Un futuro da accattoni

barboneSe si vede un film dell’orrore si sussulta e ci si spaventa anche se si sa benissimo di stare assistendo a uno spettacolo, a un racconto, che nessun mostro si nasconde nell’ombra, ma non possiamo fare a meno di provare paura perché il nostro cervello ha delle risposte automatiche che non possiamo sopprimere e che vengono dalla parte arcaica della mente. Se attaccassimo degli elettrodi alla testa  non ci sarebbe molta differenza tra le aree cerebrali attivate dallo spettatore o da chi stia effettivamente vivendo la scena e la scoperta che narrazione e vita coincidono nella emotività immediata, almeno quando si toccano i meccanismi profondi di attacco e fuga, ha aperto vaste praterie agli apprendisti stregoni del potere: adesso sanno benissimo che il rapporto tra eventi e risposta, tra paura e realtà può essere modulato a piacere. Non per sempre ovviamente, ma quando basta per aver tempo di creare situazioni e prassi dalle quali non si torna più indietro.

Tutti gli anni le epidemie di influenza fanno 600 – 700 mila vittime, in tutte le aree del pianeta abbastanza sviluppate per avere statistiche sanitarie, ma fino a qualche mese fa nessuno lo sapeva e questo faceva parte della tranquillizzante normalità. Del resto il malanno nella stragrande maggioranza dei casi non era che l’ultima goccia  che cadeva su persone già debilitate da gravi patologie di ogni tipo e dunque veniva considerato nell’ordine naturale delle cose. E’ bastato che mutasse il nome, che un nuovo, ma molto simile agente virale, con più o meno gli stessi effetti, ma addirittura con una letalità minore, che tutto è cambiato e che in nome della lotta all’influenza si è potuta diffondere una tale paura da imporre la limitazione della libertà fondamentali di movimento e di espressione e anche da far passare come imprescindibile il controllo telematico massivo della popolazione. Poi si vanno a leggere i numeri e si scopre che praticamente dovunque siamo ai comuni livelli influenzali, anzi abbondantemente sotto questi livelli. Con la sola parziale eccezione dell’Italia dove lo sfascio della sanità pubblica, coniugata al panico e all’incapacità di amministratori e vertici scelti con il criterio della tessera e/o  della lunghezza del pelo sullo stomaco e ad errori terapeutici che oggi si cominciano ad intravvedere, ha provocato disastri in alcuni ospedali ma paradossalmente induce anche adesione a quella filiera di potere che è la responsabile della situazione. Il fatto che il numero di vittime sia in relazione inversa alle misure di segregazione che sono completamente inutili secondo tutta la letteratura medica ci fa capire, come ho già avuto modo dire, che non siamo di fronte a una risposta sanitaria, ma a una burocratico – amministrativa che prelude all’instaurazione di una tecnocrazia presentata come salvifica, ma che produrrà il decesso della democrazia e dei diritti olktre che nel tempo di un numero incalcolabile di vittime.

La segregazione non serve affatto al contenimento del virus, semmai a rallentare un poco la sua espansione in maniera da non sovraccaricare servizi sanitari largamente sottodimensionati già rispetto alla normalità e al diritto alla salute, ma serve soprattutto a bloccare le economie in modo che il potere nelle sua varie forme si trasformi in elemosiniere e i cittadini da soggetti di diritto in accattoni con la mano tesa e disposti a qualunque cosa pur di sopravvivere e non certo al virus, ma purtroppo agli uomini .  “Andrò tutto bene” basta affidarsi al potere: il mefitico mantra del neoliberismo si mischia perfettamente all’ordito apocalittico dal momento che fa parte del medesimo illusionismo che è riuscito in pieno. Anche quelli che strillano contro la richiesta di aiuto al Mes, che invocano aiuti immediati per chi è rimasto disoccupato o vogliono finalmente mettere in soffitta l’austerità o gridano che i piani miliardari fatti dal governo e dei loro sottocoda non sono altro che castelli di carte, giochi di prestigio parolai,  insomma tutta la panoplia dei critici, non si sognano nemmeno di mettere in questione la narrativa della pestilenza, anche se essa si rivela alla luce dei dati disponibili una comune ondata influenzale. E questo ci dice che la battaglia è stata già persa perché viene meno la dimensione di realtà di cui ci sarebbe bisogno se si vuole cambiare la realtà.

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