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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà come sarà rimasto deluso il grande capo di una grande nazione, che si è avvicinata alla nostra storia tramite il Caesars di Las Vegas o Cecil B. De Mille, che magari lo Spartacus di Kubrik è un po’ troppo comunista, chissà come ci sarà rimasto male a visitare il Colosseo sguarnito dei centurioni con gli  elmi e gli spadoni di latta e l’infido vento di marzo che solleva il gonnellino scoprendo gli improbabili  mutandoni.

Invece niente: uno dei primi atti della municipalità in questa “giornata particolare”, proprio come il 6 maggio 1938, è stato quello di ripulire pudicamente la città, rimuovendo almeno per qualche ora gli inossidabili camion-bar e gli abusivi, da sempre padroni incontrastati dell’area archeologica, grazie alla protezione bi-partisan di tutte le giunte, cacciando i legionari, togliendo le palette dei bus, deviando il traffico, esibendo un muscolare spiegamento di vigili, che a giudicare da compostezza e efficienza, sembravano scrupolosi figuranti di Cinecittà. E chissà come sarà dispiaciuto al sindaco che solo stamattina è stato ammesso ad omaggiare il re dei re, non aver provveduto all’auspicato disseppellimento dei Fori, al fine di lastricarli appositamente per una marcia trionfale.

Insomma a non volersi accorgere che il padrone del mondo non è più il padrone del mondo, come osserva oggi il Simplicissimus sono rimasti solo lui e la classe politica italiana, che anche i disincantati romani hanno smesso di voler fa’ gli americani e nemmeno a pagamento sarebbero andati a fare ala al passaggio di Obama e del bischero al governo, pomposo come uno scolaretto opportunista in cerca di bei voti, almeno in condotta, che in inglese non li merita di sicuro.

Ma pare che non si riesca proprio a  guarire dalla condizione di gregari, elemosinando approvazione, ostentando ubbidienza, condizione necessaria per elemosinare aiuto per uscire dalla palude proprio grazie a chi ci ha cacciati dentro, proprio grazie a chi ci ha fatti affondare nelle sabbie mobili dell’azzardo, proprio grazie a chi ci ha piegati al servizio dell’imperialismo finanziario, costringendoci a porgere il collo a perenni capestri e a un crescendo di servitù.

Molti anni fa, prima ancora delle tenebre che stiamo attraversando Susan Sontag profetizzò che gli Usa avevano diffuso la “peste” nel mondo e che probabilmente di questa peste il mondo sarebbe morto. È che malgrado la sperimentazione democratica che aveva incantato Tocqueville, malgrado menti illuminate che sono state accolte e nutrite là anche a nostro beneficio, malgrado il debito che dobbiamo riconoscere ad èlite artistiche, culturali, sociali, trattate peraltro come minoranze scomode in patria quanto omaggiate fuori, malgrado la capacità, sia pure lenta, faticosa, spesso insanguinata, di integrare chi arrivava e magari un po’ meno chi c’era già prima dei padri pellegrini, il modello americano: la finanza creativa, le multinazionali, il dio mercato, l’esercito, l’export umanitario tramite bombe, il consumismo, il narcisismo, il totalitarismo nel pubblico come nel privato, resta un nemico della sovranità dei popoli altri e della democrazia.

Eppure sarebbe ora di svegliarsi dal sogno americano, diventato sempre di più un sonno della ragione, che, colonizzando il nostro inconscio e il nostro immaginario, ci ha persuasi  che la servitù poteva essere  consolata da un relativo benessere,  che la perdita di autonomia poteva essere temperata dalla protezione di padroni potenti,  che la rinuncia a certi diritti poteva essere consolata dall’acquisizione di modesti privilegi, come quello di sedere, sullo sfondo, al tavolo dei Grandi e che l’american way of life, potesse essere contagioso, un sistema di abitudini, comportamenti, partecipazione invidiabile, garanzia di floridezza, proprio come quella manina della provvidenza che grazie all’accumulazione e alla rapacità di pochi spargerebbe briciole di prosperità sui molti.

La perdita di certezze e di futuro, la povertà, la rinuncia imposta a  diritti e prerogative, la condanna all’abiura di principi di uguaglianza e solidarietà non sono un incidente di percorso, un sacrificio obbligatorio per raccogliere la sfida della storia che cammina inesorabile mietendo necessariamente vittime tra uomini e ideali, non sono le correnti di un torrente sul quale è consigliabile galleggiare , cercando di schivare le fucilate dei cacciatori di frodo e degli eterni predoni.

I sogni sono diventati incubi, sarebbe ora di svegliarsi e sostituirli con un po’ di utopia, da mettere subito in pratica.