Ragazzini, il contagio delle passioni felici

scontriAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io, recita un vecchio adagio sempre attuale. Lo dovrebbero ricordare le forze dell’ordine beneficate da una caritatevole iniziativa congiunta  di Feltri e dell’evaso, lanciata per aprire una colletta a favore dei poliziotti indagati dopo i “disordini” della manifestazione europea contro l’austerity. Stamattina il Feltri era presente in una trasmissione della televisione pubblica con quell’altro campione di democrazia, Gasparri, e ripercorrevano la loro giovinezza punteggiata di festose manifestazioni di libero pensiero, sempre però esercitate nel pieno rispetto della legalità e dell’opinione degli antagonisti, a quel tempo preponderanti per forze e protezioni.

Come viene ormai sempre da dire qualcosa di tremendo e stravolgente è successo qui e in questi anni se il negazionismo è ormai una accettata aberrazione di teorie illuministe manomesse, e un fenomeno generalizzato che intride il confronto storico e anche la cronaca recente, se si dà per buona la teoria fantasiosa di parabole di candelotti ritrosi, se in un paese il cui passato è stato scandito da decine di morti di ragazzi per mano dei fascisti, lo si lascia narrare impunti le loro epopee di combattenti per la libertà. E se la polizia che rivendica attraverso le sue rappresentanze sindacali, un  percorso di democratizzazione, e che fa autocritica di “intemperanze” isolate, accetta una pelosa beneficienza al posto del riconoscimento di governo, stato, di legittime richieste e esigenze disattese. D’altra parte non è una novità che larghi strati del ceto politico e dei suoi usignoli veda come una auspicabile soluzione la privatizzazione della sicurezza e dell’ordine pubblico, da effettuare a piccoli ma inesorabili passi, politici,economici, culturali, o ridicoli come in questo caso: ronde, carceri di lusso, un domani tribunali e oggi polizie private a guardia di quartieri e enclave ai cui margini premono preoccupanti bidonville, inquietanti baraccopoli, allarmanti favelas.  Era prevedibile che le disuguaglianze  producessero malessere e violenza. Ed era altrettanto prevedibile che la violenza venisse nutrita, alimentata, gonfiata per produrre uno stato di antagonismo permanente in modo che si legittimasse la repressione.

Certo, si tratta di una repressione moderna che alterna modalità grossolane, sempre le stesse, con procedure più innovative, che come al solito ricatta col bisogno le forze dell’ordine, per renderle più arrendevoli, che delegittima l’autorità giudiziaria. Che vuole assimilare le proteste di lavoratori espropriati di diritti e studenti rapinati della scuola ai teppisti da stadio. Che presto, come un tempo, ricorrerà alla delazione, allo spione di condominio, ma che sembra – in nome della collegialità e dell’interdisciplinarità- prediligere il dispiegamento di organismi, poteri, funzioni, in modo da trasmettere la percezioni di un assedio al libero esprimersi della critica e del dissenso.

Così minorenni che distribuiscono volantini No-Tav e le loro famiglie subiscono l’intimidazione vigliacca di indagini del tribunale dei minori che li sottopongono a superciliosa vigilanza, quella non dovuta a nipoti di Mubarak  decisamente più trasgressive.

E dire che qualsiasi uomo di buona volontà si è sentito più libero, si è sentito spronato, si è sentito meno solo vedendo studenti in piazza per difendere l’istruzione, il sapere, la conoscenza. Ma loro no, a loro piace quella forma di “privatizzazione” completa e generale dell’esistenza, che dopo aver corroso vincoli millenari, amicizie un tempo indissolubili, come sono quelle dei sodali che lottano insieme per emanciparsi dallo sfruttamento, sgretolando la coesione e il ruolo educativo della scuola, della politica, dei genitori, dei leader, delle élite intellettuali. E inducono all’isolamento, producono isolamento, determinano il prodursi di schieramenti basati sulla diffidenza, sulla paura, sull’invidia. Vedere i ragazzi in piazza ci ha fatto sperare che siano immuni da queste patologie frutto dell’eclissi democratica, della perdita di credibilità delle “autorità” e delle istituzioni, il cui compito come diceva Lacan, doveva essere quello di temperare il godimento individuale rendendo possibile il patto sociale, la vita comunitaria, la polis.

Vederli uscire dalle loro stanze, abbandonare il Pc, farla finita per un po’ con una comunicazione fatta di chat e sms, in tanti, ridenti e irridenti, come in una rivolta anche all’antropologia dell’egoismo, è una lezione civile per gli adulti. Per quello fanno paura, per quello che in molti temono il loro contagio quanto noi lo desideriamo, perché è quello delle passioni felici.

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3 responses to “Ragazzini, il contagio delle passioni felici

  • Angelo Kinder

    Questa è la prima generazione di ragazzi che combatte per diritti che non sono solo i loro, ma anche dei loro padri e dei loro nonni. Mettiamoci al loro fianco a reclamare la giustizia sociale che loro reclamano anche per noi. Non lasciamoli soli. L’illegittimo automa eterodiretto che detiene abusivamente le chiavi di Palazzo Chigi, dallo stuoino Fazio, ha sibilato qualcosa circa la solita accusa di strumentalizazione dei soliti sessantottini residui etc. Ma ‘sti giovani non sanno manco chi sono i vari Bernocchi & co. Hanno letto Proust, Gadda, Mann. Hanno curricula che un Michel Martone (uno che nell’unica voce del suo c’ha scritto il nome di papà) se li sognerebbe (se solo avesse il sistema neuronale per poter effettuare la delicata operazione cerebrale…). Hanno paura di chi non ha paura di loro. Il passato remoto ha sempre paura del futuro anteriore che, da prossimo, si fa presente.

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  • Ragazzini, il contagio delle passioni felici | gregorybateson

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