La questione dell’immunità naturale e della sua superiorità su quella esile ed effimera conferita da i vaccini, è stata accertata e provata, al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, come si direbbe in un tribunale. E anzi, ora si comincia a dimostrare, che i vaccini somministrati dopo l’acquisizione dell’immunità naturale sono in grado di distruggerla indebolendo per sempre il sistema immunitario. Perciò al di là di quello che si può pensare in generale dei preparati a mRna, vaccinare chi ha già un’immunità naturale è  scientificamente stupido e dannoso a tutti gli effetti, tranne che per i profitti di Big Pharma. Proprio per questo non è più un fatto medico, ma  politico, una cartina di tornasole della eterogenesi dei fini della pandemia: la vaccinazione ancorché inutile e dannosa ha il valore di un atto di obbedienza cieca che prescinde dalle circostanze e dai fatti del mondo reale. Il problema è che la democrazia si fonda proprio su una contrattazione tra le esigenze individuali e quelle della società e di volta in volta viene raggiunta una soluzione, un compromesso dopo aver soppesato quei bisogni in conflitto e aver deciso, attraverso un consenso generale, cosa dovrebbe avere la priorità.

In questo caso non vi è stato nulla di tutto di tutto questo: grazie al fatto la società è ormai dominata da stratosferici accumuli di ricchezza e di potere è stata creata una realtà fittizia che nulla a che vedere con la scienza, nella quale una sindrome influenzale praticamente asintomatica nell’80 per cento delle persone, ha svolto il ruolo della peste e in base a questa mistificazione e alla manipolazione dei dati, i Parlamenti sono stati di fatto esautorati facendo venire meno la dialettica politica mentre lo stesso discorso pubblico è stato reso impossibile dalle censure e dal fatto che la quasi totalità parte dell’informazione è in mano agli stessi creatori del matrix pandemico. Se anche il covid fosse davvero una peste e non un malanno stagionale di gravita inferiore a quello dell’influenza è evidente come il sole che tutte le decisioni sono state prese in assenza totale di dibattito e di contrattazione e che dunque siamo di fronte a un dissolvimento della democrazia, dei suoi strumenti e della sua stessa ragion d’essere. In questo quadro le imposizioni vaccinali non sono una scelta consapevole ma un diktat in uno stato di eccezione dal quale è difficile se non impossibile tornare indietro Il fatto è che se davvero, come nella peste bubbonica, morisse il 50 per cento delle persone infettate  e non una percentuale di 0 virgola qualcosa negli anziani, di 0,0 qualcosa negli anziani curati  e di 0 virgola 000 qualcosa nelle persone sane sotto i 60 anni,  a nessuno verrebbe in mente di rifiutare il vaccino: la contrattazione democratica tra interessi individuali e interessi sociali sarebbe stata immediata vista la loro assoluta convergenza. Invece in questa condizione di pandemia artefatta chi rifiuta il vaccino e immediatamente anche un nemico della narrazione, un infedele, uno che non è caduto nella trappola della paura e che un domani potrebbe puntare il dito contro autori e complici della mistificazione: al potere non gliene frega nulla di vaccinarlo, tanto sa benissimo che non serve a nulla, se non semmai a farlo stare meglio, ma vuole emarginarlo e impoverirlo per diminuirle la capacità di agire nella società e farne un paria.

Ecco perché è particolarmente pericoloso per questa cupola pandemica che la maggiore opposizione organizzata alle imposizioni vaccinali venga dal mondo del lavoro perché se una parte cospicua dell’economia produttiva non si piega, le cose potrebbero mettersi al brutto per la narrazione e soprattutto per gli scopi di ingegneria sociale che essa si propone. Il punto debole di tutta la narrazione sono stati proprio il divieto di cura durato praticamente due anni e adesso il tentativo di non tenere conto dell’immunità naturale abolendo d’un tratto un secolo di ricerca medica. Questo è davvero un vaglio: chi finge di credere che solo il vaccino serva contro il covid andando contro ogni cognizione scientifica è o un imbecille o un servo del potere o entrambe le cose che non è poi così difficile. E questa clamorosa debolezza narrativa riesce stanare l’antidemocratico e il finto progressista anche sotto tonnellate di politicamente corretto, di antifascismo da tastiera e clientelismo da sedicenti filosofi minchia, piccoli e inutili prof  che gli scatta la firma come scattava la viulenz all’ Abbatantuono re della fossa del Milan. O magari decenni di critiche al capitalismo senza averlo mai compreso.