DRAGHIAnna Lombroso per il Simplicissimus

I disoccupati sono 2,9 milioni: è record. Centomila in più in un solo mese, titola il Corriere della Sera riferendo della rilevazione mensile dell’Istat. Il tasso di disoccupazione a ottobre all’11,1% , quello giovanile al 36,5%, il livello più alto dal 1992. I senza lavoro sono 2 milioni e 870mila. I giovani senza lavoro sono 639mila. E cosa risponde Draghi? «Fondamentali le riforme per rendere meno rigido il mercato del lavoro in Italia».
Non c’è da stupirsi, mentre invece sorprende che Governo, partiti che lo appoggiano incondizionatamente, quelli che pensano che la Costituzione sia una pelle di zigrino da tirare da tutte le parti, intoccabile se si parla di diritti e flessibile se invece ai diritti si attenta in nome della flessibilità o del primato dell’interesse privato, si sorprende che abbiano perso tempo con l’articolo 18, la riforma del lavoro, le strizzatine d’occhio a Ichino, il reggicoda a Marchionne, invece di tagliare con un colpo di spada lacci e laccioli abrogando festosamente quell’articolo 4 che recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”… E visto che ci sono anche l’articolo39. E poi via un bel colpo di spugna alle leggi che da ’66, dalla legge 604 in poi hanno regolato i rapporti di lavoro, con il reintegro, lo statuto dei lavoratori, quando sembrava consolidato il convincimento elementare che i diritti del lavoro e dei lavoratori non sono in conflitto con investimenti e sviluppo, e che al contrario relazioni industriale trasparenti e improntate a garanzie e tutela degli interessi di ambo le parti assicurano competitività e crescita equilibrata e armoniosa.

Ma d’altra parte governi dell’ingovernabilità e i loro padroni vicini e lontani, i partiti, il Parlamento, nel compiacersi della loro pubblicità regresso incarnata dal modello Fiat hanno dimenticato o non sanno, nella loro indifferenza sprezzante della democrazia, che stravolgere e irridere leggi e Costituzione non rappresenta solo una forzatura politica e legale, ma compromette anche l’immagine del prodotto italiano. Il fatto è che a loro, come rivelano le missioni negli sceiccati del primo ministro, così doviziose che dobbiamo pagare perché vengano a comprarci, importa poco, poco li interessa che il peggioramento delle condizioni di lavoro, la conflittualità, l’indeterminatezza dei piani industriali in termini di tempi e allocazione delle merci carichino di valori negativi i prodotti italiani. Così come sono indifferenti al fatto che il neo-aziendalismo, quello che nella Fiat ha il suo laboratorio sperimentale, promuova illegittimità e illegalità, respingendo le sentenze dei tribunali e mimetizzando dietro alle ragioni della necessità, comportamenti illeciti e irrispettosi della legge. E che nel promuovere l’illegalità renda tutto il sistema economico permeabile all’occupazione della criminalità, che trova un clima favorevole, tollerante, ospitale.

Ed è inevitabile che questo accada se la Fiat e non solo, è un’impresa con liquidità immobilizzata ma un forte indebitamento che ricontratta prolungandolo, anche grazie all’emissione di bond. Se è ormai una missione dei manager portare a termine fusioni per il controllo non delle produzioni, ma delle quote azionarie magari detenute da fondi previdenziali e sanitari dei lavoratori. Se la minaccia delle delocalizzazioni non serve solo alla rieducazione dei lavoratori condannati a un unico diritto, quello di conservare a tutti i costi la fatica, ma esercita una pedagogia intimidatoria nei confronti dello Stato. Se l’unica forma di democrazia nelle relazioni industriali è indire referendum usati come strumento di divisione del fronte sindacale, in modo da negoziare coi buoni e isolare e criminalizzare i cattivi. Si, è inevitabile quando le imprese industriali si trasformano in enti finanziari, quando le banche si mettono a vendere auto, quando la quota più elevata di ricavi e profitti non deriva dalle produzione ma dalle operazioni immateriali, quando quei profitti vengono destinati non a investimenti in capitale fisso, sicurezza, qualità e ricerca, ma in giochi d’azzardo finanziari, fondi speculativi, tutti interventi obbligatori per generare i flussi di cassa più elevati possibile allo scopo di accrescere il valore per gli azionisti.

Il paradigma centrato sul valore delle azioni accomuna tecnocrati e manager, ambedue al servizio di “azionisti”, quasi sempre gli stessi: li incoraggia a vedere il loro lavoro come se imponesse loro di ignorare tutti i principi morali, politici e umani tranne uno, il profitto. fa di loro degli estranei, unilaterali, ostili e anti-sociali. Per essere buoni manager e buoni governanti bisogna essere cattivi cittadini, trattare il popolo e i lavoratori come strumenti da usare ai fini degli interessi privati e merce da spostare. E meno diritti ha, meno garanzie possiede, meno libertà si concede,meglio è, come dice Draghi, che non è cattivo, è che il mercato degli schiavi lo ha disegnato così.