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PdB, il Partito del Buco

tvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nell’ipotesi non remota che venga lanciato un concorso di idee per dare un nuovo nome al principale partito di opposizione che segni la ri-partenza, il ri-nascimento, il ri-sorgimento, amici intelligenti ed arguto vorrebbero proporre PdB, Partito del Buco. Non BdB, Banda del Buco, come qualche malizioso sarebbe portato a pensare, perché ha ben altra statura istituzionale la priorità data agli scavi dell’Alta Velocità, promossa da volano occupazionale, da necessario adempimento degli obblighi comunitari, da inderogabile sfoggio della persistenza nel consesso dei grandi e nel teatro della competitività globale, a obbligo ideale e morale della Nazione.

Lo ha dimostrato la sommessa ma tenace campagna elettorale del primario, le sue prime uscite pubbliche, la mobilitazione caparbia dei sopravvissuti impegnati a ritrovare un’unità di intenti intorno all’opera. E pare di vederlo questo ceto dirigente che non ha mai conosciuto lavoro e fatica affaccendarsi sia pure virtualmente intorno  a macchinari e attrezzi, ruspe, picconi, bulldozer proprio come altri prima di loro che addirittura si facevano immortalare nei cinegiornali dell’Istituto Luce. Sostituito egregiamente  dalla stampa peraltro, schierata nel dipingere le resistenze dei 5Stelle come le dispute in campo delle squadre di calcetto  celibi contro ammogliati  del governo, un totem propagandistico, cito il Corriere, davanti al quale l’esercizio della razionalità, declinata come buon senso o come semplice logica, non è previsto, schernendo l’analisi costi-benefici parziale  del professor Marco Ponti, un feticcio, scrivono,  smontato nell’ultimo mese dall’intero mondo accademico italiano (stessa fonte),    ridicolizzandone l’attendibilità  per via dello scoop dello spassionato Mentana  che estrae dal cassetto della Commissione Europea una delle innumerevoli e superpagate relazioni cui hanno collaborato, così sostiene il nuovo adepto del giornalismo investigativo, anche alcuni esperti in libro paga della società di consulenza della quale è presidente quello che  prima era un autorevole scienziato diventato d’improvviso un burattino nelle mani di un ministro spregiudicato.

Si, Banda del Buco ci starebbe bene per gli attori di questa allegoria mariuola dell’era post-tangentopoli, emblematica quasi come il Mose e il suo Consorzio di gestione, della privatizzazione della committenza pubblica, attraverso l’affidamento in concessione della progettazione, costruzione e gestione di un intervento ad una società di diritto privato (Spa), ma con capitale tutto pubblico (TAV Spa appunto, ma anche Stretto di Messina Spa, e le migliaia di Spa di questo tipo), in modo che il contraente principale possa demandare tutte le attività  sottraendole alle regole della gestione degli appalti pubblici, anche  grazie alla concretizzazione di istituti contrattuali creativi (il project-financing, il global-service, il contraente generale, il contratto di disponibilità, il leasing immobiliare), pensati e realizzati per ostacolare la rintracciabilità delle operazione nella filiera della sub contrattazione e degli incarichi, ma anche per rendere inapplicabili le misure di contrasto della mafia, della corruzione o di tutela del lavoro, laddove la competizione,  anche nella piccola e media impresa, è basata sullo sfruttamento del lavoro nero, grigio, precario, atipico.

C’è ben poco di audace nel colpo che vogliono fare a tutti i costi i Soliti Noti (Consigli di Amministrazione delle Spa nominati dai partiti, amministratori, tecnici e imprenditori, insieme controllori e controllati intercambiabili) per scassinare la nostra cassaforte, mettendoci paura con il ricatto e la minaccia di sanzioni e salassi, come se l’impianto messo in piedi,  e nel quale le tangenti sono un di più, un simbolo di affezione e fidelizzazione non necessario, non fosse stato creato per permettere la moltiplicazione e la reiterazione di reati patrimoniali, grazie alla creazione di condizioni che offrono opportunità criminali a quei soggetti che, oltre a disporre di denaro a costo zero, hanno l’esigenza di riciclare capitali di provenienza illecita, o che possono di volta in volta ricontrattare i loro debiti, scaricando gli oneri dell’oggi su quelli di domani. Che sia così è dimostrato dalla considerazione che sono cadute nel vuoto le raccomandazioni del CIPE e dell’Antitrust perché il nuovo Contratto di programma 2017-2021 rispondesse alle regole fissate dal Codice dei contratti pubblici e che  prevedono una forte ripresa della programmazione dei trasporti attraverso due strumenti chiave: il Piano Generale dei trasporti e della logistica (PGTL) con orizzonte almeno decennale e il Documento Poliennale di Pianificazione (DPP) , che deve contenere, in coerenza con il PGTL, gli interventi relativi al settore dei trasporti e della logistica la cui progettazione di fattibilità è valutata meritevole di finanziamento.

Gratta gratta, se nel sottofondo di certe ostensioni di ideali e di certe professioni di fede si sente un gran tintinnar di monete, figuriamoci che concerto con tanto di trombe, tamburi e grancassa accompagna l’interpretazione odierna del mito del progresso, incarnato da mostri giuridici pronubi di interessi criminali, copia grottesca del dinamismo futurista, delle magnifiche sorti della velocità, delle promesse visionarie della modernità, versione accelerata e  suicida dello sviluppo illimitato e dissipatore.

In tanti anni di governo il fronte progressista non ha mai  messo a punto una politica dei trasporti a favore del riequilibrio modale delle persone e delle merci, al contrario, mentre proseguiva con terze corsie e nuove tratte, sovvenzionate con risorse pubbliche, l’incremento della capacità autostradale, gli investimenti sulla ferrovia, concentrati esclusivamente sull’alta velocità per i passeggeri, costringevano  le merci sulle linee storiche, in una difficile convivenza con i servizi per i pendolari e con i problemi ambientali degli attraversamenti urbani. In tanti anni di governo il fronte progressista ha trattato la pressione ambientale delle azioni e delle opere dell’uomo come una molesta ubbia che ostacolava profitti della libera iniziativa. In tanti anni di governo il fronte progressista ha guardato alla corruzione, e alla corruzione delle leggi, come ad un inevitabile e fisiologico effetto del “fare”, il cui contrasto presentava forti controindicazioni, quei lacci  e laccioli che era opportuno sciogliere così come era stato preferibile sciogliere la rete dei controlli e della vigilanza.  In tanti anni di governo il fronte progressista ha messo mano ai diritti del lavoro per ridurli a uno solo, quello di faticare, alle conquiste e ai valori ottenuti per dare loro il prezzo del disonore, quello di goderne a pagamento, coi fondi, l’assistenza e la previdenza privata, alle competenze, al talento e all’esperienza, come merci poco redditizie in un mercato che richiede un esercito mobile di servi da collocare dove il padrone chiama.

Buchi nei monti e buchi nei conti, ci fanno sperare che ci cadano dentro e non vederli più.

 

 

 

 

 

 

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Rom, armi di distrazione di massa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo hanno rincorso in strada, in pieno giorno, urlando insulti e minacciandolo di morte, fino ad assalirlo con un coltello e ad amputargli due dita. «Sporco rumeno, vattene via», gli hanno gridato, durante un raid razzista avvenuto a San Giovanni, dietro a piazza Tuscolo, davanti agli sguardi terrorizzati dei passanti. Protagonisti dell’assalto, scrive il Messaggero, sono tre giovani romani, che, secondo gli inquirenti sarebbero vicini agli ambienti della destra estrema.

Non c’è da stupirsi: ha avuto scarsa risonanza una rilevazione condotta tra il 7 aprile e il 13 maggio del 2015 dal Pew Research Center   di Washington che ci mette in vetta alla piramide europea del razzismo. Gli indicatori che sono stati impiegati dal think tank americano per la ricerca condotta  in Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Gran Bretagna, riguardano i “sentimenti” nei confronti degli “altri”, sia che si tratti di  diverse etnie che di credo religioso: musulmani, ebrei, ma soprattutto rom. Che  sono il vero e non sorprendente bersaglio degli italiani brava gente, che con una percentuale dell’85% monterebbe di buon grado sulle ruspe di Salvini.

Pare che questo sia un popolo il cui immaginario è permeabile a persuasione aberranti e al culto della menzogna: crediamo a chi ci dice che il 30 percento della popolazione è composta da immigrati (sono meno del 7), che il 20 % professa fede e militanza islamica  (sono appena il 4),  che i rom sono parassiti stranieri che dovrebbero tornare nel loro paese, che poi è questo: la presenza delle comunità  rom e sinti  in  Italia è compresa fra le 120 mila e le 150 mila unità e almeno 70 mila di queste sono cittadini italiani.

Rom Sinti e Camminanti (RSC) presenti in Italia sono lo 0,25% della popolazione: una percentuale nettamente inferiore rispetto a quella presente in altri Paesi europei.   Alle comunità  originarie sono andate ad aggiungersi quelle arrivate dai Balcani a seguito delle guerre tra il 1991 e il 2000, confinate nei campi e negli insediamenti esistenti, secondo una deportazione amministrativa che pretendeva di effettuare una assimilazione “democratica” tra affini, che non lo erano affatto, gonfiando una bolla di odio e esclusione irreversibile. Eppure i Rom in Spagna sono l’1,62% della popolazione e le opinioni negative su di loro sono il 41%, in Grecia sono l’1,82% della popolazione e le opinioni negative su di loro sono il 53%. Mentre in Italia  rappresentano lo 0,22% della popolazione ma le opinioni negative su di loro sono l’85%. Però l’84% della popolazione italiana intervistata dall’Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione ritiene che le comunità  romanì siano prevalentemente nomadi, mentre    i maggiori studi in merito hanno invece evidenziato che le famiglie rimaste nomadi sono un’esigua minoranza; il 47% degli italiani intervistati associa al termine zingaro un’immagine negativa, quella dei ladri perfino di bambini e il 35% ad una sensazione di emarginazione volotaria e di rifiuto della civilizzazione.

Non ho neppure voglia di ripetere cose già scritte mille volte: sulla esposizione al razzismo di un gruppo sociale inviso da sempre, sui tremendi stereotipi che lo riguardano, osceni quanto il mito di un popolo italiano alieno da razzismo e xenofobia, ma che ha accolto di buon grado leggi razziali ripetutesi dopo sessant’anni, che ha dato i natali a un ceto accademico che con eccezioni che si contano sulle dita di una mano ha sottoscritto l’infame manifesto in difesa della razza, quella italiana, che peraltro ha sempre avuto come qualità un felice meticciato, che accoglie i disperati purché siano invisibili, di passaggio, disappetenti e disposti a accettare la nostra generosità sotto forma di schiavismo.

Così sono state contraddette le profezie secondo le quali la fine del secolo breve, quello dell’apocalisse, quello della barbarie, quello della dissoluzione dell’umanità, avrebbe posto termine anche alle disuguaglianze tra simili, alle discriminazioni, alle persecuzioni. Ed anche quelle secondo le quali le magnifiche sorti del progresso avrebbero garantito l’eclissi della paura, posto termine alle insicurezze, esaltato ragione e responsabilità individuale e collettiva, spostato bisogni e valori da quelli della “scarsità”, quindi della sopravvivenza, a quelli post-materialisti, quelli esistenziali legati al senso della propria vita, al talento e alla vocazione di ognuno, alla fiducia nel futuro, alle relazioni.

Invece in questo atroce nuovo disordine mondiale nel quale la storia si avvita su se stessa intorno al perno dello sfruttamento di uomini e risorse, delle disuguaglianze sempre più profonde e incolmabili, esistono e la percezione non sempre teleguidata esaspera nuovi rischi, pericoli inattesi che  contraddicono l’aspettativa nutrita nei confronti della globalizzazione, la speranza riposta nella tecnologia, sicché proprio la crescita mostra il suo doppio volto come Giano bifronte, diventando la principale minaccia alla sopravvivenza e alla qualità della vita in un mondo ormai fabbricato e largamente artificiale, dove la scienza e i suoi apparati strumentali sembrano essere concepiti e azionati a fini offensivi nei confronti dell’ambiente e dell’uomo, per assicurarne la sottomissione e il controllo. E il relativo benessere, peraltro sempre più ridotto, smentisce il suo percorso evolutivo  associando crescita finanziaria a malessere sociale, sviluppo a disgregazione morale, aumento di beni a disagio ecologico e esistenziale.

La modernità che piace ai pochi che detengono la ricchezza, e propagandata dagli addetti della politica, dai ripetitori solerti dei media, dai manager e dagli imprenditori al servizio dell’avido azionariato,  si  trasformata da benefica cornucopia di certezze salvifiche  in fonte di pericoli mortali e macchina produttrice di incalcolabili fattori di rischio, che generano incertezza, paura, diffidenza e rancore.

E che preme il pulsante di nuove guerre, esterne e interne. Guerre che segnano l’inevitabile  conversione delle campagne di conquista della potenza finanziaria e commerciale che  fa suoi risorse e  territori grazie al passaggio delle merci e del denaro, del “doux commerce” in  esplicite forme di belligeranza, mediante il violento controllo  territoriale, con la integrazione ricattatoria di tutte le sovranità tranne una, quella imperiale. Guerre che impiegano come armi le nuove povertà e il rancore disperato che la perdita comporta, la paura, alimentata da impresari criminali, sulle ruspe o in doppiopetto, la diffidenza, che fa dell’isolamento egoistico l’ultima difesa del poco che si conserva, riducendo la cittadinanza a una fortezza nel deserto di speranze e diritti e condannando la libertà ad astrazione, limitata alla tutela solipsistica di beni e prerogative sempre più ridotte:  difendere gli indigeni dagli immigrati, i benestanti dall’assalto dei poveri, la gente comune dalla casta dei politici. Mentre nessuna attenzione viene dedicata all’urgenza di salvarci da quel “noi” seppellito dentro e che generali, padroni, leader, stanno estraendo dal profondo, legittimando e promuovendo per farci essere un esercito di disperati da muovere contro altri disperati.

 

 

 

 

 

 

 


L’ambiente? è disfattista

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per carità, anche i commercialisti hanno un’anima. Ma il commercialista fervido nuclearista che Renzi ha piazzato al dicastero dell’Ambiente, la sua, se ce l’ha, la dovrà riporre in attesa di tempi più umani e più civili, insieme al senso dei limiti e al buonsenso. I memo di governo, sotto forma di ingenue slide infatti non  annoverano nemmeno superficialmente la tutela dell’ambiente, nemmeno facendo riferimenti agli ormai ammuffiti slogan dello sviluppismo: la salvaguardia è un investimento, la green economy sarà un formidabile motore di crescita e banco di prova dell’innovazione.

Così suona più che mai ingenua l’iniziativa annuale del Wwf, l’Earth hour, l’Ora della Terra, l’azione simbolica contro i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, giunta alla sua ottava edizione che si declinerà  con un’ora di buio lungo paralleli e meridiani cominciando dalle Isole Samoa e per finire a Tahiti.

Ingenua ma appropriata: siamo proprio al buio della ragione e ormai c’è da temere che le scelte o il laissez faire siano irreversibili, che i potenti della terra abbiano esteso la loro guerra ai popoli, al lavoro, ai diritti, anche a quelli dell’ambiente e ai nostri di godere ragionevolmente di risorse, territorio, paesaggio, bellezza.

E la difesa del pianeta dalle aggressioni di cemento, veleni, alte velocità e Grandi Opere, viene ormai interpretato non più come monopolio di anime belle velleitarie e patetiche, ma come manifestazione evidente ed ostile di disfattismo, ribellismo, antagonismo.

In Italia poi si moltiplicano le occasioni nelle quali si è alimentato il contrasto tra lavoro ed ambiente, l’inconciliabilità tra le garanzie del posto, del salario, delle certezze, dell’occupazione e il diritto inalienabile e fondamentale a risorse “sane”, suoli non inquinati, aria pulita, pomodori commestibili, frutti da mangiare con la buccia a morsi sotto un cielo azzurro e davanti a un mare blu, salute e integrità fisica, ormai conflittuali con la dignità, in una gerarchia dei valori e delle esigenze fondamentali dettata dal ricatto e dalla sopraffazione come sistema padronale e di governo. E ormai sempre più sanciti per legge, grazie a disposizioni che per semplificare ed eliminare lacci e  laccioli, ostacoli alla libera iniziativa, autorizzano e legittimano oltraggi, abusi, contaminazioni.

Sono queste le grandi crepe nell’edificio del profitto, dell’accumulazione capitalistica, di un consumismo insaziabile: si dissolvono i rapporti sociali, i vincoli che dovrebbero rafforzare i deboli, i patti tra generazioni, e si è rotto definitivamente l’impegno reciproco tra l’uomo e il mondo intorno a lui, che prevedeva rispetto, fiducia, cura, per inseguire una promessa di felicità d conseguire riempiendo la propria esistenza di prodotti sempre più ingombranti e sempre più futili fino a diventare noi stessi merci e rinunciando al tempo, alla libertà, all’ambiente salubre, al domani.

È improbabile che durante la sua visita pastorale a Roma, qualcuno abbia osato chiedere ad Obama fino a quando un solo Paese, il suo, che ospita solo il 4-5% della popolazione mondiale potrà permettersi di consumare il 30% delle risorse planetarie e di scaricare sul pianeta il 30% delle sue deiezioni. Fino a quando il Sud del mondo tollererà quel controllo imperiale e quel dominio coloniale basato sull’ideologia della infinità delle risorse, quasi sempre e solo le loro, sfruttate come fossero illimitate.

Il benessere e la felicità non crescono di pari passo con il reddito, anzi  con l’aumentare di ricchezza materiale, le società opulente hanno visto aumentare depressione e miseria pubblica, ansia e degrado. Cresciuti come la mole ormai soffocante dei loro rifiuti, gran parte dei quali, quelli rpodotti dalla modernità e dalla tecnologia, sono ancora più velenosi.

E ora che la regressione si è compiuta appare sempre più evidente che la crescita economica come è stata e come la si vuole, si manifesta come un motore annientatore di ricchezza reale, che offre in cambio effimere soddisfazioni consumistiche, quando ci sono, problemi sociali sempre più complessi, distruzione di risorse naturali sempre più scarse, dissoluzione di equilibri delicati e vitali sempre più compromessi.

Questa “crescita” va distruggendo le basi stesse che rendono possibile lo sviluppo futuro. E il sonno della ragione genera solo rifiuti di merci, scarti di prodotti, frantumi di esistenze appagate,  di illusioni di felicità, di domani aspettati senza paura.


Cara Nadia, ti scrivo…

Ucraina, ripresi gli scontri a Kiev Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voi direte che mi accanisco, che a lavare la testa agli asini ancorché dotati di riccioli biondi come Shirley Temple si perde il ranno e anche il sapone, che ci sono tipologie di stupidità inopportuna, tracotante, perentoria e irriducibile con le quali è inane trattare. E infatti non mi rivolgo a Giovanna Melandri, oltre che zarina  del Maxxi, vertice autorevole dell’organizzazione filantropica UmanFoundation, che  mi immagino  sfiorare col dito la tastiera del pc per controllare se è stato opportunamente passato  il piumino della polvere, che, signora mia, meglio le si tratta e meno fanno.

No, mi rivolgo alla di lei colf, Nadia, oggetto di un tweet, che nessuno sa cinguettare come la sua signora: “In Ucraina una violenza inaudita verso chi spera nell’Europa. Nadia, che da anni mi aiuta a casa, sogna l’Europa per i suoi figli”.

Nadia mi dia retta, con dei padroni così, si sia colf, operai, insegnanti, partite Iva, medici, infermieri, manager, il futuro per i propri fogli è meglio andarselo a cercare altrove. Se lo lasci dire da chi tanto tempo fa aveva subito la fascinazione di una visione federale di stati e popoli, uniti per uno sviluppo equo e equilibrato, quando ancora sanguinavano le ferite delle stragi, dei massacri, dell’inumanità del secolo breve.

Se lo lasci dire da chi ascoltando il racconto feroce della miseria della guerra e della speranza della rinascita, che non era solo liberazione da dispotismi e tirannie efferate, ma riscatto dallo sfruttamento spietato, dall’ignoranza che condanna a subire l’arroganza e la sopraffazione dei pochi sui molti.

Se lo lasci dire da chi oggi sa che l’Europa è una galera neanche tanto immateriale, le cui solide catene inanellano euro e ci tengono sottoschiaffo con regole inapplicabili, debiti insolubili, ricatti insostenibili, proprio come lo zar coi suoi mugik, attraverso una nomenclatura di servitori magari anche biondi, implacabili, avidi, ambiziosi e che sanno bene che la loro sopravvivenza in una condizione di privilegio e superiorità, dipende dalla crudele ubbidienza e dalla puntigliosa esecuzione di diktat sempre più brutali. Quelli che hanno votato leggi razziali, sostenuto la necessità di respingimenti, reso sempre più strette le maglie dell’obbligatoria e sgradita regolarizzazione, anche di chi si presta a lavori che biondi o bruni locali non vogliono fare e che ritiene di sanare coscienze e immagine collocando qualche iconcina come testimonial di geoverno.

Se lo lasci dire, sapesse quanti di noi sognano e cercano di garantire ai propri figli un futuro lontano dall’Italia, ormai protettorato senza dignità, ormai provincia remota e derisa, retrocessa da espressione geografica a suolo senza nome e identità, molto inquinato e pochissimo amato anche dagli indigeni, messa disinvoltamente in svendita perfino al peggior offerente, purché amico del susseguirsi di padroni e padroncini, tiranni e tirannelli, sceicchi, imprenditore dei nostri stivali, editori invadenti, guru di un Made in Italy sempre più tossico, finanzieri spregiudicati che seguono le sorti italiane da bordo piscina nelle Cayman.

Se lo lasci dire da chi sospetta delle mozioni compassionevoli di una potenza sempre più impotente che fa la voce grossa coi deboli, che predica l’accoglimento e l’integrazione pelosa, escludendo e togliendo sovranità e pane ai suoi popoli, con l’intento di degradarli a quello stato di servitù, retrocedendoli a masse inermi e eserciti di cottimisti resi aggressivi per fame e incertezza.

Se lo lasci dire, se lei è lontana da casa, la “sua signora” è lontana da ragione e ragioni del suo Paese d’origine come dal suo di appartenenza, forse perché quella dotazione di una doppia cittadinanza le dà quella beata leggerezza degli inviolabili da pene , perdite e sconfitte, salvo quella della dignità in favore dell’acquiescenza  a una ideologia di sopraffazione. E le fa quindi comodo credere alle versioni ufficiali alle epopee di un risveglio spontaneo e popolare per la “arrogante e autoritaria” sospensione del processo di integrazione europea e nascondere dietro ai toni eroici di una rivolta di popolo gli interessi di vecchi padroni che hanno paura di quelli nuovi che fanno irruzione sancendo il declino dell’Occidente, pronti a far versare sangue che tanto non è quasi mai il loro, grazie alla’affermazione delle loro missioni di pace, delle loro guerre umanitarie, del loro export di libertà, con vari tipi di armi, tutte sofisticate a alcune griffate Italia, talvolta immateriali e si chiamano finanza, trattati di cooperazione, propaganda, perfino quella bionda a svampita.


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