L’immagine più evidente, più significativa della crisi e del declino, non sta nelle sue prime vittime costrette a rovistare nei cassonetti dove peraltro finisce ancora il 2,3% del pil italiano. E’ invece visivamente declinata dalle vittime future che si accalcano davanti ai negozi per non farsi scappare l’ultimo iphone dal quale con tutta evidenza dipende la loro autostima. Intendiamoci, l’assalto è accuratamente preparato dalla stessa Apple attraverso una pervasiva distribuzione alla stampa dei suoi prodotti, garantendosi un titolo al giorno e in Usa con vere e proprie comparse. E tuttavia in quelle file  si coniuga da una parte la psicologia dell’alienazione feticistica verso gli oggetti e dall’altra l’inconsapevolezza delle cose dentro la pania delle suadenti sirene commerciali.

L’ho capito  l’altro giorno quando un trentenne, iphone dipendente e fervente, ha storto il naso vedendo Seven sul mio computer e mormorando di Ubuntu. Il possibile eroe delle file davanti ai negozi Apple non immagina nemmeno che il kernel del sistema operativo dell’Iphone è stato sviluppato  da programmatori Microsoft nell’ambito di una ricerca della Carnegie Mellon  University, poi venduto alla Next e infine alla Apple, mentre il maggior rivale, Android, peraltro assai più recente, è open source e basato su kernel Linux. Non è strano, Apple ha sempre utilizzato sistemi proprietari, sempre comprati altrove e difesi a suon di cause fin dal lontano 1984, mentre gli strafatti hanno il santino di Jobs nella tasca e la sera accendono led votivi.

Naturalmente tutti usano e comprano ciò che vogliono, anche se prodotti in fabbriche schiaviste, ma è come brancolare nel buio pensando che sia mezzogiorno: il sapere è diventato esclusivamente emotivo e le emozioni sono suggerite, guidate, ficcate nella testa. Se anche le informazioni ci sono e sono facilmente reperibili esse rimangono mute, è come se non ci fossero e non importassero, rendendo quasi profetico quel saggio di Revel, “La conoscenza inutile”, scritto ormai 25 anni fa. Guardando quelle file ci possiamo davvero stupire di quello che stiamo vivendo?  Delle menzogne che ci vengono dette ogni giorno? Di Lavitola che ricattava l’ex idolo degli italiani, del marciume della politica o, nei casi migliori, della sua incapacità di uscire dalla sua minorità rispetto alla finanza, dalla sua incapacità di offrire alternative reali?

Possiamo davvero lamentarci quando facciamo la fila per un giocattolo nuovo che è poi uguale o quasi al vecchio? Di cosa ci siamo accorti in questi anni e su cosa abbiamo riflettuto: quante cose ci hanno venduto e quanti si sono venduti come redentori, salvatori, oppositori, dentro un panopticon che riflette sempre se stesso? Di certo la modernità dell’incosapevolezza è come una sottile barbarie: si spalancano gli occhi, si chiude la mente.