Duello alla fine dell’impero

Oggi negli Stati Uniti si vota per due candidati (e due aree elettorali) che si mostrificano a vicenda pur essendo entrambi molto al di sotto del bene e del male che viene invocato in loro nome, ossia la salvezza dell’America e che in ogni caso hanno le mani legatissime da potentati economici i quali fissano limiti rigorosi alle agende politiche. Tuttavia è proprio questa radicalizzazione che segnala il profondo cambiamento in atto perché da quando gli Usa si sono costituiti di fatto in impero, ovvero nel 1823 con la dottrina Monroe, gli scontri politici sono stati sempre riassorbiti dentro un coacervo di vasti interessi interni ed esterni che garantivano un flusso di risorse necessario a una relativa pace sociale: con la sola eccezione della guerra di secessione i cui prodromi somigliano molto alla situazione attuale, i due maggiori partiti, incollati al potere da una serie di regole parlamentari via via accumulatesi che non consentono rinnovamenti significativi, sono sempre stati convergenti al centro e dunque con poche reali differenze se non in alcuni momenti come quello della grande crisi. Lo “stile di vita” era per il sistema bipartitico, il punto fondamentale da difendere ad ogni costo e a scapito delle altri parti del mondo.

Se oggi assistiamo ad un scontro così aspro e così divisivo che va molto oltre i candidati, lo si deve al fatto che il motore che teneva assieme il tutto con una relativa stabilità è entrato in crisi: l’impero non è più un dato certo e indiscutibile perché negli anni le politiche neoliberiste, quelle neocoloniali, le avventure militari hanno spostato altrove la manifattura, favorendo l’ascesa della Cina con la sua visione di dominio morbido e condiviso che del resto fa parte della sua storia millenaria, hanno suscitato la resistenza delle vecchie potenze come la Russia che sembrava essere stata messa all’angolo per sempre e che invece si riaffaccia con armamenti che hanno reso obsoleta molta parte dell’elefantiaco sistema militare americano, si sono attirate l’odio di miliardi di persone a causa di guerre che per giunta si sono rivelare perdenti, sono riuscite persino a sfilacciare i rapporti con L’Europa . E last but no least una grande parte della classe media, in prevalenza bianca è stata drammaticamente impoverita: tutte cose che stanno provocando l’emersione dei nodi irrisolti dell’Unione, quelli messi sotto il tappeto grazie a un sistema di sfruttamento planetario che ne smussava i toni. A questo punto la scelta è se diventare lo strumento secolare e armato dell’oligarchia globalista – vedi_Biden –  o cercare una sorta di ritiro organizzato per tentare di rimediare ai troppi errori commessi – vedi Trump che tuttavia è molto al di sotto delle capacità necessarie a  questa scommessa.

Le implicazioni sociali di queste due scelte sono enormi e potrebbero anche portare a una guerra civile visto che nessuno sembra disposto a cedere sulla contestazione dei risultati:  l’ultimo sondaggio di YouGov ci dice che addirittura il 33% dei democratici e il 36% dei repubblicani sostiene la violenza politica di parte. A questo si aggiunge  la frustrazione repressa per i blocchi del COVID-19 e il danno economico e sociale che hanno inflitto: gli americani hanno visto le loro vite sconvolte e degradate dalla pandemia e dai blocchi, si sono  divisi in due campi, ciascuno capro espiatorio dell’altro per la terribile situazione. I primi dicono che la diffusione della pandemia (con tutti i suoi dati truccati però) è colpa di Trump, gli altri sostengono che il virus sia stato diffuso proprio per impedire una rielezione che all’inizio dell’anno pareva cosa certa. Ma in queste recriminazioni si avverte che ormai tra le fazioni si insinua un’odio che va ben al di là della questione.

Tuttavia, per quello che ci concerne  le due scelte alla fine dell’impero comportano grandi conseguenze: la più importante è che soprattutto con Biden che pare riscuotere più successo tra i militari, continuerebbe la serie delle guerre infinite inaugurate da Bush e mantenute dal premio nobel per la pace Obama, con un un rischio altissimo di guerra generalizzata: ormai gli Usa sotto la pressione continua del Pentagono e dell’apparato industrial – militare  hanno abbandonato la dottrina della deterrenza in favore di quella della flessibilità che prescrive l’uso di testate nucleari depotenziate per  avere ragione dell’avversario in caso di situazioni particolarmente avverse, con tutto questo che ciò comporta, ovvero una immediata risposta nucleare. E  in questa prospettiva stanno rinuclearizzando l’intera Europa facendone un bersaglio obbligato. In più nel Providing for the Common Defense  si dice che la guerra non è più una questione di se,  che è in corso la preparazione di un conflitto  che coinvolgerà ampie fette della popolazione americana con perdite enormi, senza che tuttavia sia certa la vittoria. L’impero insomma rischia di finire tra le fiamme trascinandoci tutti dietro la follia di alcuni pazzi. .

 

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