Con un aprile e maggio piuttosto freschi, i millenaristi del clima erano scomparsi, ma adesso che è estate eccoli ricomparire con i loro annunci catastrofici e la necessità di non produrre più CO2 anche a costo di non respirare. La cosa non stupisce: alla fine degli anni ’70 l’università di Princeton scoprì una cosa inaspettata nel corso di una ricerca sulla temperatura ideale: se un gruppo di persone veniva messo in una stanza in cui si diceva che avrebbe fatto molto caldo esse sudavano di più rispetto a un altro gruppo ospitato in un’altra stanza, ma a cui era stato detto che la temperatura sarebbe rimasta moderata. In realtà le due stanze avevano la medesima temperatura di 28 gradi. Insomma esistono meccanismi psicologici elementari con cui si può facilmente influenzare il discorso pubblico: se si dice che fa un caldo dannato, se si rievoca l’Africa si avrà l’effetto di indurre le persone a percepire di più il caldo. In realtà non c’è alcun sistema africano che ci fa bollire, ma la comune alta pressione delle Azzorre e le temperature, benché alte, sono abbondantemente di 5 – 6 gradi inferiori ai record stagionali.

Siamo dunque nel campo della percezione – che è facilmente dominabile nel discorso pubblico – per cui arriviamo a stupirci del fatto che d’estate faccia caldo e a considerare questa ovvietà come un evento eccezionale. Non di meno c’è, in effetti, un aumento delle temperature, anche se molto meno marcato di quanto non si voglia far credere, ma questo non basterebbe di certo a sostenere il tentativo di speculare su di esso e di cambiare la stessa società: deve necessariamente diventare drammatico ed essere sostenuto da un continuo allarmismo per ottenere l’effetto voluto, ovvero quello di indurre le persone ad auto colpevolizzarsi ed accettare una società concentrazionaria in nome del clima, così come si è tentato di fare con la salute e si tenta di fare con la guerra. In questo senso è necessario stabilire due dogmi: che il cosiddetto cambiamento climatico è dovuto esclusivamente all’uomo, cioè a te e che è provocato da qualcosa che tu produci, per cui ben vengano i controlli sulla tua vita. La scelta è stata orientata su vecchie teorie per cui il riscaldamento sarebbe provocato dalla CO2 che costituisce lo 0,4 per cento dell’atmosfera terrestre, di cui la produzione antropica costituisce a sua volta solo il 4 per cento.

È un’idea priva di qualsiasi prova sperimentale ed è anzi contraddetta da numerosi fatti accertati. Ciò nonostante viene tenuta mediaticamente in vita perché di fatto è un concetto politico, non scientifico ed è quello più “maneggiabile”. Naturalmente le continue variazioni di temperatura sono principalmente dovute ai mutamenti di radiazione solare e a quelli dell’orbita terrestre e ad altri fattori con i quali la CO2, che è necessaria per la vita, non c’entra un bel nulla. Nel dibattito scientifico si fa sempre più strada l’idea che il riscaldamento globale osservato nel XXI secolo è dovuto alla diminuzione della copertura nuvolosa: l‘analisi dei dati provenienti da diversi sistemi satellitari mostra che la copertura nuvolosa sta diminuendo, riducendo così l’albedo ovvero la parte di luce solare che viene riflessa ed aumentando invece quella che giunge al suolo. I numeri mostrano che l’albedo dell’intero cielo terrestre è diminuito di circa lo 0,79% dal 2000, con un conseguente aumento dell’assorbimento della radiazione planetaria a onde corte di circa 2,7 W/m². Inoltre si è osservata una riduzione mediamente intorno al 2 per cento delle nubi temporalesche per ogni decennio degli ultimi 24 anni.

Tutti questi dati vengono confermati da uno studio della Nasa nel quale si attribuisce circa l’80% del minore albedo alla riduzione della copertura nuvolosa piuttosto che a cambiamenti nelle proprietà delle nubi – come goccioline più sporche e scure – confutando l’ipotesi che la sola riduzione dell’inquinamento spieghi questa tendenza. Perché avvenga tutto questo è tutto da scoprire, visto che la scienza climatica sta muovendo i primi passi, ancorché voglia far credere di essere evoluta e di poter predire gli eventi che le oligarchie si aspettano semplicemente ignorando i complessi fattori che governano il “tempo” terrestre. Di fatto i risultati delle ultime ricerche costituiscono una dura critica ai modelli climatici che da tempo servono da guida per i decisori politici. Le simulazioni esistenti non catturano adeguatamente il ruolo dei cambiamenti atmosferici su larga scala, come il restringimento delle fasce temporalesche equatoriali o la riduzione della zona nuvolosa alle medie latitudini. Come hanno osservato i ricercatori della Nasa, i modelli “non lo avevano previsto”, rendendo le loro previsioni di riscaldamento globale – che servono a giustificare migliaia di miliardi di dollari in misure di riduzione delle emissioni di carbonio – sempre più dubbie.