400_F_45589545_1cWioaUsY4LKp3BTyRErmf4NLZTt0fPrAnna Lombroso per il Simplicissimus

Berlusconi ai servizi sociali, il pg in aula: “Se diffama ancora i giudici si revochi la misura alternativa”. Non so a voi, ma a me non è piaciuta la “diffida” di categoria, avrei preferito che la minaccia, peraltro non così crudele, di condannarlo agli arresti domiciliari in una villa sibaritica tra ancelle e giullari, prendesse corpo nel caso di esplicita ingiuria contro il popolo italiano.

Ma scaramucce per bande, risarcimenti, grazie, riscatti, riprovazioni, edificazioni, condanne giudiziarie, sulle quali siamo costretti a contare in mancanza di quelle della storia e anche della cronaca, e men che mai di quelle della politica, ci sfiorano di striscio, a cominciare dalle elezioni sempre più regredite a formali liturgie, retrocesse a conviviali e festose primarie, ridotte a riti inutili e ufficiose in previsione del definitivo svuotamento del potere di rappresentanza, tramite la conversione del Parlamento in Authority, in agenzia di nominati.

Sembreremmo in larga parte aver corrisposto alla volontà esplicita di trasformarci in passivi teleutenti, in letargici consumatori di talent show, che a questo si limiterebbe il confronto, la tenzone, perfino l’antagonismo, da esprimere sempre più stancamente col televoto. Sembriamo aver accontentato chi ci vuole svogliati spettatori che vedono la vita scorrere dal davanzale della finestra, sperando che non arrivi il proiettile anche solo virtuale di qualche cecchino, lo spruzzo di sangue di qualche scontro, il botto di una bomba, con l’auspicio di una politica sempre più invisibile, remota e distante che si faccia i fatti suoi, lasciandoci occupare delle nostre vicende personali, sempre più ristrette in un mediocre isolamento.

E infatti di noi, del popolo, non si parla nemmeno più, come si addice al dinamico leader, che preferisce pubblici di riferimento, target, lobby, segmenti con i quali colloquiare sbrigativamente, cui dare qualcosa per togliere qualcos’altro, da accontentare per scontentarne un altro. Non si preoccupa di essere impopolare, come rivendicava qualche suo predecessore, attuando misure “contro il popolo”, mica l’hanno eletto, il consenso se lo guadagna con la più elementare propaganda e comprandolo tramite l’abuso di illusioni sempre più miserabili, infilando intasca una mancetta, blandendo vecchi marpioni e offendendo mature saggezze. E in effetti chi sta affacciato sul corso del paese è contento se vede svolgersi sotto il balcone eventi da ricordare, se guarda scorrere veloce il traffico. E infatti il trafficante ci dà dentro, con la sua ostensione di fervore dopo tanta inerzia e inconcludenza, praticando un decisionismo “animale”, irragionevole e ignorante, animato solo dall’azione, dalla velocità inconcludente quando non nefasta che muove le decisioni e le scelte dell’imperialismo finanziario, gli investimenti e le speculazioni con cui multinazionali e gruppi finanziari spostano fortune da un capo all’altro del mondo, condizionando la vita degli stati e le nostre, in una nuova dimensione temporale nella quale la politica come ragionare insieme per il “meglio” e la democrazia sono inutili ostacoli da rimuovere.

Oggi a Roma un po’ di popolo manifesta, ogni giorno lavoratori scendono in strada, fuori dalle fabbriche o dai posti di lavoro, nei quali sono soli a difendersi con disperazione, ogni giorno malati e chi li cura dà vita a qualche protesta, ogni giorno consumiamo un po’ di meno per nuova povertà o paura. Ogni giorno qualcuno lavora di più e guadagna di meno, quando ha la fortuna di conservarsi un salario.

Sarebbe bene che chiudessimo le finestre e scendessimo anche noi in strada, per riprenderci il Circo Massimo presto affidato alle cure di avidi mecenati, come il 23 marzo del 2002, che ci ricordassimo la dignità degli operai della Fiat chiamati a un referendum il 22 giugno 2010, per scegliere tra la disoccupazione certa e la limitazione dei diritti. Potremmo perfino rimpiangere i girotondi in piena occupazione berlusconiana e rammentare il popolo viola il 5 dicembre 2009.

Non siamo vittime di una perversa mutazione antropologica noi italiani. È che è sempre più forte e diverso e lontano da noi quel corpo separato, ostile all’interesse generale, intento a risolvere solo i suoi problemi di sopravvivenza con i mezzi della soluzione individuale, del clientelismo, della violazione delle regole e della produzione di leggi personali, della criminalità sotto forma di mimesi o correità.

Noi siamo altro, ricordiamocelo per riprenderci dignità, lealtà nei confronti di una storia di lotte e conquiste: questo Paese non deve essere più fatto per loro.