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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per carità, anche i commercialisti hanno un’anima. Ma il commercialista fervido nuclearista che Renzi ha piazzato al dicastero dell’Ambiente, la sua, se ce l’ha, la dovrà riporre in attesa di tempi più umani e più civili, insieme al senso dei limiti e al buonsenso. I memo di governo, sotto forma di ingenue slide infatti non  annoverano nemmeno superficialmente la tutela dell’ambiente, nemmeno facendo riferimenti agli ormai ammuffiti slogan dello sviluppismo: la salvaguardia è un investimento, la green economy sarà un formidabile motore di crescita e banco di prova dell’innovazione.

Così suona più che mai ingenua l’iniziativa annuale del Wwf, l’Earth hour, l’Ora della Terra, l’azione simbolica contro i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, giunta alla sua ottava edizione che si declinerà  con un’ora di buio lungo paralleli e meridiani cominciando dalle Isole Samoa e per finire a Tahiti.

Ingenua ma appropriata: siamo proprio al buio della ragione e ormai c’è da temere che le scelte o il laissez faire siano irreversibili, che i potenti della terra abbiano esteso la loro guerra ai popoli, al lavoro, ai diritti, anche a quelli dell’ambiente e ai nostri di godere ragionevolmente di risorse, territorio, paesaggio, bellezza.

E la difesa del pianeta dalle aggressioni di cemento, veleni, alte velocità e Grandi Opere, viene ormai interpretato non più come monopolio di anime belle velleitarie e patetiche, ma come manifestazione evidente ed ostile di disfattismo, ribellismo, antagonismo.

In Italia poi si moltiplicano le occasioni nelle quali si è alimentato il contrasto tra lavoro ed ambiente, l’inconciliabilità tra le garanzie del posto, del salario, delle certezze, dell’occupazione e il diritto inalienabile e fondamentale a risorse “sane”, suoli non inquinati, aria pulita, pomodori commestibili, frutti da mangiare con la buccia a morsi sotto un cielo azzurro e davanti a un mare blu, salute e integrità fisica, ormai conflittuali con la dignità, in una gerarchia dei valori e delle esigenze fondamentali dettata dal ricatto e dalla sopraffazione come sistema padronale e di governo. E ormai sempre più sanciti per legge, grazie a disposizioni che per semplificare ed eliminare lacci e  laccioli, ostacoli alla libera iniziativa, autorizzano e legittimano oltraggi, abusi, contaminazioni.

Sono queste le grandi crepe nell’edificio del profitto, dell’accumulazione capitalistica, di un consumismo insaziabile: si dissolvono i rapporti sociali, i vincoli che dovrebbero rafforzare i deboli, i patti tra generazioni, e si è rotto definitivamente l’impegno reciproco tra l’uomo e il mondo intorno a lui, che prevedeva rispetto, fiducia, cura, per inseguire una promessa di felicità d conseguire riempiendo la propria esistenza di prodotti sempre più ingombranti e sempre più futili fino a diventare noi stessi merci e rinunciando al tempo, alla libertà, all’ambiente salubre, al domani.

È improbabile che durante la sua visita pastorale a Roma, qualcuno abbia osato chiedere ad Obama fino a quando un solo Paese, il suo, che ospita solo il 4-5% della popolazione mondiale potrà permettersi di consumare il 30% delle risorse planetarie e di scaricare sul pianeta il 30% delle sue deiezioni. Fino a quando il Sud del mondo tollererà quel controllo imperiale e quel dominio coloniale basato sull’ideologia della infinità delle risorse, quasi sempre e solo le loro, sfruttate come fossero illimitate.

Il benessere e la felicità non crescono di pari passo con il reddito, anzi  con l’aumentare di ricchezza materiale, le società opulente hanno visto aumentare depressione e miseria pubblica, ansia e degrado. Cresciuti come la mole ormai soffocante dei loro rifiuti, gran parte dei quali, quelli rpodotti dalla modernità e dalla tecnologia, sono ancora più velenosi.

E ora che la regressione si è compiuta appare sempre più evidente che la crescita economica come è stata e come la si vuole, si manifesta come un motore annientatore di ricchezza reale, che offre in cambio effimere soddisfazioni consumistiche, quando ci sono, problemi sociali sempre più complessi, distruzione di risorse naturali sempre più scarse, dissoluzione di equilibri delicati e vitali sempre più compromessi.

Questa “crescita” va distruggendo le basi stesse che rendono possibile lo sviluppo futuro. E il sonno della ragione genera solo rifiuti di merci, scarti di prodotti, frantumi di esistenze appagate,  di illusioni di felicità, di domani aspettati senza paura.