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Letta se ne è tornato a casa con le sue raccomandazioni europee e sappiamo bene in che cosa consistono: in una continuazione ostinata dell’austerità con relativi massacri sociali. Ancora e ancora. Questo sarebbe tollerabile solo se davvero pensassimo che possa servire a una futura fantomatica crescita, ma  invece sappiamo molto bene che le misure richieste dall’Europa dalla Germania e dalla Bce sono semplicemente letali: un misto fra interessi economici di Berlino e obiettivi politici volti a “ridurre la democrazia” come anche Krugman ha recentemente scoperto (qui).

Lo sappiamo perché proprio i teorici dell’austerità o hanno cambiato idea come Blanchard o sono stati colti con le mani nel sacco a sparare previsioni su insiemi di dati sbagliati o magari accuratamente scelti per ottenere un dato risultato. E’ il caso di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che hanno attribuito a un errore nel maneggiare il foglio di calcolo Excel l’errore di aver visto una correlazione tra un alto livello di debito e una bassa crescita che non esiste affatto (qui). La cosa è singolare perché proprio lo studio di questi due economisti (che lascia un ‘ombra sulle iper magnificate università americane) è servito da base e pretesto per le politiche europee, tanto da essere stato più volte citato in tal senso. Nulla di quel lavoro è vero, ma a Bruxelles non solo non sanno usare Excell, ma nemmeno la testa anche nel remoto caso di una sua esistenza.

Il problema  – come presume Krugman  – è che l’austerità è un disegno politico e non economico, dunque anche le evidenze contrarie e i mea culpa non entrano che episodicamente nel maistream della comunicazione, sono marginalizzate dai media e alla fine vanno a far parte di quel deposito della “conoscenza inutile” che non ha alcuna efficacia sul mondo e nell’opinione pubblica. Vladimiro Giacché ha anche portato un altro esempio: la relazione di Mario Draghi al consiglio europeo di due mesi fa. Il prode presidente della Bce ha sostenuto che la riduzione dei salari è necessaria alla crescita della competitività e per dimostralo ha mostrato un grafico dal quale si evinceva che in tutti i paesi in deficit  i salari sono aumentati molto di più della produttività del lavoro. Ora tralasciando il fatto elementare che la produttività è una funzione degli investimenti, Draghi ha creato un falso perché gli aumenti salariali erano presentati in termini nominali, cioè senza tenere conto dell’inflazione, mentre la produttività era espressa in termini reali , cioè tenendo conto del fattore inflattivo. Il che naturalmente è di privo di senso e fa sballare tutto il ragionamento, senza che però nessuno abbia avuto a che ridire. Non mi soffermo sulle conseguenze di questa idea fissa della diminuzione delle retribuzioni, ma a questo punto bisogna supporre che o Draghi è un totale incompetente, un semplice “britannia boy” come veniva chiamato quando svendeva per quattro soldi il patrimonio delle nostre aziende pubbliche oppure mente per la gola in vista di obiettivi politici spacciati con la polverina magica dei diagrammi falsi in ossequio ai dogmi della religione liberista.

Si tratta di due casi – ma molti altri ne potrebbero essere citati – che mostrano come la presunta scienza economica sia esposta a fortissime influenze ideologiche, di potere, di carriera, di convenienza e di giganteschi interessi che la rendono sospetta e di fatto politicizzata. Già le scienze sperimentali, pur potendo disporre di una capacità di controllo enormemente più grande, sono spesso influenzate da paradigmi, necessità di finanziamento, ambizioni, interessi, figuriamoci dunque una disciplina dove si può barare così facilmente senza che qualcuno se ne accorga o faccia finta di non accorgersene per non mettersi contro qualche corrente, scuola, ideologia. E il cui rigore è ormai a servizio dei pregiudizi propri o altrui, per non parlare delle pressioni di ogni tipo.

Cominciamo perciò ad esercitare il dubbio sistematico di tipo cartesiano, senza farci infinocchiare dai termini complicati o dalla matematica abusata come foglia di fico di una sociologia a volte sorprendentemente rozza ed elementare. Cominciamo a pretendere che se ne discuta, che entrino nel dibattito pubblico dogmi e teorie che spesso navigano sul nulla o su semplici pregiudizi, ma che finiscono per creare la realtà. Esigiamo dimostrazioni e esempi concreti. Cominciamo ad avere la consapevolezza, per dirla con una battuta,  che l’economia è diventata il politichese del terzo millennio.