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Europa, scomunione e disgregazione

4bk63e154f72109cay_800C450Si potrebbe anche dire che in questi giorni, zitto zitto, piano piano,  è diventato palese il naufragio di quella idea di Europa fondata sull’ordoliberismo e realizzata attraverso la moneta unica. O meglio l’affondamento del vascello è diventato palese a patto di saper leggere l’alfabeto morse con il quale i marconisti comunicano la rotta di collisione. Si tratta di un fallimento globale che attacca al contempo sia le radici della teoria liberista, sia l’illusione che gli stati e le nazioni, comprese le loro istituzioni di rappresentanza potessero essere  facilmente archiviati attraverso meri meccanismi economici. Alla fine si è avuto solo impoverimento, disuguaglianza crescente e uno scontro sotterraneo per l’egemonia, fallendo qualsiasi obiettivo.

A dire la verità gli araldi di questa triste, ma ormai necessaria apocalisse continentale,  non si annunciano sempre con squilli di tromba e mirabolanti effetti speciali: se da una parte la jacquerie dei gilet gialli in Francia prende tutte le cronache, dall’altra parrebbe che vi siano solo marginali note di cronaca. Invece anche queste notizie laterali conducono e forse anche più velocemente al cuore della questione. Queste notizie in sordina arrivano dalla Germania e una di queste è l’inattesa cancellazione da parte di Berlino dell’acquisto degli F35, i costosissimi catorci per cui noi dovremo tirare fuori gli ultimi risparmi. Questa decisione può avere molti, plausibili e banali motivi: la mediocrità del caccia o un dispetto per gli sgambetti degli Usa nei confronti dei colossi industriali tedeschi, ma in realtà affonda altrove le sue radici, visto che l’F35 è l’unico aereo compatibile con le armi nucleari tattiche e a bassa potenza degli Usa che per “contratto Nato” la Germania sarebbe costretta ad usare in caso di conflitto. Non si tratta di una questione tecnica, visto che tali armi potrebbero essere portate al limite anche dal vecchio piper della scuola di volo, ma di certificazioni: guarda caso però Washington non ha certificato nessun caccia europeo per questo compito, ancorché superiore per prestazioni. Dunque il rifiuto  degli F35 da parte di Berlino significa molto di più, ovvero un rifiuto della dottrina militare di Washington e della guerra subito nucleare. Non c’è dubbio che la Germania voglia giocare un proprio ruolo e avere una posizione in qualche modo autonoma, come dimostra sia la costruzione del North Stream che i tentativi di aggirare l’embargo contro l’Iran, ma in questo caso i tedeschi hanno preso consapevolezza che il riarmo atomico imposto dagli Usa all’Europa non ha altro scopo che attirare sul continente la reazione nucleare russa, salvando il territorio statunitense. Insomma non vogliono fare la fine del topo, che invece faranno certamente gli ignari italiani tutti chiacchiere e ammerica.

Ovviamente Berlino tenta di tenere il piede in due scarpe però lavora per allontanarsi dagli Usa: è di questi giorni l’annuncio dell’accordo di Francia e Germania per la progettazione di un caccia di sesta generazione che dovranno progettare insieme la Dassault come capo commessa e l’Airbus defense della quale sotto la nuova dizione Eads fa parte la vecchia Messerschmitt il che potrebbe anche apparire simbolico. Questo affrancamento dalle armi e dalle strategie americane potrebbe essere una buona notizia se questo non confermasse e prefigurasse la fratturazione continentale fra l’area carolingia, il sud Europa e l’Est. Nel frattempo però proprio da Berlino arriva un nuovo annuncio, questa volta fatto dal ministro dell’economia Peter Altmaier: la messa a punto di un piano strategico per il sostengo e la protezione delle imprese tedesche. Detto in  due parole un piano di aiuti di stato fino ad ora tabù nell’ Europa neuroliberista.  La Germania si è accorta di non poter reggere la concorrenza di Paesi come gli Usa dove gli aiuti sono ufficialmente negati, ma forniti sottobanco anche attraverso lo spionaggio industriale, ma soprattutto della Cina dove l’assistenza statale è strutturale al sistema. Questo piano si articola in più capitoli di cui il primo, già in attuazione, è la riduzione degli investimenti esteri in Germania: molti colossi extra europei aprono studi di progettazione in Germania per sfruttarne l’eccellente sistema scolastico e fare concorrenza alle aziende tedesche sfruttando il loro potenziale umano, poi verrà una riforma legislativa che consentirà la fusione fra aziende anche quando vi sia un pericolo monopolista. Infine sono previsti aiuti per i colossi in difficoltà come Siemens e Basf, mettendoci dentro anche quel bubbone nero di Deutsche Bank. Naturalmente contro questo piano si è scatenata la canea liberista che accusa il governo di voler tenete la linea cinese, come se il maggior sviluppo mai verificatosi nella storia fosse qualcosa di diabolico, ma il crollo di produttività del complesso industriale tedesco finirà per tacitare i sacerdoti del nulla e del privatismo assoluto.

Qualunque cosa se ne voglia pensare è del tutto evidente che viene messo in crisi il credo fondamentale della Ue, la cui falsa unione è fondata sul precetto privatistico e va in crisi anche la trimurti  Ue -euro – Nato, ma  questo accade solo in un Paese e a vantaggio esclusivo di quel Paese: gli altri debbono continuare a recitare le litanie euriste e liberiste per impoverirsi  in ogni direzione ed essere meglio digeriti dal pantagruel berlinese. Ma di che europa stiamo parlando?

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