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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Cervelli immunodepressi

ScËne de carnaval ou Le menuetAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi, martedì grasso, a ridosso delle meritate penitenze quaresimali, a descrivere percezione e stati d’animo di tutti – compresi quelli che cercano di mantenere vivi gli anticorpi della ragione minacciati da passioni ancestrali e pulsioni animali di difesa ferina del proprio territorio e della propria vita –  più delle foto del personale addetto con tute e scafandri da Contagio di Soderbergh,  andrebbero bene certi bozzetti e schizzi di Guardi, di Tiepolo o di Goya.  Quelle, per intenderci,  che illustrano il dinamismo effimero, profetico di morte, dell’attimo fuggevole: moltitudini di persone che, come larve trasportate dall’istinto e dalla passione,   mettono in scena la   decadenza di imperi che si credevano inviolabili, come in un  theatrum mortis nel quale recitano la malinconia della caducità, del marcio e del fatiscente, il senso della corrosione, il morso del tempo e delle intemperie.

Nella Cina da dove sarebbe partito il contagio, si usa indirizzare un auspicio che contiene la cifra della maledizione: l’augurio  di vivere “tempi interessanti”, una formula ripresa in questi anni da filosofi e pensatori per definire la nostra contemporaneità inquietante, conflittuale, difficile, ma che, proprio per questo, potrebbe essere stimolante, esaltante, se, sia pure per via delle maniere forti che usa il destino che fuori da noi altri ci assegnano, ci svegliassimo dall’indolenza e dal torpore  nel quale ci siamo fatti sprofondare.

È che la paura, che ci viene concessa come unica passione compatibile con la crescita e la civilizzazione secondo le leggi del mercato, avendoci tolto l’altra, la speranza, che a volte, aveva ragione Spinoza, è una passione triste elargita perché nell’attesa possa scemare e avvilirsi la combattività e la ribellione, o il senso di caducità arcaica ereditata dalla egemonia confessionale, sopportabile a costo di pentimenti e penitenze,  non dovrebbero farci perdere la lezione che può venire da questa odierna allegoria  del progresso, un Giano che fino a oggi voleva dimostrarci di possedere solo una faccia buona, magnifica e redentiva: scoperte scientifiche, tecnologie, guarigioni e conoscenza, consumi e benessere, ma che d’improvviso rivela quella malvagia con le piaghe d‘Egitto, pestilenze, guerre e morte.

E che svela come la magnificata globalizzazione sia diventata la versione aberrante dell’apertura al mondo di cui parlavano Marco Polo, il Roman de la Rose citando la numerazione e il prezzemolo, le scoperte astronomiche e gli spaghetti, le albicocche e il tè, se ha incrementato formidabili disuguaglianze e dando forza oscura a istinti predatori, allo sfruttamento e a un delirio di onnipotenza che ci ha fatto dimenticare i limiti.

Ce ne voleva una, di morte nera, barbara e cruenta perché le altre minacce parevano intangibili, invisibili, sembrava che toccassero altri meno fortunati nel sorteggio della lotteria naturale, paesi che cambiano di continuo nome e status istituzionale nel mappamondo virtuale, popolazioni così remote che ci siamo convinti che a bombardarli siano droni che si comandano da soli, inondazioni e tsunami prodotti da fenomeni naturali, imprevedibili e incontrastabili, mentre noi e qui ci godiamo una meritata primavera precoce.

Invece potremmo imparare qualcosa da quello che succede, anche senza darci attestati di UniCusano in virologia e nemmeno di RadioElettra in materia di controlli e vigilanza, per interrogarci su quando la precarietà, che oggi ci colpisce, ricordandoci che l’unica sicurezza che ci viene offerta è quella che impone la perdita di diritti e la limitazione della libertà, di circolare, di esprimersi, di incontrarsi e di criticare, è diventata “accettabile” o addirittura desiderabile da quando è stata proposta come cancellazione di molesti obblighi, come licenza da imposizioni e comandi, tanto che una nuova generazione si sente libera di scegliere il cottimo perché organizza autonomamente orari di lavoro e tragitti per consegnare pizze a pasti a gente che lavora part time appagata di non aver mai visto il suo “caporale”. E da quando ci hanno comunicato che era una necessità ragionevole e doverosa per rimettere in moto lo sviluppo, ricordandoci che siamo tutti nella stessa barca, tutti in pericolo, lavoratori e padroni, quelli però col salvagente.

Dovremmo pensare che la confusione artificiosa e artificiale nella quale si inseguono menzogne e denunce di complotto, smentite di bugie precedenti con nuove bugie, rivelazioni a orologeria e dietrismi altro non è che il frutto di una informazione tossica che comunica solo quello che fa comodo poteri forti che tirano su le tende dei loro stanzoni agli addetti ai lavori in modo che somministrino a piccole dosi omeopatiche porzioni di realtà o le sparino a raffica, in modo da manipolare e trattare, nascondere o esagerare, manomettere o amplificare quello che è utile alla sopravvivenza dello status quo.

E che ancora una volta si rimette la questione nelle mani dei “tecnici”, nemmeno fossimo tutti sardine, dei competenti, degli stregoni, dando l’illusione di partecipare delle decisioni anche ai cretini che su Fb rivendicano di aver frequentato l’università della vita e che da esperti di rating e di spread, di moviola e canzonette si sono convertiti all’immunologia, ripristinando l’autorità indiscussa di figure qualificate promosse a venerabili maestri, possibilmente identificabili in qualità di supporter di partiti e movimenti, che se una volta la scienza rivendicava la sua “neutralità” adesso è un vanto la tessera di partito o ThinkTank, iperdotati di qualità telegeniche e di simultaneismo nei social.

E magari adesso potremmo vedere sotto una nuova luce  e condannare col poco potere che ci resta, il crimine originario di chi ha smantellato l’edificio dell’assistenza pubblica, chiuso reparti, impoverito e umiliato i medici, i paramedici, il personale ospedaliero, tramutato le Asl in macchine per la corruzione e la speculazione.

Se, come pare, il problema cruciale che si pone,  rappresentato da una possibile epidemia di Covid-19, non consisterebbe  nell’indice di  mortalità, poco superiore ad una normale influenza, ma nei tempi e nella “qualità” del decorso, che richiede ricovero ospedaliero, criteri e  requisiti particolari, isolamento, allora è ovvio che il rischio vero è rappresentato dalla inadeguatezza del nostro sistema a fronteggiare una qualsiasi emergenza, ben oltre i tempi di attesa per le analisi, i casi di cronaca di cattiva sanità, i turni massacranti di personale promosso a figure eroiche.

E allora a poco servono le polemiche tra presidenti delle regioni e governo per rimpallarsi le colpe, perché è sotto gli occhi di tutti dove sta il marcio di un welfare scarnificato, impoverito, defraudato e depredato per esaltare le opportunità del “privato”, cliniche, ambulatori e laboratori, fondi integrativi e assicurazioni che in questi giorni, tutti, sono scomparsi dall’orizzonte occupate dalle responsabilità e dagli oneri, tutti, d’improvviso, in capo allo Stato, in un tardivo riscatto del sovranismo.

E infatti siccome dalla palude della tragedia all’italiana affiorano i fiori del male del ridicolo, così i governatori che esigevano fino a ieri autonomia del dare corso auna desiderabile pluralità di soggetti più privati che pubblici, malgrado i conclamati insuccessi registrati in tutte le latitudini, reclamano procedure ma soprattutto esenzioni, assistenza, aiuti del maledetto Stato padrone, recuperato in veste di padre doverosamente compassionevole, e della collettività oltre i confini regionali, riesumata in veste di popolo unito dagli accadimenti.

Purtroppo potrebbero essere tempi interessanti, ma se la morte non va in vacanza, i cervelli sembrano essere in ferie per malattia.


Virus in fabula

91iIf6h6YNL._SS500_Una ragione ci sarà se stiamo scambiando una sindrome influenzale per una pandemia letale come dice Maria Rita Gismondo, direttore responsabile di Macrobiologia clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze, dell’Ospedale Sacco di Milano e se dopo non aver fatto nulla se non chiacchiere e assurdità per un mese, ora si prendono provvedimenti da peste nera che appaiono decisamente farseschi. I motivi di carattere geopolitico sono chiari come il sole, ma si aggiungono quelli interni, ovvero la stagnazione e il definitivo verdetto del calo del prodotto industriale nel 2019 del 1,3%: cosa meglio di una malattia per nascondere il male oscuro che sta consumando il Paese e a cui il sistema politico reale non riesce a rispondere per il semplice fatto che è esso stesso parte del problema? A 12 anni dallo scoppio di una crisi negata fin che si è potuto e riconosciuta solo quando si è ritenuto di poterla dichiarare finita grazie agli illusionismi di una statistica ad hoc, tutta l’Europa sta affogando dentro il suo sistema monetaristico austeritario, come aspetto funzionale dell’egemonia tedesca, ma anche e soprattutto socialmente reazionario secondo i dettami del neo liberismo: la stessa Germania che ha imposto questo modello e che ne ha tratto immensi benefici deve registrare un calo produttivo di quasi il 7 per cento. E tutto il continente europeo, compresi i Paesi dell’est che ormai “godono” di salari inferiori a quelli cinesi, langue: nell’ultimo trimestre del 2019 le economie dei 27 paesi membri hanno registrato un aumento del PIL del 0,1%., il che praticamente vuole dire nulla o forse anche meno di nulla considerati i trucchi che è possibile adottare per iniettare un po’ di botulino nel prodotto interno lordo complessivo.

I contraccolpi politici del fallimento di un sistema che ha strozzato i mercati interni nell’ossessione del debito creando enormi disuguaglianze sociali, disoccupazione, distruzione di diritti e di tutele che a loro volta si ripercuotono sull’economia provocando una crescita stentata, sono dappertutto: nella fuga della Gran Bretagna, nelle strade francesi, nella perdita di consenso della regina Merkel nello stessa Germania: per poter essere contenuti richiederebbero un’ inversione di rotta di 180 gradi che non è nemmeno immaginabile con il timone bloccato dalle concrezioni del globalismo neoliberista, dagli interessi delle multinazionali e dei gruppi finanziari mentre le istituzioni sono letteralmente occupate e governate dalle lobby di cui le elite politiche sono mera e miserabile espressione, con al massimo caratterizzazioni differenti. Siamo insomma alle soglie di una nuova ondata di crisi che non si sa come fronteggiare perché gli strumenti a disposizione sono esattamente quelli che l’hanno provocata. Dunque ogni mezzo di distrazione di massa è quanto mai benvenuto per appannare la vista sul dirupo e anche a distogliere l’attenzione sul fatto che l’unione europea è in realtà una disunione di fatto, visto che la Germania si appresta a un piano di investimenti pubblici che ha vietato agli altri stati membri e che oltretutto costituiscono una clamorosa sconfessione dell’ideologia sulla quale è stata edificata l’Europa dell’euro e i suoi trattati.

Bene chiudiamo le scuole, chiudiamo i porti e gli aeroporti, vietiamo i trasporti, evitiamo persino le messe come ha fatto la curia milanese perché il grande raffreddore è in arrivo, guardiamo inorriditi la risalita del solito spread e la caduta della borsa: in dodici anni non abbiamo imparato nulla, ci caschiamo sempre e alla fine del can can si potrà sempre dire che la colpa del disastro del Paese è il corona virus che poveretto farà un centesimo delle vittime dell’influenza. Ma del resto se la capacità di affrontare le cose sta nella conoscenza, il suo controllo è vitale per le classi dirigenti e per i grandi padroni: in fondo il capitalismo nel suo senso moderno è nato con le grandi epidemie di peste del Trecento che hanno consentito enormi accumulazioni di ricchezza in poche mani. Perché gli epigoni non dovrebbero sfruttare altre epidemie, magari più sulla carta che nella realtà, per rimanere in sella?


La Peste

Danza-macabraAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non si sa quando la “morte nera” cominciò ad aggirarsi con la falce luccicante in giro per l’Europa: pare che a portarla fosse stata una nave di mercanti genovesi scampati da Caffa in Crimea quando la città fu occupata dai Tartari. Era stato probabilmente quel bastimento carico di pellicce tarmate e sorci pulciosi a recare il tremendo flagello a Messina nell’ottobre del 1347 e di là a Tunisi, da dove si diffuse nell’Africa settentrionale e da lì, attraverso la Penisola iberica e le isole del Mediterraneo, in tutta l’Europa.

La chiamarono peste da “peius” per indicarla come “la peggiore malattia”. Tra il 1347 e il 1350 l’epidemia uccise da un terzo a metà della popolazione europea,  tra i venti e i venticinque milioni di persone e più. A Firenze, dove in pochi potevano trovare riparo sulle colline, magari nella Villa Paradiso di Niccolò Alberti dove Boccaccio riunisce sette giovani dame e i loro tre cavalieri, la popolazione scese da 75 mila abitanti e 45 mila. E a Venezia nei diciotto mesi dell’infuriare del morbo morirono, secondo i dati dei censimenti della Serenissima negli anni  1347-1349 la città perse  i tre quinti dei veneziani.

La grande strage era stata preceduta da vari fenomeni che fecero pensare a una maledizione o a una punizione divina: condizioni climatiche avverse che avevano fermato le produzioni agricole, carestie: la gente non aveva di che sfamarsi e, indebolita, fu più esposta al contagio. La  recessione colpì anche le grandi banche fiorentine trascinando i Bardi e i Peruzzi nella bancarotta  che aveva avuto origine, pare, dall’insolvenza della casa regnante inglese.

Erano altri tempi e contro una certa storiografia Braudel racconta che poi, dopo quelle emergenze, l’Italia rifiorì e riconquistò il suo primato per tutto quello che è stato definito il Secondo Rinascimento, dimostrando quindi una volta di più che le epidemie e le crisi sono ricorrenti, ma lo è meno la rinascita.

Ancora più dei testi di storia sarebbe da rileggere un grande romanzo del ‘900, la Peste appunto, di Albert Camus, che narra  di un terribile flagello che si abbatte su Orano, cominciato con una  moria di topi che vengono trovati morti a migliaia a ogni angolo della città, nell’indifferenza di tutti.  Ma  è solo la prima avvisaglia di quello che aspetta la città, chiusa da un cordone sanitario per circoscrivere la sua violenza devastatrice e dove gli abitanti reagiscono chi barricandosi in casa e chi invece dedicandosi a piaceri e trasgressioni prima proibite come per un presagio di morte e chi speculando sulla catastrofe. Quando infine si trova la cura, il sollievo fa dimenticare la tragedia, la città  è in festa, solo qualcuno,  inascoltato, si rivolge alle autorità per ribadire la necessità di una prevenzione contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti per anni prima di colpire ancora.

E infatti, per tornare dal romanzo alla cronaca del passato, le epidemie si riaccendono: a Venezia nel    1423 una nuova virulenza miete  40 vittime al giorno, tanto da convincere il Senato decimato (50 famiglia patrizie furono sterminate dal morbo) a chiudere la città agli stranieri provenienti da zone “a rischio” e a destinare un’isola a luogo di isolamento con la costruzione di un ospedale permanente, il Lazzaretto.

Eccellentissimo monsieur d’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune”. A scrivere è Alvise Zen, passato alla storia come il “medico della peste”, che si rivolge a un amico qualche anno dopo la nuova epidemia che decima la popolazione di Venezia in due ondate successive, nel 1575 e nel 1630. …Nemmeno le guerre e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato….. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. I detenuti vennero arruolati come “pizzegamorti” o monatti. Potevamo circolare liberamente solo noi medici…. Indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…..Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Per le strade cresceva l’erba. Nessuno passava. Illustrissimi medici dell’università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l’esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calato su Venezia”.

Nel 1500 il numero dei veneziani  ammontava a circa 120.000 abitanti, nei settant’anni che seguirono, la popolazione urbana aumentò fino 190.000 abitanti, finchè  due pestilenze, quella del 1575-1577 e quella del 1630-1631 ridusse di più di un terzo la comunità veneziana.

Non occorre ricorrere all’allegoria di Camus che verso la conclusione  descrive il ritrovarsi  delle coppie separate dalla quarantena: “Queste coppie estatiche, strettamente unite ed avare di parole, affermavano in mezzo al tumulto, col trionfo e l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo. Negavano tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno”, e meno che mai a XFiles  per avere conferma che la peste c’è fuori  e dentro di noi, che è la malattia del vivere il cui microbo non guarisce se non lo preveniamo e curiamo e comunque non è mai detto che sia debellato.

Perchè è quella combinazione di indifferenza e indolenza che ci fa preferire non vedere e non sapere che siamo esposti, potenziali vittime, con una differenza rispetto alla concezione manzoniana che la interpretava come una livella che faceva giustizia “superiore” in un mondo diviso che guarda ai poveri come sottodotati di “personalità morale profonda” e di autocoscienza dell’oppressione, dove  la morte nera abbatteva ricchi e straccioni.

Mentre invece la contemporanea catastrofe progressiva con il corredo di intimidazioni, ricatti, paure alimentate ad arte, guerre convenzionali remote e quelle interne contro altri Terzi Mondi, continua a stringere un cordone sanitario a protezione di chi ha e pretende di avere sempre di più, delle sue fortezze chiuse nel timore che la plebaglia, i barbari affamati e incolleriti abbattano le porte e facciano irruzione calpestando i tappeti pregiati, spaccando gli specchi e le cristallerie, riprendendosi quello che è stato loro sottratto, erigendo Colonne Infami contro untori, streghe, ribelli.

E non è una peste al rallentatore, a bassa intensità quella che accende di tanto in tanto focolai di virulenza, ma che ha via via decimato la popolazione veneziana dai 175 mila degli anni ’50 dello scorso secolo ai meno di 53 mila di oggi?

Non è un morbo fatale quello che ci ha imposto la fine della possibilità anche di immaginare qualcosa di diverso dall’oggi e qui, dove ci si vuol dimostrare che ogni pressione e repressione, ognuna delle sette piaghe è incontrastabile e irreversibile e siamo condannati a sopportare il futuro che hanno disegnato per noi e contro di noi? E che non ci resta che chiuderci in casa, evitare i contatti, la vicinanza  con gli altri che potrebbero  preludere a compassione e solidarietà, per obbedire a regole, quelle dell’economia, del mercato e della finanza che sono diventate leggi di natura fatali in un mondo che sta rotolando verso la catastrofe ambientale?

Sicchè l’unica soluzione è l’isolamento, la limitazione dei diritti di circolare, pensare, esprimersi,  per dare forma al nuovo ordine sociale nel quale solo l’assoggettamento garantisce la salvezza perché fa da vaccino contro la libertà e permette, come compensazione, di saccheggiare il supermercato e salire sul tetto come cecchini per sparare ai passanti, potenziali untori.

 

 

 

 

 


La lotteria dei virus

plagueinc678Rimango sempre affascinato dai processi mentali e dalla relazione ambigua, a volte incestuosa e distorta tra fatti e credenze, tra paura e valutazione del rischio, tra aspettative e stima delle probabilità: è possibile che questo magma abbia ricoperto un ruolo adattativo nell’evoluzione della specie, di cui non è il caso di discutere qui, ma è certo che in tempi storici esso è stata la chiave del potere, il cemento del’asservimento e insieme la dinamite delle speranze. Proprio in questi giorni possiamo osservare all’opera una gigantesca discrasia fra allarme e realtà che svela anche il suo contrario, ovvero quello fra mancato allarme e realtà. I giornali, le televisioni, le chiacchiere sono piene di coronavirus e dei primi casi italiani, anzi del primo morto italiano, ma in mezzo a queste notizie che annunciano una possibile epidemia dovuta poi a mancanza di adeguati controlli, di menefreghismo di qualche singolo e di oscene paure di sforare il debito, non sappiamo che nelle prime tre settimane di febbraio si sono avuti circa 3 milioni e 800 mila casi di influenza che statisticamente hanno provocato l’1 per mille dei morti in special modo tra le persone anziane che già hanno problemi respiratori, polmonari e cardiaci per le quali le complicanze possono avere un esito infausto.   Ogni anno infatti il numero dei morti varia dai 4 mila ai  10 mila solo in Italia. Vi allego il link al documento di Influnet sui casi in questa “stagione virale” se per caso abbiate dei dubbi.

“Ora secondo i dati provenienti dall’Oms il coronavirus cinese, che provoca appunto una sindrome influenzale, ha infettato con certezza meno di 80 mila persone in tutto il mondo e fatto finora 1871 morti. Molti, ma siccome all’inizio di un epidemia non batterica i cui sintomi si confondono con quelli di patologie simili, la stragrande maggioranza dei casi sfugge all’attenzione, è probabile che almeno in Cina gli infettati siano molti di più, secondo un fattore che possiamo stimare in 20 o 30.  Questi metodi  statistici che ci permettono di ipotizzare con abbastanza certezza che il coronavirus ha una mortalità uguale più probabilmente inferiore a quella dell’influenza, ma con una caratteristica decisiva che lo rende meno pericoloso: al contrario dei ceppi virali influenzali è poco eterogeneo e mutabile, dunque permette di sviluppare immunità.  Sulla natura geopolitica e mediatica dell’ allarme epidemia non c’è alcun dubbio, visto che sindromi ben più estese sono passate sotto silenzio (vedi qui) anche se è lapalissiano affermare che meno agenti patogeni ci sono in giro meglio è, ma la sopravvalutazione emotiva dell’epidemia riporta immediatamente l’attenzione sulla sottovalutazione dell’influenza, che non entra significativamente nelle statistiche di morte, semplicemente perché i casi sono segnalati nelle caselle delle varie complicanze che può provocare.

Si può supporre che all’Inps si freghino le mani per la felicità, così come nei caveau dei fondi pensione, negli uffici delle assicurazioni sanitarie e all’Fmi, perché in fondo l’influenza sembra la malattia ideale per il sistema liberista, al punto che potrebbe essere stata messa a punto dai Chicago boys: uccide principalmente in età avanzata e per giunta persone che non soltanto percepiscono (orrore!)  la pensione, ma che già richiedono molti trattamenti sanitari; essendo virale non ha una cura vera  e propria, ma può essere affrontata con palliativi a basso costo; non sviluppa immunità e quindi permette grandi affari con i vaccini che vanno ripetuti ogni anno a  seconda dei ceppi che si diffondono; tuttavia in persone in età giovanile o matura ma in condizioni di salute non compromesse può anche essere considerata un malanno bagatellare per il quale non è il caso di perdere troppi giorni di lavoro e pesare sulla produttività e il profitto del padrone: uno o due bastano o magari nessuno riempiendosi di antipiretici o di quelle medicine mix di stimolanti come la caffeina e antidolorifici che promettono di far “rimanere attivi”come dicono le insistenti pubblicità. In realtà non conosciamo affatto quali possano essere le conseguenze alla lunga di una sindrome virale affrontata in questo modo  e parecchie volte nella vita, ma possiamo benissimo vedere come tutto questo si concili alla perfezione nell’allarme angoscioso per il debole coronavirus che si diffonde proprio perché generalmente provoca disturbi lievi o addirittura nulli come è stato nel caso dell’untore italiano e il silenzio sull’influenza che viene ricordata solo quando c’è da smerciare il vaccino. E che dire dei 440 mila bambini soto i cinque anni uccisi ogni anno dal rotavirus o delle 55 mila persone che muoiono ancora di rabbia in assenza di vaccino? Se fossimo perfette macchine razionali non avremmo dubbi su come affrontare questi eventi e su quale concentrarsi, ma così evidentemente non è: siamo troppo umani per evitare le disumanità di fondo.


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