Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel repertorio di oscene sconcezze ostese come sacre reliquie dall’arcaico razzismo da Salvini durante il  suo Grand Tour dell’infamia esplicita, manca da qualche tempo una delle gemme più esibite almeno fino al 2005: i rom rubano i bambini..almeno quelli che i comunisti non si sono già mangiati.  Eh si, in quell’anno la Lega di Lecco denunciò il caso di una mamma cui  tre “zingarelle” avevano tentato di rapire il bambino, peraltro anche lui appartenente alla comunità rom.  La vicenda processuale che ne seguì si trascinò fino al 2006: due delle tre ragazze Rom, difese da un avvocato d’ufficio, decidono di patteggiare la pena, ma la terza, coraggiosamente, affronta il processo e viene assolta per non aver commesso il fatto.  I giornali parlarono solo delle prime due, e tacquero sull’assoluzione finale, com’è prassi consolidata per la nostra libera informazione, che sa bene come i  furti di bambini siano invece un brand della malavita organizzata, dedita al commercio sessuale, alla prostituzione infantile, al traffico delle adozioni.

Il fatto è che a molti di noi le sortite di Salvini sui rom che rubano, anche bambini, sui rom che non si integrano, sui rom che vivono alle nostre spalle senza lavorare,  sembrano ammuffiti avanzi di fenomeni passati, morti e sepolti.

Invece  quello che pare un retaggio di epoche passate, un residuo folkloristico che il progresso dovrebbe aver estinto, che la democrazia avrebbe dovuto cancellare, grazie alla recessione e alla regressione ha subito un risveglio, registra una modernizzazione, così come si è rinnovata la sua legittimazione nutrita da impresari della diffidenza e della paura, alimentata da un comune senso di perdita di beni, di lavoro e quindi  di identità, rafforzata da una paccottiglia svenduta da “intellettuali” della destra accettabile ed accettata, che giocano sporco sulla tutela di tradizioni, religione e cultura come sanno fare bene soprattutto gli ignoranti.

Ma che attiene soprattutto a un processo ancora più insinuante e perverso, quello della regolarizzazione e ratifica delle disuguaglianze, considerate ineluttabili, se non necessarie.

Tutti siamo convinti di aver diritto a pari opportunità, di esserci meritati riconoscimenti e sicurezze, a costo, inevitabile e fatale, della loro rinuncia da parte di altri, magari nati altrove, magari colpiti all’origine dalla crudeltà delle estrazioni del destino cinico e baro nella lotteria naturale, oggetti  quindi di  doverosa emarginazione,  esclusione, discriminazione, colpevolizzazione, in modo da sancire la nostra superiorità e il nostro cammino di civilizzazione.

Però gran parte dei rom sono nati qui, sono cittadini italiani, altri sono sfuggiti da guerre cui abbiamo fedelmente partecipato. Però  nella vecchia Europa,  per almeno tre secoli fino all’ottocento  furono promulgate leggi per sottrarre quei bambini ai loro genitori naturali e a un destino di nomadismo, in modo da convertirli alla stanzialità della vita contadina sotto padrone. Però a riconoscere loro identità di nazione, in questo caso nemica, fu il nazismo  con un genocidio  che ha un nome, Por­ra­j­mos, la «Deva­sta­zione», ma una collocazione marginale anche nei libri di storia.

È che, come mi è capitato di scrivere tante volte, sono il bersaglio più facile, che suscita antipatia istintiva nella brava gente borseggiata in tram, in mamme democratiche sdegnate che dei genitori mandino i figli ad elemosinare, le stesse che  riservano tenera indulgenza a quelli che iscrivono le creature a bellicosi talent show, a cantare canzoncine e inni in onore del premier, e continuano fedelmente a acquistare scarpe Nike, capi di grandi marche confezionate in Bangladesh, che lo sfruttamento, si sa, è più sopportabile se avviene altrove,  possibilmente lontano.

Così  le paure di oggigiorno  generate in larga parte  da processi messi in moto da forze economiche e finanziarie che decidono delle questioni fondamentali riguardo alle possibilità di vita nostre e dei nostri figli, grazie alla deregolamentazione dei capitali e dei mercati, alla flessibilità nel mercato del lavoro e un’apertura ancora più larga delle porte del Paese alle misteriose, imprevedibili e incontrollabili forze globali  perlopiù criminali, sono intercettate da chi attribuisce il senso di perdita e la nostra insicurezza esistenziale,  non come il prodotto del capitalismo senza regole, della licenza totale per i potenti ricchi e l’impotenza totale per gli altri sempre più numerosi,   bensì come la conseguenza  di dover condividere il  benessere sempre più limitato e risicato con i pigri calabresi o siciliani,  con gli zingari ladri e con gli altri, profughi, immigrati, comunque condannati dal crimine originario di essere stranieri.

E poco vale ricordare che le ruspe invocate o messe in moto contro gli accampamenti, il lancio di pietre in moderne lapidazioni nascondono altri mattoni, quelli della speculazione che ha cacciato i rom di Londra per far posto alle strutture delle Olimpiadi, che ha spostato senza tanti scrupoli gli zingari di Istanbul per lasciar posto a insediamenti residenziale. E resta de vedere come andrà con lo Stadio romano, il cui progetto insiste su un accampamento. E poco vale rammentare che il fiume di aiuti a beneficio dei nomadi si esaurisce via via nei rivoli dello sfruttamento comunque “mafioso”. E poco vale dimostrare che  nei loro confronti  è in atto   una calunnia continua, sistematica e pericolosissima, che passa attraverso la campagna elettorale col marchio dell’infamia di Salvini, ma anche  attraverso la disinformazione  in virtù della quale qualsiasi attrezzo nelle mani di uno “zingaro” diventa arnese da scasso, che, come avvenne nel 2007 in una spiaggia sarda, il gesto di una donna protettivo di un bambino che sta per attraversare la strada, se compiuto da una rom viene automaticamente interpretato come tentativo di rapimento. E poco vale dire che  i Rom testimoniano della presenza nell’occidente in salsa italiana di un  sottoproletariato,  di una appartenenza nella quale  la frequenza di alcuni crimini è maggiore che in altre classi sociali.  Ma che la loro è una sorta di delinquenza di sussistenza, disorganizzata:  i Rom non hanno creato vaste organizzazioni criminali come la camorra o la ‘ndrangheta, non hanno mai costretto negozi a chiudere per via del racket, non si sono mai infiltrati negli appalti. Al confronto con i criminali italiani, insomma, sono dei dilettanti.

Oggi un governo particolarmente iniquo ha forse il merito di svegliare in qualcuno la paura . e ci auguriamo la ribellione – di perdere oltre a un benessere e una sicurezza sempre più minacciata,  l’identità sociale, la dignità umiliata da nuove miserie anche morali. È bene che ricordiamo che la condizione di umanità e civiltà, quindi la dignità che ne deriva, possiamo conservarla solo  se la tuteliamo per tutti e in nome di tutti, se rifiutiamo la violenza  anche quando viene motivata quando  colpisce un gruppo raffigurato come portatore   di uno stigma morale, anche quando viene percepita come legittima difesa  e come  manutenzione necessaria del nostro stile di vita. Ma che vita può essere la nostra, se al posto dei forni allestiti per la gente in sovrannumero, abbiamo i barconi, i respingimenti nel deserto, le ruspe, i pogrom, i droni?