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Andare in giro, prendere in giro

mappamondoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Avessi scommesso, adesso sarei ricca e potrei con tollerante comprensione associarmi alle esternazioni comparse sui social a proposito del turismo di massa che, perfino secondo alcuni delfini e delfine di dinastie della Grande Sinistra d’antan, rappresenterebbe un riscatto, così come il “viaggiare” una conquista.

Sarà meglio non farlo sapere a quelli della nave Sirio e meno che mai a quelli che varcano il Mediterraneo in gommone, e che non sono direttamente interessati a questa interpretazione del viaggio e del turismo come dovere sociale improrogabile concesso in sostituzione di diritti negati o cancellati: sei un precario in un call center? Goditi la mobilità andando due giorni e due notti brave in un pulciaio a Ibiza. Sei un esodato grazie alla Fornero? Meglio, così hai tempo per recarti a Assisi col parroco e con l’opportunità di comprarti anche la batteria di pignatte.

Oppure grazie a questi nuovi orizzonti del cosmopolitismo aberrante puoi diventare manager dell’accoglienza affittando una stanza in casa di papà e mamma convertita in B%B o la casetta al borgo antico o in incantevole paesaggio agricolo dei nonni, che in ossequio alle direttive del Fondo Monetario hanno preferito togliersi di torno precocemente per non pesare sulla società.

Certo tutto si fa più difficile e sta passando anche la sbornia collettiva promossa da AirBnB e altre imprese acchiappacitrulli hanno fondato un impero su evasione fiscale, elusione delle regole e partecipazione alla cacciata di residenti dalle loro case per far posto all’accoglienza:  i target acchiappati si stanno accorgendo che la saturazione del mercato non genera più concorrenza, che a fronte delle esose percentuali delle organizzazioni e delle agenzie il profitto è irrilevante, che il passaggio di ospiti poco paganti devasta le proprietà, quelle private e pure quelle pubbliche, innalzando il costo dei servizi essenziali, così come i viaggiatori trovano ricovero spesso in scatole multi-giaciglio dove non si cambia la biancheria e nemmeno l’aria.

Quelli che lo indicano come veicolo di affrancamento raggiunto attraverso lotte sociali, trascurano che, come tutto del resto, anche il turismo di massa è un palcoscenico dove si consumano le più vergognose e inique disuguaglianze: che c’è chi sta pigiato davanti a un quadro in mezzo a quella folla che loro per primi aborriscono tanto che preferiscono visite private in musei e gallerie, concesse a imprese e testimonial in veste di mecenati a diecimila euro a convention, c’è chi procede incolonnato in fila per due col berrettino in testa per attraversare Piazza dei Miracoli sotto il sole cocente attaccato alla bottiglietta dell’acqua minerale riposta dello zainetto insieme al panino sotto vuoto e chi invece sfugge dalla insolente e ignorante marmaglia rifugiandosi in resort freschi e appartati in attesa che silenziose limousine o motoscafi li conducano nei luoghi della contemplazione culturale e estetica via dalla pazza folla, risalita già sui torpedoni.

Ah dimenticavo, c’è anche chi prende modesti guadagni dalle rendite parassitarie indotte dal fatto che l’accoglienza e le attività servili sono diventate l’unica economia “produttiva” di molte località (ne ho scritto proprio ieri quihttps://ilsimplicissimus2.com/2019/06/06/turismo-di-cacca/ ) e che ha sostituito imprese e lavori locali e tradizionali, in nome di una presunta vocazione turistica che pesa come una condanna genetica sulle città d’arte, mentre i veri profitti speculativi sono delle multinazionali dei corsari del mare, delle agenzie e delle imprese di travel e alberghiere in combutta con quelle immobiliari che stanno cambiando la faccia e la natura di interi paesi, aiutando il più criminale dei ricambi, abitanti sostituiti da visitatori.

Le differenze si consumano non solo a proposito dell’utenza di luoghi costruiti, del godimento di opere d’arte e monumenti: le montagne un tempo meta di escursionisti spericolati e amanti della solitudine contemplativa sono occupate militarmente da infrastrutture sportive e alberghiere, atolli sono soffocati dai sacchetti di plastica dei visitatori ma anche da quelli importati ( la Malesia si ribella e li vuol rimandare da noi), a Tahiti i selvaggi felici descritti dal signor de Bouganville non ne possono più di mettere in scena la rappresentazione della loro gioiosa innocenza per carovane di wasp imbecilli e sfruttatori, mentre sappiamo che i paradisi fiscali hanno imparato a combinare l’ospitalità di capitali sporchi con quella di evasori in cerca di riposo su spiagge bianche e deserte e in mari incontaminati.

Ma questo pare non si possa dire per non essere tacciati, in fondo né più né meno di Adorno, di disprezzo nei confronti delle masse alienate e ignoranti prese in ostaggio dai miti del consumismo culturale. In questo caso la spirale del silenzio,  che impedisce di ammettere verità che potrebbero essere oggetto di vituperio e deplorazione dal parte della propria cerchia sociale,  serve non solo a placare quel po’ di coscienza suscitata dal revival dell’antifascismo che dobbiamo a Salvini, ma soprattutto a esercitare indulgenza elargita generosamente a quelle classi subalterne anche quelle recentemente riscoperte e valorizzate proprio per sottolineare l’appartenenza di pochi, sempre quelli, a quelle superiori e  libere.

Come se ­­­­­gli americani acculturati, ben descritti da Roland Barthes, che vanno in Giappone  cercando non ciò che è giapponese ma ciò che è giapponesizzato e mediato dalla cultura occidentale Hollywood compresa, fossero migliori delle frotte che si armano di mascherine per partecipare del Carnevale veneziano visto nelle soap.  Con la differenza che i primi si sarebbero meritati grazie ai quattrini, alla lettura di Mishima e ai film di Kurosawa nei cine d’essai il turismo d’élite con i suoi hotel, le visite prenotate per pochi intimi, le esplorazioni in luoghi esclusivi che dischiudono le porte e le meraviglie solo per loro, agli altri è permesso quello di massa, elargito come  magnanima compensazione più che come risarcimento. E che ha anche l’effetto non secondario di alimentare contenziosi  tra poveracci, ospiti e ospitanti, che  confliggono per accedere a servizi sempre più limitati, ambiente sempre più maltrattato, bellezza sempre più incompresa.

Ormai a pensare che le conquiste siano quelle sono le cavie che si sono accomodate nelle gabbiette del sistema, quelle che hanno conservato qualche – labile- privilegio di rendita, di fama, dinastico, quelli che hanno perso la voglia o la capacità di concepire un modo “altro” di vivere fuori dal loro superstite – labile – benessere, più equo, più giusto, più bello e pensano di conservarselo con qualche concessione ai Tartari che premono: una passeggiata a Tragara, una pipì in Canal Grande, le iniziali col pennarello sul colonnato di Piazza San Pietro, un selfie sulle macerie di un paese retrocesso a luna park.

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