il debito, per un valore compreso tra i 700 e i 900 milioni, con una durata di 15 anni e garantite dalla banca di investimento europea, che si fa carico della restituzione di almeno il 20 per cento del prestito offerto dai sottoscrittori.

È bene che lo ricordino quelli che si illudono che la riesumazione del Ponte sia solo una boutade pre-referendaria (a dicembre arriverà alla Camera il Ddl sblocca-ponte, esulta Alfano), quelli incantati dallo “sviluppismo” dinamico tramite cemento e dissipazione del suolo, quelli che pensano che l’occhiuta matrigna tirerebbe le orecchie al burbanzoso scolaretto se volesse girare il suo film tra un colossal e il Padrino. E siccome si tratta di quelle mega produzione che farebbero invidia a Hollywood, con tanto di sequel, i protagonisti ritornano e non muoiono mai. Infatti nell’ormai lontano 2005 indovinate chi si aggiudicò l’appalto per il Passante: proprio Impregilo, fino a tre anni prima principale azionista del Consorzio Venezia Nuova, che aveva partecipato con un solo competitor, la Pizzarotti di Parma. Che misteriosamente in prima battuta si macchia di un errore procedurale: la  busta non è sigillata con la ceralacca, tanto che  la gara viene rinviata e non sorprendentemente se l’aggiudica il solito sospetto. Pizzarotti protesta, ricorre, dimostra, ma inutilmente, che tutti i parametri erano in suo favore, salvo uno a dir poco discrezionale, quello sul “valore” attribuito dalla commissione giudicante alle imprese partecipanti. Niente da fare, Impregilo, la società davanti alla quale il premier si è pubblicamente inchinato, firma il contratto con la Regione entusiasticamente rappresentata dall’allora presidente Galan che dichiara che la sua soddisfazione “è indescrivibile, è a un livello sublime”.

Ora c’è da chiedersi perché mai dovremmo avere fiducia in questi soggetti, che ogni volta ritornano in una danza macabra, dandosi il cambio e avvicendandosi, rinnovando alleanze e ricostituendo cordate: loro sì che hanno saputo unirsi in tutto il mondo,  cui “si dice” partecipino imprese “riconosciute” ufficialmente  come criminali, con marchio dop della mafia, in modo da non perdere mai le occasioni munificamente offerte da governi assoggettati alle cupole dell’impero.

Perché mai dovremmo permettere che i loro profitti si moltiplichino a spese nostre, inseguendo illusorie promesse di “partecipare” dei miserabili resti dispensati dalla manina della loro ingiusta Provvidenza. Ormai nessuno dei contigui a questa marmaglia, a queste cricche miste: privato, pubblico, politico, nazionale, estero finge più di credere al mantra tante volte ripetuto ma solo a fini propagandistici. Ambiente, niente, diceva un comico di qualche anno fa, e niente manutenzione, niente risanamento, niente opere di salvaguardia, niente ricerca e applicazioni tecniche per la sicurezza delle città, dei suoli, delle acque, meno che mai del lavoro, perché la loro crescita, il loro sviluppo, il loro avanzare impone di soggiogare paesi, popoli, risorse alla loro furia spoliatrice, che deve fare presto, macinare investimenti, moltiplicare dividendi.

E allora bisogna dire di No. Alle loro riforme come alle loro piramidi. Perché le due cose sono intrecciate strettamente, indistinguibili dentro alla menzogna della stabilità, alla convenzione della governabilità. Se, come è vero, la realizzazione delle grandi opere permette di accrescere considerevolmente gli effetti  del processo di appropriazione criminale di rendite parassitarie, concentrando le opportunità di profitto illecito entro sedi istituzionali e processi decisionali circoscritti e più facilmente controllabili,  quelli di un “sistema” che non si preoccupa di violare il codice penale, perché le leggi sono state piegate alle sue esigenze, a quelle di emergenze fittizie che prevedono regimi eccezionali, deroghe e commissariamenti, procedure semplificate, il sopravvento di soggetti monopolistici.

Se non siete faraoni e se non volete essere schiavi, se non credete al mito futurista della velocità che accorcia i tempi di percorrenza dall’umiliata Calabria alla mortificata Sicilia, se non avete fatto giuramento di fedeltà a clan criminali o “diversamente” criminali, se vi sta a cuore il bene comune, se volete riprendervi spazio, respiro, decisioni e libertà, vi conviene cominciare a dire No .

 

 

 


La festa è appena cominciata

viadotto crollatoNo davvero, la festa non è finita come asserisce Renzi con il miliardesimo twitter in cui ci rassicura che i responsabili dovranno pagare. Anzi la festa finale è appena cominciata: il cedimento di un viadotto in Sicilia dopo una settimana dalla sua inaugurazione dimostra con inoppugnabile chiarezza che la presenza del guappo di Rignano a palazzo Chigi è avvertita come una garanzia per l’opacità e l’irresponsabilità. Solo così si può dare un senso al fatto che un’opera stradale sia stata costruita con tanta leggerezza da durare 7 giorni e che il direttore dei lavori, le ditte appaltanti, i controllori di ogni tipo e i collaudatori non si siano minimamente accorti delle debolezze del manufatto.

Del resto la circostanza che il premier “motu proprio”, come adesso rivendica, abbia provveduto a riabilitare e ridare agibilità politica a Berlusconi con una nuova e pazzesca legge fiscale, testimonia al di là di ogni dubbio questo tipo di atmosfera. Sono i fatti che parlano e ci dicono di un viadotto costruito da un consorzio formato dalla Bolognetta scpa, emanazione della Cmc di Ravenna (con cui condivide la sede), dalla Ccc di Bologna il cui presidente è il medesimo Massimo Matteucci a capo della Cmc e dalla Tecnis di Mimmo Costanzo, imprenditore cresciuto dopo essere stato per diversi anni assessore al Bilancio e Sviluppo economico del comune di Catania all’epoca del sindaco Bianco e operante esclusivamente a quanto è dato di sapere, nel settore  dei lavori pubblici, siciliani e non. Noto è il fatto è che un suo appello per i ritardi nei pagamenti dell’autorità portuale alla Tecnis per la costruzione della darsena commerciale di Catania, sia stato accolto con straordinaria rapidità da Renzi con inevitabili scambi di complimenti fra i due. Peccato che non tutto luccichi in quella darsena: a fronte di una utilità tutta da verificare, l’opera richiederà una manutenzione regolare e molto onerosa per mantenere il pescaggio. Insomma una sorta di vitalizio per la Tecnis. Ma chi volesse saperne di più può utilmente leggere qui qualcosa che non si trova sull’informazione di regime.

Per la Cmc non c’è molto da dire se non che la coop “rossa” (si fa per dire naturalmente) lavora alla Tav ed è al centro di tutta l’opacità dell’Expo tanto che Greganti fungeva da “ambasciatore” del gigante cooperativo. Insomma in tutto l’affaire del viadotto si respira aria di famiglia piddina per cui ci sono poche speranze che si trovino davvero dei responsabili. D’altro canto l’Anas ha già fatto un passo indietro dichiarando che il cedimento non riguarda l’opera in sé, ma per dirla senza tecnicismi, del rilevato dell’opera, ossia della sua base di appoggio. Non è che cambi molto, anzi fa sorgere dubbi ulteriori sulle manine che hanno sistemato il terreno e posato il cemento per l’opera, ma probabilmente cambia molto dal punto di vista dell’accertamento delle responsabilità e delle conseguenze: la peggiore delle quali potrebbe essere il fallimento della Bolognetta, ossia di un puro nome di comodo.

Per la cronaca è il quarto viadotto che crolla in due anni in Sicilia, quattro occasioni in cui in cui si è giurato che i responsabili sarebbero stati trovati. L’ultima a luglio scorso, siglato dallo stesso Lupi e con le medesime parole rituali. La festa è finita? No di certo, la notte della Repubblica è ancora giovane: finché c’è qualcuno e sono ahimè tanti che si benda gli occhi e si compiace della tempestività della risposta twittara di Renzi, vuol dire che siamo appena all’aperitivo anche se già ubriachi.


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