italcementi.jpg_1064807657Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche mese fa il sindaco Giorgio Gori scartava molto compiaciuto il pacco dono di Italcementi fatto alla città di Bergamo, già da anni adornata di piscine gioiello realizzate dall’azienda: un Palazzo del Ghiaccio nuovo di zecca, al cui finanziamento il Comune avrebbe contribuito con una quota “irrisoria”.
Beh, la data avrebbe dovuto insospettirlo: la strenna veniva recapitata proprio il primo di aprile e a vedere gli sviluppi di questi giorni, si potrebbe pensare che una volta incamerati i quattrini pubblici, la sontuosa struttura sia destinata a sciogliersi al sole, sia pure pallido, di Heidelberg.
Qualcuno si chiederà se a Bergamo ci fosse davvero bisogno di un Palazzo del Ghiaccio. Risposta superflua: ovunque si siano progettate, pensate, più raramente realizzate grandi opere, spesso inutili, certo dannose per il bilancio statale e per l’ambiente, c’è stata e c’è Italcementi., che festeggiava appunto i suoi 150 anni con il prestigioso cadeau di ghiaccio, certamente più trasparente della sua egemonia nel settore delle costruzioni.
Non c’è stato governo, non c’è stato regime che non si sia avvalso, – o che non si sia piegato alla potenza imprenditoriale e finanziaria della dinastia Pesenti, un’altra di quelle case regnanti che ha costruito le sue fortune su monopoli opachi, sul saccheggio di territorio e risorse, su legami oscuri con logge e cosche, su aiuti di stato, su leggi ad hoc che ne favorissero vizi, evasioni, elusioni, riciclaggi. Una dinastia nata dall’aver rilevato a inizio secolo la Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce, con ben 12 cementerie nate dallo sfruttamento di una scoperta casuale, una miscela messa a cuocere in un forno di casa e poi macinata
in un mulino della zona.
È il fascismo a segnare la fortuna del gruppo, che nel 1927 prende il nome di Italcementi e prospera grazie all’amicizia personale di Antonio Pesenti con il Duce che lo nomina senatore a vita per i suoi meriti. Ed anche alla versatilità del cugino Carlo, che dopo la Liberazione rivendica una militanza antifascista, ma che intanto continua a intrattenere rapporti con l’Msi, finanzia il Borghese, sfila con Nencioni ai cortei della maggioranza silenziosa, internazionalizza con l’aiuto delle organizzazioni pubbliche per la cooperazione all’estero, dando la preferenza alla Grecia dei colonnelli. Ma non tralascia l’ordinaria e straordinaria manutenzione delle buone relazioni con il Vaticano, tanto che la scalata di Sindona a Italcemmenti fallirà, si dice, anche grazie all’intervento dello Ior di Marcinkus., che gli elargisce con un prestito la salvezza.
Ma gli anni d’oro dove non c’è pilone che non rechi il marchio della ditta, sono al tramonto: non è più il tempo di stazioni, la più famosa quella di Venezia, di grattacieli Pirelli, del Canale di Suez. Anche se non c’è cordata di costruttori nei quali non sia presente Italcementi o la sua controllata Calcestruzzi spa rilevata dal gruppo Ferruzzi, proprio quella sulla quale si punta l’attenzione della magistratura di Caltanissetta nel 2008, con l’arresto dell’ad Colombini, accusato di vari reati con l’aggravante di aver favorito interessi mafiosi e che indaga anche sulla famiglia per innumerevoli reati “finanziari”, anche se l’espansione all’estero Marocco, Bulgaria, Thailandia, Egitto, India, Kuwait, sembra inarrestabile, i sogni di grandezza della dinastia vengono frustrati, i grandi incarichi pubblici malgrado i vari governi costruttivisti languono. I disegni arditi, le piante, i lucidi restano castelli di carta, a cominciare dal Ponte sullo Stretto o dalla Variante di Mestre. Non si vive di sola progettazione , di studi, di multe pagate profumatamente e di inadempienze che si trasformano in macchine per far soldi facili.
I debiti contratti pesano e non resta che diversificare, allargarsi, occupare nuovi e promettenti territori. E poi si sa, i ricchi sono avidi e non resistono ai quattrini, ed all’influenza e al potere che ne derivano: Carlo Pesenti gravita nella Dc, ma non gli basta essere un amico e finanziatore, gli piacciono i giornali: La notte, Il tempo e Il giornale di Bergamo, con il sostegno e il prestigio che procurano. E poi da vero pioniere annusa nell’aria i fasti delle imprese finanziarie. Uscito vincitore dal duello con Sindona grazie al salvataggio voluto dal cielo e che gli ha permess di diventare socio dell’Istituto bancario italiano, acquisisce il Credito Commerciale, la Provinciale Lombarda e la compagnia assicurativa Ras, ma soprattutto riesce a far parte del “casin dei nobili”, del Gotha della finanza , la Bastogi, e quindi viene ammesso al feudo di Cuccia. Ma non gli bastano ancora le relazioni maturate nella loggia P2, l’amicizia di Cefis, quella di Cuccia: crea una nuova società, Italmobiliare nella quale fa entrare le diverse partecipazioni finanziarie ed editoriali.
Sarà quello il suo passo falso: la ristrutturazione del gruppo gli ha imposto un’inquietante relazione con Calvi, poi lo costringe a disfarsi di molti dei gioielli di famiglia e a rinunciare a partecipazioni prestigiose, Ibi, Efibanca, Provinciale lombarda e imporrà agli eredi perfino la cessione della Ras. Li consola la partecipazione all’aumento di capitale di Unicredit, la conservazione di quote in Mittel e in Rcs, un settore molto caro a al nipote del fondatore, che come il nonno ha una passione per i giornali.
Così si sono venduti tutto. Eppure sembrava piacesse loro questo regime, così contiguo al padronato comunque si configuri. Confidavano nelle magnifiche sorti e progressive delle riforme di Renzi, lo Sviluppa Italia, il Salva Italia, lo Sblocca Italia,le misure per l’edilizia scolastica, per non dire del Jobs Act, della latitanza accertata su evasione e riciclaggio, delle rituali liturgie anti corruzione, della proterva protezione di cordate imprenditoriali dedite a speculazione e corruttrici. Dopo le europee erano euforici: “gli italiani hanno scelto l’azione” , dissero, e poi c’era “l’europeismo convinto nelle loro corde”. Talmente tanto introiettato da decidere di andare sotto un’altra bandiera, proprio quella che meglio rappresenta la modesta provincia dell’impero globale, chiamata Ue.
Come non capirli: non ci sono più mucche da mungere, hanno succhiato tutto quello che potevano, hanno inquinato, hanno speculato, hanno sfruttato. D’altra parte sono di quelli interessati a “costruire” rovine pubbliche, non a ripararle.