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Quell’ultimo ponte

CatturaIl crollo del ponte a Genova è un condensato di lezioni e di avvertimenti che l’informazione mainstream tenta di nascondere, di deformare o di eludere perché essi penetrano come una lama nel ventre molle della politica e delle sue prassi, della nefanda e stupida cornice neoliberista nella quale il Paese è costretto a muoversi grazie alla Ue, della condizione sempre più precaria di tutte le infrastrutture per mancanza di fondi e per la propensione ad opere nuove che portano più consenso, lo sciacallaggio del conglomerato politico affaristico che proprio dalla tragedia prende sfacciatamente spunto per riproporre altre grandi opere come il terzo valico che non servono assolutamente a nulla.

Tutto questo si condensa nel cedimento di un ponte li cui errori di progetto dovuti a tecnologie sperimentali poi abbandonate erano ormai ben conosciuti a livello ingegneristico, che aveva avuto bisogno negli anni di continue opere di consolidamento, poi rarefattesi con la privatizzazione delle autostrade e di cui era già stata proposta la demolizione 14 anni fa. Invece di cercare scuse e pretesti di devastante idiozia, come l’attribuire la caduta ai cambiamenti climatici come è stato fatto da qualche esponente di Lega ambiente o al famoso fulmine, si dovrebbe cercare di capire perché ci sono società private, in questo caso la spagnola Atlantia, che incassano i proventi dei pedaggi senza nemmeno provvedere alla corretta manutenzione e perché poi occorrono soldi pubblici per sistemare le cose; perché l’Europa non solo favorisce questo delirante “ordine delle cose” ma addirittura lo impone ” permettendo” che che lo stato e le sue articolazioni possano spendere per il riassetti strutturali solo garantendo a queste società di gestione la cui incuria provoca disastri,  consistenti proroghe di concessione. E’ appunto questa l’operazione che è stata  spacciata come 8,5 miliardi fondi europei sbloccati recentemente per il nodo di Genova, quando si tratta dell’intera viabilità nazionale e sostanzialmente niente più che un permesso ad investire. Che poi anche se fossero finanziamenti dati brevi manu e in contanti in cinque anni sarebbero un quarto della differenza tra quanto l’Italia versa e quanto riceve.

Perché siamo così stupidi da non porci queste domande? Perché siamo così disinformati da giornali e televisioni da credere che adesso, a ponte crollato,  il porto di Genova abbia bisogno di un altro gigantesco magna magna come il terzo valico o una gronda nord che prevede persino un’ autostrada per il Tigullio, quando si sa bene – al di là delle urgenti e assolutamente necessarie sistemazioni dell’area portuale, del suo collegamento con ferrovie e grande viabilità che sarebbe colpevole non affrontare anche se con buoni trent’anni di ritardo – che nelle attuale condizioni esistono precise condizioni fisiche, geopolitiche oltre che questioni inerenti alla sovranità del Paese, che impediscono un significativo aumento del traffico merci sulla città della lanterna. Il fatto è che la concentrazione della manifattura in Asia, effetto del globalismo, ha fatto aumentare e di molto la stazza delle navi da carico le quali non possono più entrare, almeno come primo sbarco, cioè a pieno carico, né a Genova né in alcun porto italiano ad eccezione di Trieste. Per la verità questa è una situazione  generalizzata che vale per tutto il Mediterraneo, salvo qualche scalo spagnolo (ecco spiegato l’aumento di traffico dalla penisola iberica) ed è per tale ragione di fondo che tutta l’organizzazione del trasporto si è concentrata sugli scali del Nord europa che oltretutto godono di infrastrutture più facili vista l’inesistente orografia  e grandi vie fluviali. Questa situazione si potrebbe catalogare come senno di poi se torniamo indietro di trent’anni, ma già all’inizio di questo secolo la tendenza era evidente e non aveva che due soluzioni non necessariamente in conflitto: puntare su Trieste e/o creare un rapporto più stretto con l’Asia e ovviamente con la Cina collegato a un un controllo dell’ambiente mediterraneo per  organizzare il trasporto merci con trasferimenti su portacontainer di minori dimensioni o facendo dei porti italiani un punto di secondo sbarco o diventando leader in qualche particolare settore. Solo in questa prospettiva le grandi opere viarie e ferroviarie avrebbero un senso, ma la totale carenza di visione, il miserabile attaccamento a operazioni di piccolo cabotaggio affaristico, l’impossibilità di perseguire una qualche autonomia geopolitica  hanno impedito di sfruttare il passaggio del principale asse commerciale dall’Atlantico all’Indo Pacifico, facendoci perdere un’occasione storica. E ho anche il sospetto che qualcuno in questa Europa così solidale e unita ci abbia messo lo zampino e non pochi fondi per aiutare questa cecità strategica.

Ma ormai che la frittata è fatta e che il degrado delle infrastrutture ha creato la sua più spettacolare tragedia, sentire ululare e guaire sciacalli di ogni tipo è davvero insopportabile, anche perché si somma a quelle operazioni di privatizzazione che hanno finito di acuire in maniera tragica i  problemi e per le quali nessuno sarà colpevole, visto che per autostrade, Alias Atlantia, tutto andava benissimo, che si è trattato di pura fatalità.

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Marchini, il palazzinaro che fa comodo a tutti

elezioni-sicilia-21Un palazzinaro salverà il Palazzo e i suoi affari. Così spera Berlusconi che ha mandato al macero Guido Bertolaso, suo commissario appaltatore preferito, strappato all’arcinemico Prodi per nominare suo campione Alfio Marchini. E così sotto sotto spera anche il Pd renziano al quale non è riuscito altro che a riesumare Roberto Giachetti, un liberal liberista, uno di quella folta generazione di radicali di famiglia bene che ha  attraversato la vita da eletti subito, che conoscono la parola lavoro solo grazie al dizionario e che per giunta viene dal passato essendo stato per dieci anni capo segreteria e poi capo gabinetto di Rutelli. Insomma uno che non ha nulla di nuovo e di interessante da dire, cosa magnificamente sintetizzata nel suo pregnante slogan “Roma torna Roma”, non facendoci però intuire se si tratta di quella di Nerone, di Giulio II o del piacione. Del resto nella sua lista c’è uno degli “inventori” della buona scuola e dunque un’incertezza al riguardo è consentita.

Oddio per certi versi è un personaggio ammirevole, basti pensare agli inumani sforzi che compie per mantenere permanentemente la barba di due giorni in maniera da sintetizzare in un aspetto da papillon salottiero il suo anelito alle libertà personali e la noncuranza verso quelle sociali. Troppo poco però per convincere davvero e per resistere ai malvagi del movimento 5 stelle. Così di fronte al pericolo che un personaggio come questo e una destra divisa tra la futura puerpera Meloni e Bertolaso finiscano sconfitte da chi nel bene e nel male non ha le mani in pasta negli “affari romani”, il cavaliere è sceso di nuovo in campo per imporre uno che sta bene a tutti, ovvero il Palazzinaro Marchini, il piacione del terzo millennio, uno che nelle scorse elezioni aspirava ad essere candidato del Pd che si è poi trasformato in candidato civico, “libero dai partiti”,  sia pure appoggiato sottobanco appoggiato da Alfano e Casini, ma che adesso è il campione della destra, dimostrando la coerenza della sua visione e la simpatica schiettezza del personaggio.

A voler essere scaramantici si tratta probabilmente dell’ultimo vero atto politico di Berlusconi che ha cominciato la sua carriera politica proprio citando le sue preferenze politiche per le amministrative romane del ’93 e sbolognando Fini come alleato. Oltre ovviamente ad essere stato il primo palazzinaro premier. Un ritorno al passato, a quello zoccolo di destri bottegai, cattoreazionari e liberal all’italiana che in fondo è il sigillo caratteristico del renzusconismo. Il fatto è che l’operazione, per quanto tendente al polpettone gourmand, è generalmente benvenuta: il nefasto Alfio dà molta più fiducia a tutto l’arco politico tradizionale di mantenere la rete di relazioni e rapporti di forza che hanno governato e mandato al macero la città nell’ultimo quarto di secolo. Sarebbe una tragedia per molti se questo mondo dovesse andare in crisi, dovesse perdere i suoi referenti e il suo potere. Per questo l’operazione Marchini è in qualche modo bipartisan, fa comodo a tutti, compresi gli avversari istituzionali come  fosse una rete di sicurezza.

E probabilmente ai renziani non dispiacerebbe perdere in favore di Marchini che in fondo li rappresenta ancor meglio del candidato ufficiale, a cominciare dall’immagine perché dopotutto Giachetti digiuna mentre il palazzinaro magna per tutti. Senza dire che la politica politicante incollata alla città potrebbe accreditare a sé eventuali successi e attribuire i disastri a un sindaco che si è girato tutte le sette chiese pur di seder in Campidoglio e all’occorrenza può essere spacciato come indipendente, così come Marino è stato dato per corpo estraneo. Cosa utilissima nel momento in cui il progetto vero è di privatizzare le municipalizzate. Per questo credo che ancora una volta Renzi debba dire grazie a Berlusconi.


Governo: la fermezza d’Egitto

r e alAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’instancabile produttore di emoticon a Palazzo Chigi ha esibito ieri la faccetta dell’improntitudine: Regeni non sarà un nuovo caso marò, ha tuonato, salutato con rispettosa ammirazione bipartisan da una stampa ridotta a stanco ripetitore dei suoi tweet e che oggi parlano di sussulto di dignità del Paese, di riscatto ritrovato tramite inedita fermezza.

Nemmeno mi soffermo sulla vicenda del ragazzo mandato allo sbaraglio ed espostosi senza nessuna prudenza sullo scenario delle trame e degli intrighi cruenti dell’intelligence imperiale: le differenze ci sono, a cominciare dalla volontà esplicita del premier di approfittare, per la sua popolarità  personale, di un episodio nel quale l’Italia è “dalla parte della ragione”, in merito al quale nessuno può contestare la natura di “vittima” di un concittadino torturato e massacrato da una “polizia” dai metodi sbrigativi, considerazione che sarebbe opportuno applicare anche al caso Cucchi e Aldrovandi, e intorno al quale si muovono soggetti opachi, interessi di bottega, evidenti o reconditi.marò

È invece interessante per l’interpretazione della fenomenologia dello spericolato sbruffone soffermarsi sulle responsabilità del governo sul caso dei marò, in parte ereditate, se i due militari – appartenenti a un corpo che oggi torna al disonore delle cronache per palesi interferenze e conflitti di interesse nella gestione affaristica  dello sfruttamento del petrolio in Basilicata – sono stati mandati, come, si suppone, molti altri, a eseguire incarichi di guardiania in missioni private, senza che su questa missione che li vedeva nella veste di mercenari e contractor da film con Rambo si fosse espresso il Parlamento. Ma anche in seguito frutto dell’approccio pasticcione di questa compagine di dilettanti, incline a cercare soluzioni sottobanco, affidate a feluche dai tripli e altisonanti cognomi, a presentare giustificazioni mediche come a scuola per evitare il compito in classe, a cercare protezioni dall’alto, reclamando l’aiuto dell’imperatore, la solidarietà dell’Onu, la protezione della provvidenza, mestando e rimestando in acque territoriali e non, in stati di diritto di serie A e di serie B.

Perché vale per ambedue i casi in esame e messi inopportunamente a confronto dal premier, quel retropensiero che si agita dietro alle sue parole avventate: la consapevolezza che noi siamo noi, gli affiliati a una civiltà superiore, per tradizione, storia, diritto, giurisprudenza, codici, valori e principi, e gli altri so’ altri, selvaggi, primitivi, barbari, inidonei a sederci di fronte in un tribunale, a sottoporsi al giudizio degli uomini e di Dio,  salvo promuoverli a condizioni di parità se il tiranno vigente è partner d’affari, se alle nostre imprese è accordato un trattamento speciale magari a suon di mazzette. Perché allora di necessità si fa virtù, quella della pazienza, del riserbo, della rinuncia a dignità e sovranità di popolo. E allora si sospendono propositi bellici, si cerca la trattativa, si rimette in campo la diplomazia, che tanto le armi quando non parlano con il tuonare dei cannoni, si esprimono col frusciare dei dollari.

 

 

 

 


Le sette piaghe di Monti

pegtempeste-di-neve-in-arrivo-per-gli-usa-L-9MlnFlAnna Lombroso per il Simplicissimus

I meteorologi l’hanno battezzata la ‘grande nevicata’, e sta per arrivare sull’Italia. L’emergenze è prevista per l’inizio della settimana che sarà accolto da un ciclone mediterraneo che ora è in formazione. La grande nevicata toccherà il nord, la Liguria fino a Genova. Pioggia e maltempo al centro e Sardegna e Campania, temporali e neve anche su Toscana, Umbria, Lazio. Neve forte sull’alto Veneto e Vicentino. Mareggiate sulle coste tirreniche per libeccio, mentre a Venezia per via dello scirocco a 80 chilometri sull’Adriatico è prevista acqua alta. ll ministero della Pubblica Istruzione ha deciso di sospendere la due giorni del concorsone. La Protezione civile ha avvisato autostrade e Ferrovie. L’Anas prepara il sale, ma come al solito le raccomandazioni istituzionali persuadono a chiudersi in casa.

Bisogna ammettere che si registra una certa discontinuità nell’avvicendarsi dei governi. Prima c’era la strategia dell’emergenza: lasciar deteriorare le crisi, le inefficienze, le inadempienze, anzi favorirne l’inevitabile sconfinamento nella catastrofe, in modo da renderle profittevoli tramite decretazioni speciali, poteri eccezionali, commissariamenti straordinari, inevitabile interruzione delle pratiche di vigilanza e controllo, liberi flussi di denaro canalizzati in rivoli arbitrari e erogati con elargizioni discrezionali, sospensione delle scomode leggi vigenti per produrne di nuove, mirate alla privatizzazione dell’organizzazione ma all’esaltazione del carattere “pubblico” dei finanziamenti.
Adesso i soldi non ci sono, nessuno dei mecenati amici del ceto al governo spenderebbe per opere di gestione del territorio, senza appeal, per interventi di ripristino, sui quali non si può apporre la griffe, la solidarietà tramite sms va direttamente alle banche che ne hanno gran bisogno, le assicurazioni sono già state accontentate, l’Ue ci sta in media tre o quattro anni per elargirci la sua spilorcia carità, peraltro attinta dai nostri doverosi contributi, insomma le catastrofi non sono più un business provvidenziale.

Così diventa provvidenziale sostituire la preoccupazione alla prevenzione, gli annunci al contrasto e all’azione e la didascalica pedagogia alla pratica di governo e all’efficiente amministrazione. Già oggi cominceranno i moniti a non mettersi in viaggio, le esortazioni a non contribuire all’emergenza del sorprendente freddo invernale con dissennate manifestazioni di dinamismo, le sollecitazioni a collaborare come vuole il governo e la ragionevolezza con catene, dispositivi anti neve, attrezzature siberiane, perché devono essere i cittadini a cavarsela, quei cittadini colpevoli di avere voluto troppo e goduto di troppo benessere, cui adesso tocca la penitenza di treni che si fermano nella campagna innevata, paralisi autostradali, frane rovinose, allagamenti seriali, che presto non verranno più chiamate catastrofi naturali, cambiamenti climatici, superamento dei limiti, ma ira di Dio, piovechediolamanda, a sottolinearne il carattere di meritata punizione divina e sovrannaturale.

È che invece il castigo dovrebbe essere come le bombe intelligenti e non far piovere sul bagnato, ma su amministratori incompetenti e disonesti, manager inefficienti e gaglioffi, sindaci incapaci e sleali, un ceto corrotto e corruttore di imprenditori e politici, insomma su quel folto esercito di italiani che ha fatto dell’illegalità un sistema di governo tollerabile, tollerato fino a diventare desiderabile – perché nella sua caligine tutti i gatti diventano grigi, tutti sono uguali e anche chi lo è un po’ meno può aspirare a qualche indiretto beneficio – contagioso come un virus che porta alla cecità e alla credulità, per qualcuno, alla correità per altri.
Eppure ci vorrebbe così poco a non credergli per poter sperare, riponendo invece la speranza in noi stessi, nelle nostre scarpe, che ci sarà la neve, saranno rotte, ma bisogna andar fuori dall’inverno verso la rossa primavera.


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