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Il Venezuela e i “clarinetti” di Buenos Aires

macri_trumpE’ davvero strano che nella grande, ma intellettualmente irrilevante, stampa italiana, non venga mai nominato Alejo Ramos Padilla e l’inchiesta con la quale questo magistrato ha fatto luce sulla la colonna infame del regime di Macrì il quale si è fatto in quattro per aiutare i servizi americani a mettere in ginocchio il Venezuela e in particolare la sua azienda petrolifera. E’ strano perché in Argentina è uno scandalo che sta dando il colpo di grazia al presidente neoliberista già crollato nei consensi e messo al muro da una caduta economica vertiginosa del Paese, tanto che si sta scaldando il suo successore, un monti locale di nome Roberto Lavagna. Ma è strano anche perché tutti i personaggi implicati in una complicata storia di estorsioni e ricatti per ricavarne soldi “neri” con cui colpire il governo Maduro con false testimonianze, opera di corruzione e sabotaggio , è pieno di nomi che ci sono familiari, a cominciare dallo stesso Padilla, stesso nome di uno degli untori manzoniani ingiustamente accusati, per proseguire con il procuratore federale Carlos Stornelli, il suo braccio destro Marcelo d’Alessio, la deputata macrista, Paula Olivetto che sono sul banco degli imputati assieme  all’ Agencia Federal de Inteligencia e al maggior quotidiano del Paese, il Clarin che ha fatto la sua parte mediatica di nascondimento e deformazione.

Come detto la storia è complicata, ma la sostanza è che Stornelli con la complicità di D’Alessio si erano fatti dare 12 milioni di dollari di tangenti da persone artatamente coinvolte in trappole giudiziarie per procedere a una serie di operazioni come la falsa testimonianza di un avvocato della società petrolifera di stato del Venezuela e dare il pretesto a Trump di sequestrane i beni; la partecipazione finanziaria all’attentato con il drone contro il presidente Maduro, nello scorso agosto, messa a punto nei particolari dalla Cia con sede in Colombia; schedatura e spionaggio  di personaggi vicini al governo di Caracas, delle loro mogli e bambini, per mettere in piedi  una commedia volta a collegare l’azienda petrolifera venezuelana al traffico di armi e di droga. Per non parlare poi di vicende interne che forse potrebbero interessarci di meno se non rivelassero l’esistenza di un internazionale neo liberista vota all’appoggio reciproco di regimi di questo tipo:  un complotto per incastrare l’ex ministro dei lavori pubblici Julio de Vido e il suo vice, Roberto Baratta,  l’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner e diversi eminenti giornalisti anti-Macri, usando dati rubati da un agente della National Security Agency di nome David Cohen, che lavorava come infiltrato per “Energía Argentina SA “(Enarsa), l’agenzia energetica statale argentina. L‘8 marzo, Cohen è stato incriminato ed è stato anche scoperto  il coinvolgimento dell’intelligence israeliana nell’operazione. Ad ogni modo in casa di D’Alessio sono state trovate montagne di documenti che ne comprovano la sua appartenenza alla Cia, in particolare le istruzioni per inviare armi e agenti americani in Venezuela passando per Buenos Aires.

Tutto questo era stato in qualche modo adombrato da un film argentino, Il Presidente (la Cordillera in orginale),  anche se ovviamente la critica e la cinefilia da web non se ne è minimamente accorta non avendo più la capacità o la voglia di collegare l’espressione alla realtà che ne diventa una mera sovrastruttura o magari non osando sbirciare nel verminaio che la sovvenziona. Rimane però un interrogativo, perché tutte queste operazioni coperte proprio nel Paese sudamericano più lontano dal Venezuela? E qui bisogna tornare al presidente Mauricio Macrì, figlio del magnate italo argentino delle costruzioni Francesco Macrì, antico e importante socio in affari di Fred Trump, padre di Donald. I rapporti includevano e includono probabilmente ancora, attraverso i figli presidenti, joint venture e imprese immobiliari a Manhattan e Buenos Aires, partecipazioni intrecciate nelle società di copertura offshore della Trump Organization e del conglomerato Socma della famiglia Macri: tutto documentato nelle carte dello studio legale di Panama City, Mossack-Fonseca, al centro dei Panama Papers il quale ha chiuso i battenti un anno fa probabilmente per nascondere le ultime e più consistenti tracce di uno scandalo internazionale tirato fuori dai giornali aderenti al Consorzio internazionale giornalisti investigativi con base a Washington. Vicenda che ha avuto per qualche tempo l’onore delle prime pagine, ma che alla fine non ha avuto altra conseguenza visibile se non quella del cambio di regime in Brasile innescato dalle peripezie corruttive della società di costruzioni brasiliana Odebrecht. 

Alla fine tutto si incastra come il lego, mattoncino per mattoncino, anche il risultato finale è lo schifo che vediamo del tutto incoerente con la civiltà.

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