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La storia scritta dalle talpe

Code-Breakers-website-cropCi si può adattare a ogni condizione e ad ogni cosa ma per quanto ci si possa fare l’abitudine, la stupidità coglie sempre di sorpresa, specialmente quando è accompagnata dalla malafede in un coacervo nel quale non si sa bene dove comici l’una e finisca l’altra. Leggendo un saggio su Alan Turing, il padre dell’informatica, in pratica assassinato dal governo britannico per la sua omosessualità, si rimane sconcertati:  il grande matematico, ai suoi tempi castrato chimicamente, viene onorato attraverso una grossolana balla storica che probabilmente è buttata lì sia per fare un’ ammenda non richiesta e del tutto inutile, sia per suggerire il fatto che siano state solo la Gran Bretagna e l’America a sconfiggere Hitler e il nazismo. Com’è noto Turing fu uno dei personaggi eminenti di  Bletchley Park, il centro che la Gran Bretagna aveva allestito negli anni della guerra  per decifrare i codici dell’Asse e in particolare quelli creati da Enigma la macchina cifratrice  tedesca e  soprattutto la Lorenz SZ40 un sistema aggiuntivo che oggi chiameremmo a 5 bit che tuttavia era così grande e pesante che era riservata solo agli alti comandi sui vari fronti. Per la verità i codici Enigma erano stati parzialmente decifrati dai polacchi  già prima dello scoppio della guerra e il trafugamento di una macchina di questo tipo, rese più facile il compito ai britannici che com’è loro costume sanno imporre bene la loro merce, specie quella intellettuale. 

Ad ogni modo per onorare l’opera di Turing, anche al di fuori dei meriti specifici, viene detto che la decifrazione dei codici militari tedeschi ha accorciato la guerra di 3 o 4 anni. Raramente si possono leggere stronzate simili, che intanto non hanno alcun senso sul piano del rigore di pensiero visto che un calcolo del genere è plausibile solo al bar dopo un’orgia alcolica, ma sono completamente e apertamente false: com’è noto le armate dell’Unione Sovietica avevano raggiunto Berlino già ad aprile del ’45, dopo aver preso Budapest e Vienna, visto che tutto il sistema militare tedesco, follemente guidato da Hitler, stava crollando: anche senza lo sbarco in Normandia  l’armata Rossa che ormai disponeva di una schiacciante superiorità di uomini e di mezzi sarebbe arrivata in Francia entro l’estate. Anzi lo sbarco cui oggi si attribuisce la vittoria finale fu concepito proprio per evitare questo esito considerato ovviamente nefando dalle elite occidentali. In realtà  i sovietici rallentarono la loro offensiva proprio per ottemperare allo spirito degli accordi di Yalta e anche perché sapevano che più avanzavano in Europa, più avrebbero dato forza al partito, in sostanza guidata da Churchill, che ipotizzava una continuazione della guerra contro l’Urss. Va sottolineato che leggendo le cronache del bunker di Berlino si ha chiarissima l’impressione che fosse proprio questa confusa speranza  ad animare i gerarchi nazisti e lo stesso Hitler in un’inutile resistenza: essi si illudevano, guadagnando tempo, che si aprisse una frattura fra gli alleati, cosa che avrebbe potuto risollevare in qualche modo le sorti della Germania. Senza dubbio anche i bombardamenti terroristici degli anglo americani sulle città tedesche contribuirono al crollo, ma furono poca cosa se confrontati alla sconsiderata condotta di guerra voluta dal Führer che, contro il parere di tutti gli alti comandi, mandò inutilmente al massacro intere armate invece di farle ripiegare verso le posizioni più tenibili. 

Ad ogni modo la decifrazione dei codici è stata senza dubbio utile, ma certo non decisiva, visto che l’avanzata alleata da ovest fu lenta e faticosa, costellata anche da rovesci come l’offensiva tedesca sulle Ardenne e il totale fallimento dell’operazione Market Garden, ma soprattutto sono insensate perché la guerra fu sostanzialmente decisa sul fronte orientale. Però è proprio questo che non si vuole ammettere perché la sconfitta del nazismo è il mito fondativo dell’impero americano e della sua pretesa di eccezionalità con la quale viene giustificata ogni nefandezza: riconoscere il contributo essenziale e determinante nella vittoria dell’Urss sarebbe come darsi la zappa sui piedi. Anzi è meglio far finta che che sia stato un elemento marginale o addirittura di intoppo: di questa narrazione fanno parte sia la cazzata su Turing ed Enigma, sia il documento votato del Parlamento europeo che si ricorda solo del breve accordo Molotov – Ribbentrop e scorda i patti stipulati dall’occidente con Hitler. Questa è la vera carta straccia della storia.


La vittoria mutilata

Mosca-Giornata-della-vittoria-07-1000x600Stavo cercando un seguito al post di ieri  Huawei e lo Sputnik  nel quale il lettore intelligente ha certamente intuito come la vicenda, del tutto disomogenea e contraddittoria rispetto alla narrazione del capitalismo globalistico, rappresenta una pietra miliare nel declino dell’impero o comunque una sua chiara manifestazione, anche se i più la prenderanno come una dimostrazione di potere. Così per contrasto ho pensato di collegarlo al punto di massima espansione del combinato disposto Usa – neoliberismo che possiamo situare negli anni in cui la macchina del consenso occidentale ha completamente eliminato il fondamentale contributo sovietico alla vittoria sul nazismo, ovvero nei primi  anni ’80, quando già Mosca declinava. Ne parlo perché siamo a maggio ed è  il 9 maggio che viene festeggiata in Russia e in parecchie delle ex repubbliche dell’Urss la festa della vittoria, salvo che  nelle zone di influenza occidentale dove semmai si celebra il nazismo.

Ora chiunque abbia voglia di studiare la storia seriamente, cioè su testi rigorosi e documentati, abbandonando tutto l’immenso ciarpame da  propaganda popolare sia televisivo, filmico che scritto, sa che il contributo sovietico è stato più che fondamentale per la vittoria: il 90% delle perdite della Wehrmacht si è avuto sul fronte russo, dove peraltro era concentrato l’80%  delle truppe tedesche, quasi 300 divisioni. Senza questo presupposto non sarebbe stato possibile nessuno sbarco in Normandia o in Italia perché migliaia di aerei, di panzer e centinaia di divisioni sarebbero stati disponibili sul fronte occidentale dove pure gli alleati sono avanzati a passo di lumaca nonostante un’assoluta superiorità di mezzi e di uomini, subendo diversi rovesci e correndo persino il rischio, in diverse occasioni, di essere ributtati a mare. Anzi secondo una ipotesi storica che si basa anch’essa sulle documentazioni disponibili e sulla dinamica degli eventi, lo sbarco di Normandia fu attuato in tutta fretta proprio per evitare che i sovietici investissero tutta l’Europa visto che l’avanzata russa si era rivelava molto più veloce del previsto e probabilmente, ma questa è una mia convinzione, non auspicata dai responsabili occidentali che invece speravano in un logoramento di entrambe le parti per prendere poi due piccioni con una fava.  In un certo senso il celebrato sbarco fu quasi un’operazione che prefigurava la guerra fredda. Ma anche senza arrivare a questo la totale esclusione della Urss da quella vittoria è stata la dimostrazione di un imperialismo rampante che si serve disinvoltamente della manipolazione storica, resa facile grazie al possesso dei mass media. Si è arrivati persino ad escludere Putin dalla cerimonia per il  70° anniversario festeggiamenti per la liberazione di Auschwitz che, manco a dirlo era stata liberata dai sovietici a dispetto della Vita è bella e dei giullari alla corte imperiale. E che dire delle repubblichette fascio baltiche dove è addirittura vietato celebrare la vittoria russa mentre si può tranquillamente andare in strada con la croce uncinata?

Così le nuove generazioni, già abbondantemente deprivate di una decente cultura generale, non hanno la minima idea di tutto questo, anzi non hanno nemmeno idea dell’evoluzione storica, abituati nel migliore dei casi a pensarla come una serie di “eventi” come fossero serate in discoteca con l’immancabile tamarro televisivo. Ad ogni modo sono passati circa quarant’anni tra questa silenziosa esclusione della Russia dal mito fondativo della guerra, pronuba del resto delle sanzioni e la rumorosa guerra commerciale alla Cina per tentare di vincere con la forza e non con l’intelligenza la battaglia tecnologica, hanno segnato un apice di potere e un abisso culturale.


Il giorno dimenticato della vittoria

08 Berlino_45Proprio in questa giornata, 71 anni fa, la Germania nazista  firmava ufficialmente la resa con l’Unione sovietica ed è in ricordo della vittoria nella grande guerra patriottica  che si svolge la tradizionale nella piazza rossa. Sono passati molti anni, non abbastanza da erodere il ricordo e l’entusiasmo in Russia, quanto basta per aver deformato la memoria degli eventi in Occidente con la sostanziale espulsione dell’Urss da novero dei vincitori del nazismo, sufficienti per non limitarsi alle celebrazioni e cominciare a vedere le cose col senno e l’esperienza di poi.

In realtà la data del 9 maggio è piuttosto stravagante se si pensa che  il 30 aprile era morto Hitler, il 2 Berlino era completamente caduta e non esistevano più truppe sufficienti per ritardare in modo significativo l’avanzata dei russi, il 5 il governo provvisorio dell’ammiraglio Doenitz aveva decretato la fine della guerra sottomarina. Ed è in questi giorni che si assiste a un progressivo balletto di rese proprio sul fronte occidentale dove gli alleati angloamericani avanzavano a fatica, in mezzo a rovesci incredibili come quello dell’operazione market garden e dopo che appena tre mesi prima una controffensiva tedesca li aveva quasi circondati: il 2 a Berlino liberata dai russi, i generali Kurt von Tippelskirch e Hasso von Manteuffel, comandanti delle truppe a nord della capitale si arrendono agli americani che non erano ancora giunti sul teatro delle operazioni, anzi erano lontanissimi. Il 4 avviene la resa  agli alleati delle truppe di stanza in Olanda Danimarca e Germania nord occidentale, il 5 si ha persino la resa agli americani delle truppe di stanza in Boemia, dove i soldati a stelle e strisce non arriveranno mai . Ma la data chiave è il 6 quando alle 18 si arrende ai russi la fortezza di Breslavia, oggi in Polonia chiave di uno schieramento difensivo che si sperava potesse ancora contenere in qualche modo il grosso delle truppe sovietiche. Un’ora e mezzo dopo la caduta del baluardo il generale Jodl, su indicazione di Doenitz, arriva a Reims, circa duemila chilometri più a ovest per trattare la resa di tutte le truppe tedesche del fronte occidentale con gli emissari di Eisenhower. Dapprincipio il comandante tenta di porre delle condizioni facendo intendere  che le stesse truppe dopo la resa agli americani avrebbero potuto essere spostate per continuare ad opporsi ai sovietici.

L’offerta è interessante, è sulla linea di Churchill, ma è ormai inconsistente, poco più di un bluff e così Eisenhower pretende e ottiene una capitolazione totale che gli permette di avanzare a tutto spiano semplicemente minacciando di chiudere le linee occidentali e costringere le truppe tedesche rimanenti ad arrendersi ai russi. Anche questo era un bluff, per nulla al mondo gli americani ancora appena al di là del Reno, salvo che in Bassa Sassonia  e in Renania Palatinato, avrebbero permesso che gran parte della Germania fosse presa dai russi. Ma era ormai troppo tardi per trattative che avrebbero avuto un senso ancora pochi mesi prima, così Jodl in tarda notte firmò concordando la cessazione delle ostilità per le 23 dell’8 maggio. Solo il giorno successivo ovvero il 9 il generale Keitel, fedelissimo di Hitler al punto da essere chiamato Lakeitel, cioè lacchè, firmò la resa nelle mani di Zukov.

Tutto questo non per evocare sia pure a volo di uccello gli avvenimenti che hanno portato a una differenza di data nel giorno della vittoria in Europa tra anglosassoni e Russia, ma per mostrare che già nel corso della guerra lo scontro era plurimo, da una parte contro la Germania, dall’altro per contenere la Russia e il possibile contagio comunista. La speranza di una rottura fra gli alleati a cui si aggrappavano, di fronte alla palese sconfitta i gerarchi nazisti nell’ultimo anno, non era poi del tutto insensata visto che in effetti era già in atto una guerra fredda durante la guerra guerreggiata. E oggi  il tentativo di escludere completamente il decisivo apporto sovietico  alla sconfitta del nazismo, testimonia chiaramente di queste dinamiche.


Dacci oggi il nostro Badoglio

dxIeri volevo parlare di Resistenza e oggi mi sarebbe piaciuto parlare del locale Masaniello incaricato di condurre il gregge italiano alle urne perché voti il proprio macello e si adegui al regime oligarchico che è nuovo come un paio di mutande usate per secoli. Non volevo fare nulla di retorico e insieme nulla di troppo complicato, ma la tentazione di mettere insieme le cose è troppo forte e dunque mi ci proverò.

Bisogna però risalire molto indietro, a due mesi dopo l’iscrizione di Napolitano al guf e precisamente al 14 dicembre del 1942 quando la rivista americana Life scrive: “La netta tendenza in seno al regime fascista è di liberarsi di Mussolini e dei filotedeschi, ma di conservare il sistema. Oggi questa è l’idea dei grandi industriali italiani, condotti, a quanto viene riferito, da Ciano, dal conte Volpi, dal senatore Pirelli. In altre parole, un cambiamento del fascismo protedesco in un fascismo proalleati. I gerarchi fascisti sono molto impressionati dal fortunato voltafaccia di Darlan da Vichy verso gli alleati”.

Il contesto è quello di una guerra che dopo la sconfitta di El Alamein diventa drammatico: i tedeschi sono impegnati in Russia con oltre 5 milioni di uomini e non possono supportare in maniera massiccia le deficienze italiane in fatto di armamenti e di capacità militare nel suo complesso. Del resto già dopo i primi mesi di conflitto la campagna di Grecia aveva scoperto il bluff di un’Italia imperiale che le prendeva sonoramente da un piccolo Paese oltretutto diviso e impreparato: Mussolini stesso si rese conto del punto a cui vent’anni di fascismo avevano portato il Paese e con lui la corte sabauda e la classe dirigente. Così gli stessi industriali che in combutta col fascismo e le sue avide gerarchie avevano fatto immensi profitti imponendo di fatto armamenti inadeguati e enormemente inferiori alle stesse possibilità tecnologiche del Paese, di fronte ai primi cedimenti della macchina bellica tedesca, cominciano a pensare che è possibile tenersi il fascismo e magari cercare in qualche modo di fare una pace separata o al limite di passare dall’altra parte.

Anche il re e i suoi fedelissimi la pensano così da tempo anche se sono molto riluttanti a fare qualcosa che possa mettere in crisi un regime nel quale l’oligarchia italiana era stata al sicuro da scuotimenti. Cominciano a vederla in questo modo anche i gerarchi molti dei quali – come il 25 luglio del ’43 dimostrerà – pensano di poter sbarazzarsi di Mussolini e di avere un futuro politico dentro un fascismo appena un po’ rimbellettato. Ma non viene fatto nulla di concreto, la macchina per liberarsi del duce, facendone un capro espiatorio, venne messa in moto da un evento imprevisto e lontano dai fronti: gli scioperi del marzo 1943 in tutto il nord Italia. Questo diede il segnale che il regime, così com’era non era più in grado di difendere efficacemente gli interessi delle classi dirigenti e dunque bisognava cambiare qualcosa perché tutto rimanesse uguale. E non è un caso che la repressione abbia raggiunto il diapason proprio durante il mese di Badoglio nel quale furono uccisi 93 manifestati e più di 500 vennero feriti gravemente.

Fu il movimento di Resistenza che si sviluppò a partire da quegli scioperi, soprattutto quello di parte comunista, che davvero ruppe le uova nel paniere e fece prendere coscienza del fatto che quantomeno i cambiamenti dovessero essere più radicali di quelli che si pensavano coinvolgendo la stessa forma dello stato. Mantenere un fascismo dal volto umano, supportato dagli alleati dispostissimi del resto a dare una mano in questo senso, forse non era possibile, nonostante gli sforzi finanziari messi in piedi sia dagli americani, sia dagli industriali per ingaggiare nella lotta il mondo cattolico, liberale e/o azionista come contraltare.

Certo l’Amgot il governo militare alleato delle zone occupate fu di fatto una prosecuzione del fascismo, visto che furono allontanati solo i fascisti molto noti, ma vennero conservati integri gli assetti e gli uomini tanto da suscitare anche rivolte popolari. Certo nel gennaio del ’44 Badoglio, prese contatti con Stalin -col benestare angloamericano – perché il Partito comunista entrasse nel governo e collaborasse con i cattolici, ma egualmente non fu possibile “normalizzare” la Resistenza, paradossalmente anche a causa  del fatto che gran parte dell’Italia era ancora di fatto governata e tenuta dai tedeschi sotto la facciata della Rsi. Alle volte non tutto il male viene per nuocere e proprio l’accanita resistenza resistenza tedesca che ritardò di quasi due anni la liberazione della penisola contribuì a costruire una coscienza politica e a determinare gli avvenimenti successivi: la Repubblica e la Costituzione.

Però appare chiara una cosa: gran parte degli sforzi della classe dirigente durante e il conflitto e il dopoguerra non furono volti a liberarsi del fascismo che aveva portato alla catastrofe bellica, quanto a mantenerne le premesse sia pure in forma più accettabile, lavorando nel sottosuolo della corruzione, del piduismo, dell’opacità stragista resi possibili dal mondo bipolare. E fin da subito la straordinaria ampiezza dell’amnistia Togliatti che in pratica rimetteva in circolo tutto il “personale” del regime più che una pacificazione apparve e fu uno “scurdammoce o passato”come recitava una canzone del tempo.

Che dietro a questo vi fosse una pressione dell’Urss che voleva mano libera in est Europa senza arrivare a uno scontro frontale con l’area di pertinenza americana, che si sia trattato di un modo per accreditarsi al governo e perdere l’aspetto del nemico ideologico, che si sia stato semplicemente un tranello di tipo burocratico, come sostenne Secchia, fatto sta che la classe dirigente italiana e le sue propensioni e prassi ne uscirono intatte dopo i vent’anni di una dittatura di cui avevano goduto tutti i frutti. Passati poi i trent’anni e passa di “compromesso keynesiano” del capitalismo quegli stessi fantasmi sono riemersi alla luce del sole e hanno man mano avvelenato le istituzioni democratiche, non più garanti di relativa pace sociale, ma fastidiosi ostacoli per il profitto, disseccato le speranze, reso l’Europa subalterna al liberismo e gli stati subalterni ad istituzioni estranee alla democrazia. Tutte cose che sono andate di pari passo con la progressiva svalutazione della Resistenza stessa, talvolta con la sua messa sotto accusa da volgari lanzichenecchi del potere, talvolta sminuita sotto le spoglie di serietà accademica. Ed è così che l’Italia di Badoglio si reincarna, dopo due tentativi falliti, in Renzi, populista telefonato e demagogo da twitter, insieme agli scialbi clientes dei partiti attaccati alla poltrona e privi di cervello come le ascidie che perdono la rete neuronale dopo aver trovato lo scoglio a cui attaccarsi. E invece di un presidente c’è un simil re. Ma purtroppo non ci sono scioperi che lo mandino a Brindisi.

 

 


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