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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

E’ meglio la lava

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando ancora il sindacato faceva paura – pensate che nei non lontani anni ’90, la Triplice portò in piazza a Roma un milione di manifestanti – l’obiettivo della “politica” e del padronato era lo stesso di quasi un secolo prima: un unico partito, un unico sindacato, un unico giornale.

Obiettivo raggiunto, anzi nel caso in questione è stato superato, a vedere i tre amici al bar diventare 4 come nella canzone insieme a Confindustria il Primo maggio, a vedere come la vera mission sia quella di proporsi come promoter del Welfare aziendale, vendendo fondi assicurativi e pensionistici in veste di patronati a gettone, a vedere come gli scioperi del marzo scorso indetti per pretendere misure di sicurezza adeguate al rischio di contagio come veniva presentato dalle autorità, sono stati fermati “ragionevolmente” dalle rappresentanze e meno ragionevolmente dalle forze dell’ordine. 

Ma pare non gli basti mai:  anche i regimi a volte non è che abbiano proprio fame, è che vogliono una rinuncia ai diritti più dolce e una sottomissione più consociativa, che registri  il trionfo della sospensione delle regole democratiche.  Se ne fa interprete l’imperituro Ministro Franceschini – e magari è anche per questo che l’ipotesi di una sua promozione ai vertici di un futuro governo fa accapponare la pelle – che propone che la  doverosa pausa  dell’attività di rivendicazione si converta in gratitudine per i ristori e le elemosine, anche  arruolando la controparte arresa in temporanee tavolate con mascherina e numero chiuso di partecipanti decisi e selezionati dagli uffici dei ministri competenti.

Così, reduce dalla campagna per il “rilancio” del Colosseo, dopo aver stabilito la generosa erogazione di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo, divisi in 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia, cui ha aggiunto 2 milioni di euro destinati al ristoro dagli enti gestori a fini turistici di siti speleologici e grotte penalizzati della misure restrittive, ha istituito il tavolo permanente per i lavoratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche.

Si tratta, come ha voluto sottolineare di “un nuovo spazio istituzionale per un costante ascolto delle esigenze dei professionisti di uno dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia”, e sarà composto dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore che operano nel campo degli istituti e luoghi della cultura insieme al Direttore generale Archivi e al Direttore generale Biblioteche e diritto autore.

Viene così offerta ai “sofferenti”  un’area negoziale nella quale i rappresentati delle categorie vengono ammessi a ascoltare quella che una volta si sarebbe chiamata controparte che stabilisce entità  e modi dell’erogazione  delle elemosine sotto forma di risarcimenti.

E’ proprio un modo perfetto  per umiliare i lavoratori della cultura, quando arrivano col cappello in mano dopo essere stati trattati con sufficienza e offesi, in veste di parassiti, profittatori, usurpatori di poteri di veto che ostacolavano il dispiegarsi della libera iniziativa, come nel caso dei sovrintendenti, molesti parrucconi, una iattura da cancellare dalla faccia della terra, come ebbe a dire il leader di Italia Viva quando era presidente del Consiglio.

Gente da prepensionare, vedi mai che la competenza maturata e il sapere accumulato facessero venire dei grilli per la testa a giovani messi dopo anni di studio a combinare guardiania e pulizie senza contratto, da sacrificare e demansionare come immeritevole per far posto a soggetti più scafati e attrezzati nelle tecniche del marketing , capaci dunque di fare di ogni museo un juke box, sempre per usare le formule dell’immaginifico successore di Lorenzo il Magnifico.

Gente che patisce di un sottodimensionamento cronico: secondo l’atto di programmazione del fabbisogno di personale 2019-2021 del 3 aprile 2020, citato dalle rappresentanze del personale Mibact, nonostante le 860 assunzioni del 2019, i funzionari erano 4177 su 5427 da organico, destinati a ridursi a causa delle cessazioni – circa 500 all’anno – a 2533 a fine 2021, con una carenza di 2894. Ancor peggio per i Soprintendenti: 192 in organico, ma già a marzo scorso solo 103 ed a fine settembre 94 effettivi in ruolo, ed in prospettiva 2021 uno sparuto drappello di 62. Mentre non si prevedono concorsi e  prosegue il ricorso al precariato, denunciato perfino dall’Europa.

Gente che deve adeguarsi a una ideologia del consumo culturale che stabilisca definitivamente le differenza tra chi possiede i meriti per godere dei beni comuni, una ristretta cerchia selezionata a monte o affiliata per non fare la fila davanti al Pinturicchio, per sedersi a tavola con affini in una sala di museo davanti a Caravaggio, per custodire un’opera nel caveau della sua banca, in modo che sia tutelata da alito e sguardi della plebe ed anche per entrare da eletti in quelle biblioteche negate  a ricercatori, docenti e studenti italiani, costretti a procedure cervellotiche  limitate ai soli “prestiti” di testi da consultare da remoto, a differenza degli aspiranti alla messa in piega, o dei frequentatori di altri templi appena appena un po’ più commerciali, grandi magazzini, empori, shopping center.  E chi invece è condannato, nei tempi migliori, a sgomitare davanti alla Gioconda, e, nei peggiori, alla serrata dei musei, superflui e improduttivi in assenza di turisti.

Gente invitata a riformarsi – o  a farsi da parte  – per raccogliere la sfida della rivoluzione digitale come piace al suo profeta (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/14/italy-on-demand/) con la sua Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand.

La “minaccia” ha preso corpo   nel corso del question time alla Camera  quando Franceschini per promuovere un efficace turnover generazionale ha indicato la soluzione di un apposito corso-concorso “per reclutare dirigenti dotati di specifiche professionalità tecniche nei settori della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio”,  ricorrendo  a “contratti di collaborazione”, formula eufemistica per definire il precariato.

E ne fa testo il Bando Pompei per il Contemporaneo, lanciato a beneficio di “nuove professionalità capaci di unire studi antichi con una sensibilità contemporanea e una tecnologia avanzata” che potranno partecipare all’avviso di sponsorizzazione online   per “sostenere l’arte contemporanea ispirata a Pompei attraverso Pompeii Committment, il progetto di sponsorship culturale ideato dall’Ufficio Fundraising del Parco Archeologico di Pompei su un modello sperimentale”. Ricerca e valorizzazione delle “materie archeologiche” custodite nelle aree di scavo e nei depositi di Pompei  potranno così essere finalizzati alla “costituzione progressiva di una collezione di arte contemporanea”.

Non bastava l’ipotesi visionaria di fare di Pompei una smart city, come voleva quasi 10 anni fa il ministro della Coesione Territoriale – e bastava già la titolazione del dicastero a far capire che eravamo in balia degli acchiappacitrulli, non bastava che i lavoratori dei servizi aggiuntivi: accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni, gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso monopolistico Civita cultura holding, siano tornanti al lavoro a maggio, alcuni dei quali ancora in attesa della Cig, in un regime di part time che dimezza la remunerazione, non bastava la corsa a sponsorizzazioni di mecenati quando in realtà Pompei, occupata militarmente come altri siti da concessionari e gestori particolarmente attenti al “reddito” del juke box, potrebbe autofinanziarsi.

E non bastava che  la Casa dell’Efebo sia diventata un «esempio di scarsa attenzione prestata agli aspetti culturali» condannato dalla Commissione Europea che ha denunciato come gli interventi di restauro, abbiano trascurato nel sito archeologico l’installazione di dispositivi di protezione lasciati in un magazzino nonostante fossero stato finanziati dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), lasciando intendere come in Italia regnino trascuratezza e negligenza e  la tecnologia serva a sfruttare  e a sorvegliare le vite e non i beni comuni dei cittadini.   

E’ che il tandem  Franceschini e direttore generale dei musei – nonché direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei – Massimo Osanna ha preso sul serio la baggianata attribuita ai cinesi, che ogni emergenza si traduce in opportunità. Non solo perché, arricchita dalla paccottiglia di americanate in puro slang alla Mericoni, favorisce il ricorso a misure speciali, all’intervento di sponsor e autorità eccezionali in deroga a leggi e regole, ma per via della possibilità che offre di concretizzarsi in messaggi facili, propaganda, pubblicità, anzi, advertising, che l’attività quotidiana e ininterrotta di tutela, salvaguardia, cura e manutenzione non permette. E c’è da temere che proprio come Salvini, i fantasmi dei cittadini sorpresi dall’eruzione, dicano grazie Vesuvio, a pensare a quello che li attende, spazzolate via cenere e lava.


I nuovi lager del capitalismo

Sembra incredibile, ma vicino Lubecca, la città di Thomas Mann è stato allestito un centro di detenzione per i cittadini che non rispettano  i protocolli anti-covid, così da sbatterli in quarantena forzata: il filo spinato che circonda questo primo edificio e il presidio di guardie volontarie, oltre ad evidenziare una incommensurabile, quasi metafisica sproporzione tra l’evento, ovvero una sindrome influenzale, narrata come se fosse la peste bubbonica e il rimedio carcerario, mette in evidenza una ormai inarrestabile volontà repressiva del potere che calpesta ogni costituzione e che ormai non sembra più aver bisogno di alcuna legittimità se non quella della paura infusa ai cittadini. In realtà non è un impazzimento del sistema, ma semplicemente la sua logica involuzione.

Nel frontespizio del Leviatano di Thomas Hobbes, libro a fondamento dell’impero prima britannico e poi americano,  l’incisore Abraham Bosse, su indicazione dell’autore, inserì a destra di chi guarda due piccole figure di medici della peste con la caratteristica maschera a becco ritenuta necessaria a proteggere dal morbo e tali figure nel complesso del frontespizio e della copertina campeggiano assieme a cannoni, fortezze, tribunali per indicare  che il potere non si regge solo sulla forza, ma anche sulla paura. E naturalmente queste immagini hanno un doppio senso, quello di intimorire, ma anche quello di promettere protezione a chi vuole essere suddito. Secondo alcuni questa ambivalenza è una caratteristica del pensiero politico  occidentale che si può rintracciare persino in Cicerone con il suo Salus populi suprema lex, ma modestamente credo che lo scrittore latino c’entri ben poco con l’elaborazione  che ha accompagnato la nascita dello stato capitalista moderno di cui il Leviatano con la sua antropologia  e la sua idea centrale di un contratto non sociale come quello roussoviano, ma stabilito tra moltitudini di individui, è una pietra angolare. Una cosa però è assolutamente chiara: il potere e/o la ricchezza debbono in qualche modo compensare  l’obbedienza con un’offerta di protezione e sostegno poiché è chiaro che essi derivano da una sottrazione di facoltà e beni a danno degli altri: uno è ricco perché gli altri sono poveri e viceversa. Tale sottrazione anche se non ottenuta attraverso la violenza, per quanto possa essere volontaria e auspicata è comunque sempre vista come esproprio ( da cui poi il celebre “furto” di Marx)  e dunque obbliga il potere alla tutela dei sudditi. Naturalmente col tempo tale tutela è diventata più complessa, si è persino incarnata in un certo periodo nello stato sociale, ma insomma il concetto originario è che ogni ricchezza e ogni forma di potere è sottratta agli altri.

Certo questo può apparire un po’ barbaro rispetto alla cultura continentale europea visto che già il contemporaneo Spinoza aggiungeva a questa dimensione passiva della vita umana associata anche un elemento attivo, una tensione verso la pace e la libertà e la concordia:  ut Pax, Libertasque civium inviolata maneat e tuttavia  questo elemento di consapevolezza riguardo al fatto che potere e ricchezza sono sottrazioni e dunque implichino degli obblighi ha attraversato tutto il capitalismo, anche nelle sue forme democratiche soprattutto attraverso l’istituto della tassazione progressiva per la quale chi ha di più paga di più per arrivare a una redistribuzione del reddito. Ma alla fine dell’ottocento con l’imporsi del marginalismo nella teoria economica e la grande sistemazione dello stato borghese da parte di Max Weber ( vedi l’Etica del capitalismo), tutto cambia: la ricchezza viene svincolata dall’essere una forma di appropriazione e diventa invece opera della sagacia del capitalista che non toglie a nessuno, ma è più ricco perché è più bravo e più fortunato. Così la proprietà, la ricchezza e il potere vengono completamente assolti da qualsiasi obbligo. Le lotte sociali e l’esperimento comunista hanno tuttavia rallentato gli effetti di questo cambiamento per cui solo negli anni ’70 del secolo scorso si è cominciato ad applicare il nuovo concetto della mancanza di responsabilità e dell’attribuzione al povero dell’intera responsabilità della sua condizione ad onta che la società capitalista sia strutturata in modo tale da favorire in maniera determinante chi ha di più, creando un circolo vizioso nel quale potere chiama potere e denaro chiama denaro del tutto al di fuori delle capacità singole. E infatti si sono cominciate a tagliare le tasse ai ricchi, è comparsa la curva di Laffer e lentamente le istituzioni sono state prima infiltrate poi rese del tutto subordinate al potere reale. Era nato il neoliberismo.

Certo in un sistema finito è  difficile sostenere che a un più non corrispondano uno o più meno, cosa che vale sia tra gli individui che tra le aree del mondo  e allora il neoliberismo per saltare fuori dalla contraddizione ha tirato fuori dal cilindro delle assurdità il concetto di crescita infinita così da sottrarre la ricchezza a qualsiasi obbligo e dunque anche a qualsiasi costrizione. Un concetto che grazie alla potenza del denaro, capace di creare un egemonia culturale, è stato ampiamente interiorizzato ad onta della sua totale incongruenza, facendo dei super ricchi un oggetto di culto. E adesso siamo al punto che essa aduna tutto il potere, quello mediatico innanzitutto in maniera palese, ma ormai di fatto anche quello legislativo ed esecutivo in evidente stridore con le costituzioni, almeno nei loro principi generali. Questo sistema di potere ormai opera una finzione globale nella quale esso stesso crea le minacce da cui difendere i sudditi mentre li disereda ancora di più, solo che ha perso progressivamente il senso della misura. Ecco perché ci ritroviamo con i nuovi lager a fronte di una sindrome influenzale che solo in alcune aree è stata particolarmente severa.

Ecco allora che per liberarsi da questa situazione occorre in primo luogo uno sforzo culturale per uscire dalle scorie letali del neoliberismo globalista: è solo in una nuova visione della società che si può trovare la forza di cambiare davvero le cose, perché agendo solo in ragione degli interessi singoli che pure sviluppano una grande forza non si avranno che episodiche disubbidienza e rivolte che verranno ben presto sedate: non importa quanto sia potente un motore se esso non riesce a trasmettere la sua forza e quello lo si può ottenere solo con un cambiamento di paradigma e una diversa visione del mondo.


Mafia virale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che anche il nepotismo è disuguale. Proprio dopo aver citato casati influenti parlando della  dinastia dei Letta, mi sono imbattuta in un’altra famiglia, quella di tal Natale Errigo, imparentato con esponenti della cosca De Stefano di Archi, a Reggio Calabria, il cui  zio acquisito, Totò Saraceno, è stato condannato per ‘ndrangheta nel maxi-processo “Olimpia” in qualità di affiliato alla famiglia mafiosa dei De Stefano-Tegano.

Pare che gli elementi a carico del giovane  e promettente  analista, che presta servizio in Invitalia,  siano pesanti: di lui si parla nel corso delle indagini dell’Operazione Basso Profilo per aver stipulato un “patto di scambio” nel 2018 con l’allora candidato al collegio uninominale di Reggio Calabria della Camera dei Deputati Francesco Talarico, consistente nella promessa di “entrature” per l’ottenimento di appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici erogati dalla sua impresa e banditi da enti pubblici economici e società in house, attraverso la mediazione – secondo le accuse – dell’europarlamentare Lorenzo Cesa in cambio della promessa di un “pacchetto” di voti. Talarico, oggi agli arresti, non fu eletto ma venne poi “premiato” con la nomina a assessore esterno al bilancio e politiche del Personale della Regione Calabria nella giunta Santelli.

Le colpe degli zii non devono ricadere sui nipoti, per carità, ma sapendo che il rampante giovanotto è stato accuratamente estratto dall’allevamento dall’Ad Arcuri, per essere anche inserito nella sua task force, è legittimo porsi qualche interrogativo sulla selezione del personale e sulla non casuale rimozione del famoso teorema Craxi di Di Pietro, che considerava responsabile, in quanto informato, un leader e un dirigente politico delle mascalzonate dei suoi cari.

L’unico Natale “tutto l’anno” come nella canzone di Dalla, infatti, una volta entrato a far parte della struttura del Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19,  è uno degli incaricati della gestione strategica dell’approvvigionamento e della distribuzione della merceologia del brand pandemico (mascherine, dispositivi per la sicurezza individuale, ventilatori, container refrigerati per “immunoprofilassi”, il vaccino) nonché  del contatto con i fornitori e con le strutture destinatarie.

Sono le occasioni nelle quali è lecito domandarsi a cosa servono i Servizi, oltre a costituire un terreno di scontro tra potentati, una merce di scambio tra leader che li trattano  come i regali di fidanzamento che non si vogliono restituire finito l’amore con gli elettori, e una banca dati di rapporti cui attingere per passare qualche indiscrezione al cronista amico.

I nostri spioni sono forse  troppo occupati con il terrorismo jihadista infiltrato nei barconi,  o con le infiltrazioni degli anarco insurrezionalisti nelle file dei No Tav  per svolgere qualche indagine preventiva sui soggetti chiamati a occuparsi della tutela dei cittadini?

La vigilanza sulle transazioni finanziarie, sulla rintracciabilità di certe operazioni che mobilitano le risorse del bilancio statale, sulle relazioni che intercorrono tra operatori, investitori e imprese non merita una vigilanza superiore a quella a porte chiuse effettuata da quegli organi di controllo che hanno dimostrato in passato opaca tolleranza e sospetta indulgenza?

E non sarebbe ora di interrogarsi su quali meriti abbiano maturato rendano inviolabili e intoccabili le autorità cui si sta consegnando l’economia del paese nel momento della sua più grave sofferenza?

Conte come certe balie infedeli che avvicinavano i neonati urlanti alla macchina del gas, ogni tanto si propone di tranquillizzare il riottoso mercato, che non si accontenta dei suoi cedimenti e delle nostre rinunce, a proposito dell’intervento dello Stato, richiamando all’opportunità di scelte della mano pubblica in grado di distinguere   gli “asset nevralgici”, ridimensionando e chiudendo le aziende che non reggono la concorrenza,  affinché altre più innovative possano aprire.

E difatti verte su questo l’incarico affidato a  Patrimonio destinato, lo strumento gestito da Cassa depositi e prestiti con una disponibilità di 44 miliardi e una potenziale platea di quasi 3000 imprese. Ed è previsto faccia lo stesso il Fondo del Ministero dello Sviluppo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e l’attività d’impresa, che prevede che lo Stato, attraverso la sua controllata Invitalia, possa entrare nel capitale delle aziende in difficoltà per un massimo di 10 milioni, restando in minoranza e per un tempo non superiore ai 5 anni, con una dotazione  300 milioni con ulteriori 250 milioni per il 2021, 100 milioni per il 2022 e 100 per il 2023 destinati alle sole imprese titolari di marchi storici. Come fa già, si racconta, Invitalia, appunto, società controllata al 100% dal ministero dell’Economia, che, si potrebbe dire  un po’ sbrigativamente, offre assistenza a aziende, con preferenza per le multinazionali, che vogliono attestarsi in Italia con l’intento prioritario di sgombrare il mercato dalla molesta concorrenza di competitor e contenenti, acquisendo quote per poi strangolarli, come nel caso di Arcelol Mittal.

Ecco, avete ragione, non servono i servizi segreti per cogliere una singolare coincidenza, quella della presenza fissa dietro a tutto questo formicolare di attività -che potrebbero non essere trasparenti, potrebbero configurare conflitti di interesse – sempre dello stesso personaggio, ormai irrinunciabile e insostituibile in tutti i ruoli, multitasking come un  sistema operativo della nuova era digitale e poliedrico homo faber rinascimentale, quel Domenico Arcuri, assurto a  meme dell’emergenza, un golem che incarna perfettamente il processo di trasformazione da scialbo boiardo a feroce boia.

E non servono gli investigatori nemmeno per arrivare alle conclusioni cui era arrivata la Direzione Antimafia ai primi di ottobre quando mise in guardia dal rischio che  l’emergenza sanitaria rappresentasse  una formidabile opportunità per il business della criminalità organizzata pronta a insinuarsi nel settore profilattico,  dalle mascherine, agli appalti per la fornitura dei dispositivi medici, all’ingresso e alla presenza in strutture assistenziali private. E che le misure governative si sarebbero rivelate provvidenziale  per quelle “imprese”, dalla camorra a Amazon, talmente strutturate e attestate sul mercato da superarne gli effetti senza danno e addirittura  trarre giovamento dalla cancellazione di interi comparti e attività minori, che le nuove povertà indotte dalla pandeconomia avrebbero creato nuovi target per i racket illegali come per  gli strozzini a norma di legge, banche e finanziarie.

Magari invece servirebbe, che ne so, un’altra autorità istituita in veste di spaventapasseri ma rivelatasi più inutile dei fantocci in mezzo ai campi di grano, a ripensare alla dichiarazione di impotenza nel caso delle infiltrazioni nell’Expo. Così potremmo scoprire qualcosa che è davanti agli occhi di tutti quelli che passando per le strade di Roma avevano modo di osservare con quanta sfrontatezza prendessero il caffè notabili locali con Buzzi e Carminati, o apprendere che i veneziani e ospiti si erano accorti della sfilata di illustri rappresentanti del mondo di impresa impegnati a interagire con amministratori pubblici, controllori, tecnici, per stabilire fertili alleanze. E che dire delle recenti prestazioni della Regione Lombardia in tema di cognatismo e familismo allargato, dei calcoli sbagliati che inducono cromatismi sorprendenti, delle sue strutture per anziani trasformate da lager in camere a gas, senza che l’esecutivo intervenga per commissariare il motore d’Italia?

Il fatto è che alla faccia di Augias non c’è una questione calabrese, a confermare che sarebbe fisiologico che proprio là si debba misurare la colpa antropologica per via della quale ogni azione si macchia di intrigo, delitto, sopruso così da far disperare sul futuro di intere popolazioni, contagiate  e affette da certe malattie  ereditarie che si concentrano come una condanna divina in alcune zone e tra alcune popolazioni. Sicché per ogni inchiesta che scoperchia un pentolone altri ce ne sono ben chiusi da Nord a Sud a ribollire veleni, oggi in particolare, quando un virus permette il rinvio della democrazia a tempi migliori e della legalità a mai, perché che tempi potrebbero essere più favorevoli di questi.


Letta: sono cavoli vostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto c’è da rimpiangere il Gran Bugiardo che elargiva menzogne, auto, spettacoli,  sogni e realtà di seconda mano, adesso che dire la cruda verità è l’uso di mondo dei culialcaldo che ci hanno confezionato il peggiore dei mondi possibili, dal quale sono esenti per nascita, meriti dinastici, nepotismo in senso stretto nel caso in oggetto, affiliazione a tutte le possibili tipologie di cricche e cerchie, la cui produzione culturale sconfina nel crimine sociale.

Ospite di una tv di “servizio”,  di quelle dove i maggiordomi fanno gli spiritosi tra una leccatina e un soffietto senza doverosa mascherina, Enrico Letta (nella foto con due degli zii) ha profetizzato che da oggi l’arte di arrangiarsi, carattere nazionale così presente nell’autobiografia dell’Italia e del quale ci si è vergognati in passato, preferendo la dizione: popolo di navigatori e poeti, consisterà nel “conformarsi” a un nuovo  “contratto sociale”.

È finito il tempo in cui si andava a scuola, all’università e poi si lavorava”, ha detto. “ Adesso per tutta la nostra vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. E il sistema deve aiutare tutto questo”.

Andrei anche oltre, fossi in lui. Direi, fuori dai denti, i canini particolarmente sviluppati nei vampiri, che è inutile andare a scuola, all’università, fare i concorsi, cercare un lavoro, a meno di non essere come lui, che, fin dalla nascita, benedetta da uno stuolo di parenti influenti, è stato addestrato per l’arte del Michelazzo, che fin dall’asilo è stato fornito della tessera di iscrizione a tutti i possibili partiti dell’arco costituzionale e a tutte le vecchie e nuove cupole, sette, Trilateral, Aspen Institute, Fondazioni europee, Nato, bancarie, fino al coronamento di un sogno nato sui banchi di scuola a Strasburgo e di parrocchia: farsi un think tank tutto suo, quel VeDrò che riunì ai tempi d’oro personalità illustri  da Angelino Alfano alla Nunzia De Girolamo, dalla Gelmini al Giorgetti,  da Lupi alla Polverini  e alla Ravetto, da Tosi a Passera e a Moretti,  fino al grande traditore pronto a sguainare serenamente il pugnale, Matteo Renzi.

E se molti di loro sono scomparsi dalla scena, lui con calma serafica sta seduto sulla sponda del fiume, scuotendo la naftalina nella quale si conserva in attesa che la situazione sia talmente grave ma non seria da concedergli una quarta, quinta, sesta possibilità dopo tutte quelle che gli sono state immeritatamente regalate dalla provvidenza, che ha perfino assunto i panni di quell’emerito di Napolitano: pluriministro, plurisottosegretario, Presidente del Consiglio, tutti incarichi svolti sotto la bandiera con le stelle, e magari fossero quelle di Negroni che vuol dire qualità, quella dell’Europa alla quale ogni giorno rinnova il suo atto di fede cieca ricambiato con prestigiose sine cura e affiliazioni automatiche in autorevoli organismi.  

Me lo sono guardato il filmato della recente dichiarazione di guerra al popolo, con lui che sogghigna parlando del futuro che ci condannerà a diventare delle nullità come sarebbe lui se fosse nato da altri lombi, in una vasca di pesci rossi invece che in un delfinario reale.

Si capisce che non è solo una minaccia. Il processo è cominciato ma la condanna è già stata pronunciata da quelli sopra di lui cui regge così scrupolosamente le code, e che, per ridurci così,  delle vite nude, hanno demolito l’istruzione che correrebbe il rischio di risvegliare la coscienza, hanno cancellato il lavoro, i suoi diritti e le sue garanzie, che correrebbero il rischio di pretendere l’uguaglianza, sapendo bene che la libertà comincia dove finisce la necessità.

 I lustrascarpe dell’Europa, ancora esaltati dal trionfo della “democrazia” americana baluardo intrepido della civiltà occidentale, che parla alla Grecia, a noi tramite i suoi pupazzi da ventriloquo,  hanno da tempo superato l’idea che l’austerità – oggi il Recovery- siano delle strategie economiche, delle misure eccezionali e temporanee, degli algoritmi, da quando sono invece diventate i capisaldi dell’ideologia dominante, che impone una condizione e una percezione di incertezza sistemica e di precarietà strutturale, tali da persuadere dell’obbligatorietà di cedere a ricatti e intimidazioni, di obbedire ai condizionamenti intimati in nome del senso di responsabilità e dell’interesse generale, di partecipare da singoli individui e da collettività alla lotta quotidiana contro i grandi babau,  concorrenza mondiale, saturazione dei mercati, invendibilità delle merci, inflazione, ristagno, spread, problemi che il capitalismo finanziario produce e che ci chiede di risolvere con la rinuncia, il sacrificio e la schiavitù.

Tanto che a un certo momento siamo stati espropriati degli ultimi diritti rimasti, quello a lavorare per poi consumare: finite le produzioni, consumati i risparmi, ridotta l’occupazione a prestazioni occasionali o da remoto, secondo le regole di nuovi cottimi e caporalati, la merce umana è invitata a prendere atto del suo stato di minuscoli ingranaggio di una macchina globale, della quale assicura il funzionamento prestandosi a venire azionato e spostato dove e come il padrone vuole, tanto non sa fare e non merita nulla di più.  E siamo regrediti perfino da quella rivendicazione dei prerogative  personali che era  diventata un elemento progressista, nella convinzione che fosse sufficiente all’emancipazione dal giogo dello sfruttamento, nel momento nel quale siamo stati richiamati alla inevitabile e fatale necessità di abdicare a diritti fondamentali, istruzione, socialità, lavoro in cambio di quello alla sopravvivenza sanitaria.

In fondo Letta ritiene di essere un onestuomo che non ci nasconde l’infamia di quello che nella sua mediocrità ha contribuito a generare, con scelte politiche che dimostrano l’intento esplicito di ridurre ai minimi storici il nostro status di persone  e il nostro habitat civile. Proprio come Toti che ha espresso con sincerità quello che altri ipocritamente celano, che siamo essenziali solo contribuendo al profitto, solo da sfruttati. Fuori da quello siamo inessenziali e tutto quello che per noi è fondamentale fuori dalla produttività, inclinazioni, vocazioni, talento, desideri, affettività, relazioni, amicizia, deve essere soggetto a controllo, in regime di libertà condizionata, discrezionale e oggetto di regole arbitrarie.

E quindi, in occasioni eccezionali,  compito di governi e istituzioni è quello di occuparsi, ingerirsi e decidere per forgiare le abitudini e disciplinare ciò che accade fuori dall’orario di lavoro, che si prolunga nelle 24 ore nel caso molto propagandato dello smartworking e dei part time grazie a forme di sorveglianza totale.

La precarietà esibita come un’opportunità di godere di licenze, autonomia e indipendenza mostra adesso la sua funzione di selezione e di controllo a monte delle nostre esistenze,  sulla base di criteri di accesso diseguali, di premialità discrezionali e discriminatorie che sono servite a depoliticizzare, isolare e dividere i fronti e le trincee della forza lavoro. Al tempo stesso, e oggi  in presenza di una emergenza  sociale spacciata come sanitaria, si è accreditata una gamma di doveri pubblici e collettivi originati da un malinteso richiamo alla responsabilità individuale, addossata interamente ai cittadini e alle loro condotte personali, in modo da esonerare le istituzioni dal minimo richiesto sul piano  della tutela della salute.  

 E se Letta, l’aspirante postino delle disgrazie europee che arrivano sempre in forma di lettera, l’esattore esoso delle pretese imperiali, il cassamortaro azzimato della nostra dignità, si è accreditato come un galantuomo a confronto con bulli e teppisti di governo e opposizione, bisognerebbe cominciare col condannarlo per abuso, di uomo.


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