Anna Lombroso per il Simplicissimus

A due giorni da quella che l’Ansa definisce la “strage di Ardea”, la ricostruzione degli eventi da parte della stampa ufficiale ci dice che un 35enne con “problemi psichici”, noto nel comprensorio dove abitava per avere più volte intimidito i passanti e i vicini brandendo una pistola, arma di ordinanza del padre defunto,  e oggetto poco più di un mese fa di un Tso di un giorno, per aver minacciato l’anziana madre con un coltellaccio,  è uscito di casa nella assolata mattina di domenica intorno alle 11, con felpa, zainetto e guanti, ha percorso con il revolver in pugno le strade  di Colle Romito e infine ha sparato, uccidendo i primi sconosciuti che ha incontrato, due bambini e un anziano passante. Poi si è rifugiato in casa in stato di assedio da parte dei carabinieri accorsi e infine si è tolto la vita.

Risultato offerto ai lettori? Presto detto, a tanti anni di distanza paghiamo lo scotto delle illusioni visionarie, spericolate e rischiose di Basaglia, così avventate perché ha concesso licenza di uccidere ai matti, perché il Tso, effetto della legge che porta il suo nome, è un’insensata, arbitraria e inapplicabile misure repressiva che impone il trattamento sanitario, non soltanto per patologie mentali e relativi comportamenti pericolosi per sé e gli altri, compreso, secondo qualche psico-filosofo, il dubbio sulla gestione della pandemia e sull’obbligo di vaccinazione, in capo ai sindaci previo consulto e autorizzazione  di due medici, perché chi soffre di disturbi mentali rifiuta la somministrazione di psicofarmaci sottraendosi a quell’educato e soffice controllo sociale che ha incautamente sostituito il ricovero, la degenza perenne in lager e il ricorso all’elettrochoc.

Pare proprio sia per quello che un pacifico borgo diventa ostaggio di un soggetto marginale che un tempo sarebbe stato definito e tollerato come il “matto del villaggio” e, che oggi, quando solitudine e isolamento sono diventati componenti “naturali” della condizione urbana, si è trasformato in una minaccia alla sicurezza e al decoro. Finisce che i cittadini, come in questo caso, si rendano colpevoli di non aver invocato la repressione, mentre le forze dell’ordine si chiamano fuori  perché sia pure in vigenza di decreti e provvedimenti severi, il pericolo pubblico non è stato denunciato, il sindaco si assolve per non essere stato informato dopo il Tso dell’evoluzione dei comportamenti sociopatici dell’energumeno, la Ministra invoca la immediata applicazione di un regolamento inattuato dal 2018 che impone la circolazione tra le varie autorità delle informazioni in merito alla detenzione di armi da parte di squilibrati a rischio.

Non stupisce. È proprio il tempo nel quale con una esplicita voluttà si cancellano conquiste umane, civili, sociali e culturali, incompatibili con l’attuale interpretazione dei principi di libertà personale e collettiva e  di autodeterminazione, dalle conquiste di anni di lotta per il lavoro, a diritti che sembravano inalienabili, istruzione, cura, casa, ridotti via via e non sostituiti da quelli – necessari ma inaccessibili quando stati di necessità li concedono solo a ceti privilegiati.  Non poteva non succedere che la colpa fosse attribuita a esperienze e figure che si sono battute contro discriminazione, sopraffazione private e pubblica,  quando viene interpretato come fenomeno psicopatologico il dubbio, come comportamento asociale la pretesa di esercitare il libero arbitrio, come atteggiamento paranoico e ossessivo la ricerca della verità dietro al velo di Maya della narrazione ufficiale.

E quando vengono invocate di continuo la repressione, la vigilanza e la sorveglianza a dispetto di ogni forma di privacy, tanto da legittimare la delazione, la denuncia di “trasgressioni” da comandi e imperativi sostenuti unicamente da disposizioni emergenziali sospensive della legalità.

Quando tutto congiura nel trasformare i cittadini in malati o potenzialmente malati, cui viene raccomandato il continuo monitoraggio di sintomi, l’imposizione obbligatoria di vaccini al posto della prevenzione ormai caduta in disuso e della cura impraticabile a causa della cancellazione del sistema sanitario e di assistenza, quando è suggerita e promossa l’assunzione di  quelle droghe che devono garantire, fin da bambini, la fidelizzazione al sistema sociale, l’accettazione dei suoi paradigmi e delle regole consortili, e l’autogoverno responsabile grazie a pillole, gocce, pozioni, del malessere di vivere, compreso quello determinato da nuove povertà, indigenza, alienazione, frustrazione, con aumento spropositato di stati depressivi, d’ansia, stress, insonnia, psicosi e affini.

Quando disagiati, disperati, emarginati scacciati dal mercato come improduttivi e inadeguati a accettare le sfide del mercato, della rivoluzione digitale e dell’automazione, si trasformano in soggetti a rischio in una società che produce poche merci ma fa circolare molta tristezza, molta impotenza, troppa solitudine, da “trattare”  e coartare in risposta a stress provocati da fattori concreti ma mai ammessi, perdita del posto, della casa, indebitamento, umiliazioni.

Quando il matto, che spesso non assume le magiche polverine tranquillizzanti o ci beve sopra qualche alcolico, che da un anno e più vive un incremento di isolamento solipsistico, che esce in strade ostili dove è spaesato e guardato con sospetto, non ha un posto dove andare, perché non esiste più quella rete di distretti sanitari di quartiere, di ambulatori di medicina generale, di consultori, quella rete di presidi sanitari territoriali che esistevano fin dai tempi delle mutue e che, dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 in poi, sono stati progressivamente smantellati, espropriati della possibilità di soccorrere e ascoltare.

D’altra parte anche questo rientra nella guerra mossa agli improduttivi, che si traduce anche in disposizioni di ordine pubblico a tutela dal disordine che offende il decoro, dai comportamenti incompatibili con la socialità e la sicurezza che caratterizzano gli ultimi e che preoccupano i penultimi, perché si sa, gli oppressi, i poveracci, le vittime sono anche screanzati tanto da perdere i già esigui diritti riconosciuti a chiunque possa esibire quel tanto in più di requisiti che lo distingue  dall’essere una nuda vita: non consumano, non contribuiscono al benessere generale, sono assimilabili ad altri parassiti e pesimorti, dunque sono nemici della collettività e di una organizzazione sociale  che ha l’unica missione di “servire” e produrre.

E se la salute è una merce e l’istituzione sanitaria un’azienda (non a caso si chiamano così le Asl), allora è giusto che vengano trattati come gli anziani, ridotti a essere invisibili, conferiti nelle Rsa o in nuovi manicomi,  chiusi in casa in modo da giovarsi del salutare distanziamento, sotto costante controllo di una qualche app o di un comodo braccialetto elettronico, sottratti allo sguardo della gente per bene, della quale macchiano la reputazione, pacificati fino al rimbecillimento da miracolosi prodotti talmente proattivi da cancellare reazioni incompatibili con la convivenza civile, come di deve configurare nel laboratorio globale dove si è diventati orgogliosi di essere cavie.