La presa in giro della “comunità scientifica”

L’arsenale della persuasione di massa non  contiene solo parole come complottista e negazionista che possono squalificare a priori chiunque osi contestare la narrazione corrente e dunque esimere dalla necessità di argomentare con il rischio di rendere palesi le mistificazioni, ma si serve anche di espressioni adiuvanti e magiche che una volta pronunciate recitano una sentenza definitiva senza alcun bisogno di spiegazioni. Si tratta come per molti lemmi tratti dalla neolingua di concettoidi ovvero di espressioni che si riferiscono a realtà inesistenti o puramente simboliche, ma che per trascinamento sintattico – grammaticale e analogia sembrano invece evocare qualcosa di concreto. Una di queste espressioni è la “comunità scientifica” che in questi mesi pandemici viene spesso tirata in ballo quando c’è da processare qualcuno, escludere un farmaco, affondare un’ipotesi di lavoro pericolosa per i profitti, sedare una qualche idea scomoda: tutte le volte si dice che la comunità scientifica non approva ( ovviamente senza citare alcun testo). Sembra quasi l’ipse dixit aristotelico  con la piccola differenza che Aristotele con le sue dottrine è esistito, mentre la comunità scientifica no, è solo un modo dire che si riferisce a un mero insieme, come potrebbe essere quello dei navigatori su internet o gli iscritti a Facebook o la categoria dei romanzieri, non è un organismo o un ente o un parlamento o un direttorio, non ha voci ufficiali o univoche. E del resto come potrebbe visto che la scienza è divisa in infiniti settori, sotto settori e gruppi  ognuno delle quali  è geloso della propria autonomia e anche dei propri statuti metodologici?

Quando sentite parlare della comunità scientifica che afferma questo o quel contenuto o per dirla kantiamente un qualche giudizio sintetico a priori,  potete essere matematicamente certi che chi usa tale espressione non sa  ciò di cui sta parlando e si riferisce nel migliore dei casi  ad ipotesi prevalenti che sono poi normalmente quelle che piacciono ai gestori della conoscenza consentita. Naturalmente all’interno dei vari campi e specializzazioni gli scienziati, si parlano vanno a convegni e seminari, ma alla fine la forma di comunicazione prevalente e più autorevole tra di loro non è certo l’oscena e rapsodica chiacchiera dalla quale siamo sommersi, ma è la pubblicazione attraverso le riviste scientifiche dove vengono stampati o resi disponibili a pagamento in rete  gli articoli che vengono ritenuti più interessanti: più una rivista è autorevole e più le ricerche pubblicate vengono considerate valide perché attentamente vagliate. Sulle riviste e sulla indecente speculazione ho scritto due giorni fa in questo post , ma qui bisogna aggiungere che in effetti questo sistema potrebbe introdurre un significato inquietante dell’espressione comunità scientifica, soprattutto per quei settori più vicini al denaro e al profitto: la pubblicazione avviene attraverso la cosiddetta peer review (revisione paritaria) ovvero la validazione di un lavoro scientifico da parte di ricercatori che lavorano nello stesso ambito. Tuttavia questi esperti sono scelti dall’editore stesso della pubblicazione attraverso vari comitati ed è dunque  lui che diventa il vero creatore della comunità scientifica e in parecchi casi anche l’ordinatore della conoscenza. In occidente i principali veicoli di informazione scientifica ai massimi livelli, sono editi da soli 5 grandi gruppi (Pearson , Thomson Reuters, RELX Group (ex Elsevier), Wolters Kluwer, Penguin Random House, del colosso tedesco Bertelsmann.)  che fanno parte dell’olimpo multinazionale e che  possono condizionare e direzionare la ricerca, soprattutto nei campi che hanno un forte e immediato impatto sugli affari e sulla società.

Si tratta di un  sistema privatistico della conoscenza che in qualche modo può dirsi ambiguo e fallimentare: basti pensare che la rivista scientifica Nature ha condotto una ricerca statistica coinvolgendo 1500 scienziati per comprendere quanto i risultati pubblicati sulle riviste scientifiche siano riproducibili e dunque controllabili. Ha così scoperto che gli scienziati interpellati non hanno ottenuto gli stessi risultati di ricerche altrui nel 70% dei casi e il 50% di loro non ha ottenuto gli stessi risultati nemmeno cercando di riprodurre le proprie ricerche. Non c’è da stupirsi se il capo editore della rivista  Lancet (una delle più autorevoli in campo medico) abbia dichiarato che “…gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può semplicemente essere falsa. Tormentata da studi effettuati con campioni di piccole dimensioni, risultati infimi, analisi esplorative non valide e palesi conflitti d’interesse, aggiunti all’ossessione di seguire tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza ha preso una svolta verso l’oscurità.” Non c’è nemmeno da stupirsi se spesso scienziati di vari settori abbiano vivacemente protestato contro questo assetto e se altri invece ci abbiano giocato in maniera sporca per ottenere visibilità, c’è invece da sottolineare che aziende come la Pfizer spendono circa 40 miliardi di dollari l’anno in marketing di vario tipo, non escluso l’appoggio “scientifico” ai suoi farmaci, ovvero il doppio di ciò che spendono in ricerca.

Potrei fare altri mille esempi, ma la cosa importante da comprendere  è che quando sentite parlare di comunità scientifica o ci si si riferisce a un puro nulla, a una semplice invocazione oppure a un sistema dove il libero dibattito è fortemente condizionato dagli interessi degli editori che sono ovviamente intrecciati con quelli dei produttori e in ogni caso entrano a far parte delle dinamiche dinamiche economiche, capitaliste, industriali politiche e persino militari. Figurarsi poi quando tutto questo precipita di livello e diventa vera paccottiglia per i giornali, per medicastri da quattro soldi, per politici analfabeti o ridicoli sicofanti eradicati da ogni senso etico come gli Arcuri

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