Wounded Knee e il reducismo Made in Usa

WoundedKnee171229-001Proprio oggi, 29 dicembre, ma del 1890 le guerre indiane terminarono definitivamente con il massacro di Wounded Knee, seguito all’assassinio di Toro Seduto. Non fu una battaglia come venne considerata e celebrata per oltre un secolo, ma una semplice strage di 300 nativi americani colpevoli solo di praticare il culto del Grande Spirito che ai responsabili di Washington non piaceva e per metterci un ulteriore carico di coscienza 20 soldati del settimo cavalleria, così coraggiosi da aprire il fuoco con le proto mitragliatrici Hotchkiss (di produzione francese tanto per la cronaca) su gente disarmata, ricevettero la medaglia al valore. Con quell’episodio si concluse la grande mattanza dei nativi, 18 milioni dei quali, per stare bassi, furono sterminati in continui assalti cominciati appena 17 anni dopo lo sbarco dei padri pellegrini. Anzi la festa del Ringraziamento, laico – religiosa nella quale si celebra la nascita della nazione  ricorda il primo massacro di nativi: 700 indiani Pequot furono bruciati vivi in un loro villaggio dai pii padri pellegrini  i quali pochi anni prima erano stati salvati dalla morte per fame da quegli stessi nativi che insegnarono loro a coltivare mais e ad allevare tacchini. Che infatti vengono ritualmente mangiati alla festa.

Il pervicace tentativo di dare la colpa ad altri indiani o a un incidente che si voleva evitare si scontra frontalmente con i diari del comandante dell’impresa, tale John Mason, divenuto una sorta di padre della patria i quali riferiscono  dicono tutt’altro: “Avevamo precedentemente stabilito di annientarli passandoli a fil di spada e di mettere in salvo il bottino”. Naturalmente sono pochi anche tra gli americani stessi quelli che conoscono questa vicenda in tutto il suo orrore, non diversamente da come noi bambini delle colonie appena acquisite eravamo ingenuamente esposti nel buio del cinema all’eroica guerra di liberazione del Texas dal Messico con Davy Crocket dotato di colbacco e coda d’ordinanza che strenuamente difendeva Fort Alamo dalle truppe del tracotante generale Santa Ana. Un vero peccato non sapere che il Texas si era ribellato perché il Messico aveva abolito la schiavitù. Ma d’altra parte  chissenefrega, non crediamo forse che sia stato Lincoln ad abolire universalmente la schiavitù quando gli Stati Uniti sono stati in assoluto gli ultimi a vietarla?

Queste circostanze mi sono venute in mente, quando in margine a uno studio sulla comunicazione è emerso che uno straordinario numero di personaggi del cinema e delle serie tv americane  (più o meno il 18% fra le produzioni esaminate) è un veterano dell’Iraq o dell’Afganistan ed è regolarmente affetto da disturbo da stress post-traumatico: da un punto di vista psicologico si tratta del medesimo meccanismo di rimozione e di riscatto che opera nelle leggende di fondazione nelle quali il male viene cancellato da una presunta eccezionalità benefattrice o, nel caso dei singoli individui, la punizione sotto forma di disagio mentale del veterano. In realtà non si vede perché in conflitti talmente assimetrici da essere principalmente condotti attraverso joystick o dall’aria e comunque sempre in condizioni di assoluta superiorità, ci debba essere una morbilità psicologica uguale o superiore alle guerre vere condotte contro un nemico di potenza simile, tanto più che lo stragrande numero di reduci si limita a compiti di pura occupazione o sorveglianza. Ma appunto è solo una rappresentazione rituale nella quale si vorrebbe alludere ai sacrifici che comporta la guerra “giusta”: se non è il caso di mostrare le onorificenze, il malessere ha lo stesso valore delle medaglie di Wounded Knee e non può nemmeno essere contestato. E’ insomma il correlativo dell’ostentato malessere della nazione di fronte alle proprie azioni che viene diffuso come adeguata penitenza e pentimento fino alla volta successiva.

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