Annunci

Archivi tag: aeroporti

Paradisi fiscali liberi: Renzi straccia la Black List

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarà bene ricordare quando proviamo un segreto malessere, costretti a votare – ammesso che sia vero – come qualche energumeno di Casa Pound, qualche avanzo di galera di Forza Italia o qualche autista di ruspe, che c’è una bella differenza tra lo schierarsi una tantum con attrezzi coi quali non vorremmo nemmeno consumare un caffè, uniti provvisoriamente per esprimersi contro un fronte che ha dichiaratamente fatto del referendum un pronunciamento plebiscitario a sostegno di un leader e del rafforzamento dell’esecutivo, già sperimentata con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, e invece dire si al consolidamento di maggioranze antidemocratiche, improntate al puro decisionismo, legali magari, ma illegittime come accade spesso quando a contare sono solo i numeri e non le idee, i principi, l’interesse generale.

Lo si fa da anni, ma sempre di più siamo autorizzati a votare contro, a dare un significato costruttivo al no, quando abbiamo  davanti un esercito ostile, che ha mosso guerra a lavoro e stato sociale, a diritti e garanzie, i cui generali   sono talmente e sfrontatamente schierati in difesa di interessi padronali e criminali da dare rinnovato vigore a leggi ad personam  – a protezione di superiori, amici, congiunti anche alla lontana e finanziatori  – attribuendo al governo la facoltà che vogliono ancora più rafforzata di convertire i diritti in privilegi arbitrari e la giustizia in discrezionalità, tanto da infilare surrettiziamente nella legge di stabilità  2016, e tramite apposita circolare dell’Agenzia delle Entrate, una magica formuletta che candeggia la black list dei paradisi fiscali.

Così chi fa affari con le offshore – Cayman, Bahamas, Isole Vergine – non sarà costretto a dichiararlo, con la finalità di creare un contesto favorevole “all’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese”, a cominciare dunque da quelle di riciclaggio e di inquattare in misura industriale appunto proventi in nero. Perché ormai è questa la più moderna applicazione da parte del settore industriale, della ricerca e della tecnologia, la caccia accanita a ogni immaginale angolo della natura, della società e della persona (basta pensare ai fondi pensionistici attivati dalle stesse imprese per sfruttare due volte i dipendenti ) per tradurlo in denaro, moneta o strumenti immateriali dell’azzardo, in produzione di reddito per pochi mediante l’uso di altro denaro, altra moneta, altre giravolte di un tourbillon dove la speculazione è sempre attiva e noi sempre passivi.

E allora  perché  dinastie pallide  e indolenti, viziate fino a diventare viziose,  i cui augusti rampolli possono godere i frutti in qualità di  abulici quanto avidi azionariati, premiati con dividendi d’oro, poltrone ministeriali e influenti cariche associative, dovrebbero investire in innovazione e sicurezza? Che interesse potrebbero avere a farlo i Riva, le aziende di produzione che si sono fatte espellere dalla gara proprio per aver “risparmiato” su ricerca e tecnologia, contando su lavoro a basso costo in Italia e fuori, quando possono gioire delle formidabili opportunità offerte da riforme e leggi dello stato che promuovono una diversificazione dinamica in settori della rendita e dello sfruttamento a rischio zero?

Perché mai si dovrebbero continuare a sfornare maglioncini di lana mortaccina, prodotti in paesi che risultano essere scomodi, sempre meno protetti da multindegne  pubblicità  multietniche, quando si può fare affidamento sulla protezione di governi che assicurano un assistenzialismo dinamico in comparti strategici, equipaggiati di opportuni salvagenti, quando si può lucrare senza incognite e pericoli su beni comuni, servizi, infrastrutture, risorse?

Perché se una casata che promette di essere davvero la narrazione epica di un successo fondato sull’operoso e profittevole parassitismo ai danni dello stato e della collettività e a beneficio della schiatta e dei suoi protettori, particolarmente intraprendente nell’approfittare di occasioni e svendite opache per comprare, fare a pezzi, svotare, svalutare, dare una mano di pittura, per poi rimettere sul mercato, sempre grazie a tutele e soccorsi dall’alto, è proprio la stirpe Benetton.

Signori del casello, fino al 2038 e probabilmente tramite gener0sa proroga fino al 2045, scommettitori ben protetti in scalate, azionisti forti di Aeroporti di Roma, proprietari di alberghi e aziende agricole, di società sportive, partecipazioni  in Mediobanca o in Generali hanno fatto di Venezia il laboratorio per il loro piazzamento sfacciato nel settore immobiliare, quello più “mobile”, quello di chi acquisisce a prezzi stracciati, “valorizza” e rivende sempre sotto l’egida e la copertura di potentati. Ma tanto per estendere il test è possibile che trasferiscano l’esperienza di successo anche, non è difficile da indovinare, a Firenze, dove la società immobiliare  di famiglia, Edizioni Property, si è aggiudicata non sorprendentemente per poco più di 71 milioni il palazzo dell’ex Borsa Merci, 5.600 mq di superficie lorda commerciale in una delle strade centrali più frequentate dai turisti, a un passo dalla piazza della Signoria e dal Ponte Vecchio.

Tremano le vene ai polsi pensando a cosa ne faranno in linea con l’azione di valorizzazione del patrimonio pubblico svolta a Venezia, cominciata nel 1992, al termine del mandato del sindaco Bergamo, che si fa timido sponsor dell’operazione, i Benetton si comprano un intero isolato alle spalle di Piazza San Marco, compreso un teatro storico, il Ridotto, un cinema e negozi ed uffici. Ma se era cauto Bergamo, il suo successore appoggia l’occupazione di Venezia da parte  della casata di Ponzano, offrendo un ruolo influente e prestigioso a una  tosa di casa Benetton,  quello di portavoce del sindaco e responsabile della comunicazione. Non sappiamo se il conflitto di interessi ostacoli i grandi progetti di Edizioni, fatto sta che cinque anni dopo sempre loro diventano padroni dell’intero isolato fino al Canal Grande grazie all’acquisto di  un albergo con l’obiettivo di realizzare un centro polifunzionale. Destinazione  inutilmente contestata dagli abitanti e dagli organismi di quartiere, a fronte di molto propagandate dichiarazioni d’intenti dell’impero dei golf: rimetteremo in funzione il cine, apriremo una libreria, ridaremo ai veneziani il loro teatro.

Quando nel 2004 la ristrutturazione è terminata il Ridotto è diventato un ristorante, nel 2010 la libreria è diventata un negozio di Vuitton, mentre in Laguna la porzione del vecchio manicomio di San Clemente , comprata e trasformata in hotel dalla casata viene rivenduta il giorno dell’inaugurazione, grazie alla libertà d’azione offerta dalle varanti di Piano approvate dal Comune. E vale un post a sé la vicenda del Fontego dei Tedeschi  acquistato per 53 milioni dalle Poste, maltolto alla città per restituirlo sotto forma di “megastore di forte impatto simbolico”, al quale manca solo di inglobare il Ponte di Rialto che gli augusti visitatori possono però sfiorare affacciandosi dalla terrazza mozzafiato.

Si,toglie davvero il respiro il sacco che stanno facendo di quello che è nostro.  Ma forse non è troppo tardi per dire no alla cospirazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Quel Passera che non vola: il Sud resta a terra

Licia Satirico per il Simplicissimus

È il tempo dello sviluppo, della tempesta e dell’assalto, dei piani da realizzare prima delle elezioni. Il viceministro Mario Ciaccia ha oggi confermato le anticipazioni di Repubblica sul piano nazionale degli aeroporti, inserito nel capitolo “crescita” di Palazzo Chigi. Il dossier, che sarebbe sulla scrivania di Passera da molto tempo, prevede la riduzione degli scali italiani esistenti da sessanta a quaranta, con l’obiettivo però di scendere addirittura a trentatré. I salvati sono gli aeroporti intercontinentali, gli “strategici” e i “primari”, mentre gli antieconomici sommersi saranno chiusi o affidati, in alternativa, agli enti locali. In base a quanto ci è dato comprendere, il piano prevede la classificazione degli scali in base al contributo che possono dare all’efficienza del traffico aereo, la concentrazione dei voli commerciali su un numero limitato di aeroporti e la chiusura dei rami secchi.

Il nord comprende, come di consueto, una serie di scali “strategici”: Malpensa dovrebbe rafforzarsi nel suo ruolo di “gate intercontinentale e multivettore” mentre Linate sarà ufficialmente city airport, nonché “snodo privilegiato dalla clientela business diretta in Europa” (cito dal sublime dazebao filogovernativo di Repubblica). Altrettanto strategici Torino, Genova, Venezia e Bologna. Al centro-sud i poli strategici tendono a diminuire, ma con qualche segno di cambiamento: sul futuro aeroporto di Viterbo saranno dirottati molti voli di Ciampino, city airport anch’esso, mentre un nuovo scalo a Grazzanise assorbirà progressivamente il traffico aereo di Napoli Capodichino.

Al sud le cose si mettono peggio, ma Repubblica parla con gaudio magno di “novità”. In Puglia solo l’aeroporto di Bari sarà considerato strategico, mentre quello di Brindisi verrà destinato prevalentemente ai voli low cost. Stessa sorte in Calabria per lo strategico aeroporto di Lamezia Terme, colossale cattedrale nel deserto voluta da Giacomo Mancini, a danno degli scali di Crotone e di Reggio Calabria. Per Sicilia e Sardegna il piano presenta “diverse opportunità e disegna un futuro fatto di stretti rapporti commerciali con il nord-Africa”. Questo vuol dire che per un siciliano, di questo passo, sarà più semplice andare in nord-Africa che nel resto d’Italia. Recarsi in Puglia, poi, sarà impossibile: meglio prendere un volo per Tirana e farsi sbarcare in Salento dagli scafisti.

Non è dato sapere, in questo momento, quali siano i modelli matematici, sociali ed econometrici utilizzati dal ministro Passera per le stime sul traffico aereo, sulle compagnie su cui investire e sulle strutture da valorizzare. Per ora possiamo azzardare solo un tragico sospetto: che, ancora una volta, il criterio dell’efficienza e della razionalizzazione aggravi il divario socio-economico del Paese, tagliandolo letteralmente in due. Non è necessario essere esperti di sviluppo economico per notare l’asimmetria delle scelte strategiche, che coccola la Lombardia e massacra la Calabria a pochi mesi dalla scelta di Trenitalia di abolire i treni a lunga percorrenza, mentre la Salerno-Reggio Calabria è ancora l’inferno sulla terra (ma il ministro Passera, ottimista, pensa di chiudere i cantieri dopo la profezia Maya).

Non sappiamo ancora tante cose della sorte dei nostri aeroporti: il piano tace sul problema della definizione delle rotte, delle tariffe, della qualità minima dei servizi e soprattutto sul ruolo dell’ENAC, che ha dimostrato nella (irrisolta) vicenda Wind Jet di poter aggravare i dissesti finanziari delle compagnie aeree con la totale indifferenza verso i destini dei viaggiatori.
Il sud del Paese, già privo di treni, rischia ora di vedersi dimezzati i collegamenti aerei, con nuovo rincaro delle tariffe ordinarie. Per l’esecutivo in carica, come per i suoi predecessori, l’Italia meridionale e insulare non è strategica né business, ma può incancrenirsi nei suoi problemi endemici e nella sua progressiva emarginazione.
Una riorganizzazione degli aeroporti è opportuna, ma non certo nel senso auspicato dal ministro banchiere. Rispediamo al mittente gli aeroporti di serie A e di serie B, che subiscono le stesse potenziali discriminazioni dei lavoratori, dei cittadini, dei tribunali, degli ospedali e persino dei titoli di studio nell’era dei professori. Lo sviluppo è come la cultura: non si può svendere, razionalizzare, barattare in nome del dio denaro. Lo sviluppo è anche bellezza, coraggio, potenziamento delle infrastrutture, valorizzazione del territorio. Le nostre speranze, evidentemente, non sono strategiche.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: