Se al di là dell’Atlantico si annunciano turbolenze dopo le elezioni di medio termine, da questa parte non si sta certo meglio: la Polonia è sull’orlo di una guerra civile e in Belgio il primo ministro  Bart de Wever ha dovuto rassegnare le dimissioni, vista l’impossibilità di far passare la manovra finanziaria che prevede lacrime e sangue per poter rientrare nei parametri della Ue – quel famoso 3 per cento di deficit di bilancio che da noi  un milieu politico servile e vacuo ha voluto addirittura  mettere in Costituzione – in presenza del combinato disposto di crisi economica, aumenti vertiginosi delle spese militari e delle “dazioni” a Kiev. È la stessa situazione in cui sono molti Paesi dell’Unione come risultato di una costruzione europea “guidata” dagli Usa in funzione dell’espansione della Nato ad est e legata di fatto ad un’architettura imperialista. Questo, come dicono analisti del calibro di Alastair Crooke  non solo ha svuotato di senso l’Ue come progetto politico, ma le ha anche sottratto qualsiasi capacità di autonomia in politica estera: da essere un attore geopolitico, secondo quanto veniva propagandato, è diventata una sorta di ripetitore del verbo americano, talvolta anche più realista del re. E ora diventa veleno per i ceti popolari e medi che si vedono mangiare il reddito, svanire le tutele, ipotecare il futuro.

A questo punto il progetto Ucraina è l’unica cosa che rimane al milieu politico di Bruxelles e a molti dei governi nazionali: in sostanza la guerra è diventata la ragione d’essere dell’Unione europea. Peggio di così non si poteva immaginare perché da una parte la guerra è il collante che tiene assieme le istituzioni di Bruxelles, ma dall’altro nessuno ha un’idea chiara di come supportare la prosecuzione della guerra senza far crollare la stessa struttura finanziaria che è alla base dell’Europa liberista. O almeno nessuno sa come poter conciliare questo senza manomettere il patto sociale con i cittadini che si vedono costretti da una parte a subire le conseguenze sia della mancanza di energia a basso costo che derivava della Russia e dall’altra a vedersi sottrarre quel poco di welfare che rimaneva. L’esempio italiano di sottrazione di fondi alla scuola pubblica per darli agli armamenti è un esempio perfetto di queste scellerate dinamiche.

Bruxelles dal canto suo cerca in qualche modo di barare sui finanziamenti: i 90 miliardi dati a Kiev , con zero possibilità si restituzione, non figurano in bilancio, si dice che essi sono venuti fuori sfruttando il “margine di sicurezza” ossia la differenza tra il massimo che i singoli Stati sono chiamati a dare e gli stanziamenti settennali. Si tratta evidentemente di un trucco contabile, perché sempre 90 miliardi sono e non bastano perché Zelensky ha fatto sapere di volere e presto altri 70 miliardi. il risultato è che ora Bruxelles pretenderebbe di aumentare dell’81%  i contributi delle singole nazioni, portandole complessivamente a 235 miliardi l’anno. Alla Germania viene chiesto di di aumentare i propri contributi da circa 40 miliardi di euro a 60 miliardi, alla Francia di passare dai 30 ai 40 miliardi  e all’Italia, contributore netto da sempre, di portare la propria quota da 22,5 ai 30 miliardi di euro. Questo ovviamente significa tasse all’interno dei vari Stati che comprometterebbero la già inesistente competitività delle industrie continentali e imposte al consumo direttamente stabilite dall’Ue.

Questo però significa una cosa sola:  ovvero il collasso delle politiche sociali e quello del consenso politico: l’unica strada possibile per parecchi Paesi è l’uscita dall’Unione o dall’euro o la completa ricontrattazione della propria partecipazione cosa che comunque sarebbe una campana a morto per l’Ue o quantomeno per l’Ue come la conosciamo. Il fatto che in Francia, sia la Le Pen che Mélenchon, ovvero sia la destra che la sinistra, propongano un deciso allentamento degli obblighi europei la dice lunga sul logoramento di un costrutto che ormai si aggrappa a una guerra persa. E su tutto questo incombe anche la vicenda medio orientale che fa schizzare i prezzi vero l’alto in maniera insopportabile per i ceti popolari: dall’inizio delle ostilità in Ucraina l’inflazione media in Europa è passata dall’1,9 al 3,8 per cento con aumenti ancora più marcati nei settori fondamentali, casa, cibo, sanità, mobilità. Il terremoto si avvicina.