Marchionne come metafora

I tunnel in Italia non finiscono mai

Si sarebbe tentati di dire che Marchionne è un caso umano, se per qualche verso non fosse disumano. Ma il vero caso umano o disumano è la classe dirigente italiana che ne ha permesso l’ascesa ai vertici del più grande gruppo industriale italiano pur non avendo alcuna esperienza industriale, lo ha vezzeggiato, esaltato, creduto senza capire che stava portando la Fiat al disastro. O ancor peggio accorgendosene, ma tacendo.

Marchionne non è solo Marchionne, ma un simbolo, una metafora in carne ed ossa del nostro declino, del vivere alla giornata senza progetti o visioni generali. In appena tre anni ci ha presentato un sillogismo che non torna, mentre l’oligarchia del Paese ha continuato a far sì con la testa, come quei cagnolini sul lunotto posteriore di un piccolo mondo ormai antico. Nel 2009 il nostro impegna tutte le risorse Fiat per prendere il controllo di Chrysler, marca in crisi ormai da 40 anni, con l’obiettivo di fare un gruppo dai 6 milioni di auto l’anno visto che solo con i grandi numeri si può rimanere a galla. E’ un modo occasionale e piratesco per concludere alleanze che la Fiat non aveva mai fatto o fatto male perché gli Agnelli non volevano curiosi in casa e ad ogni buon conto potevano sempre succhiare soldi allo Stato.

Nel 2010 annuncia le sue chiusure e impone le sue condizioni, vuole mano libera e carta bianca  mentre il gruppo torinese, impegnato a dare la scalata alla Chrysler, è congelato sui vecchi modelli e comincia uno storico declino sul mercato. Ma in un mezzo foglio A4 presenta al mondo politico il suo piano industriale  per un raddoppio della produzione in Italia: gli imbecilli ci credono, i marpioni fanno finta di crederci.

Nel 2011 guadagna 17 milioni di euro mentre la 500 fa flop in Usa e in Brasile e la Fiat arretra sul mercato europeo molto più dei suoi concorrenti.

Nel 2012, mentre prosegue inarrestabile e drammatica la caduta di Fiat sul  mercato, Marchionne se la prende con Volkswagen perché produce troppe auto e le vende a troppo poco pur avendo salari doppi rispetto a Fiat. Dai grandi numeri ai piccoli numeri. E l’Acea, l’associazione dei costruttori automobilistici non lo vuole più come presidente, essendosi accorta di ciò di cui noi con ostinazione non vogliamo accorgerci.

Sarebbe interessante capire come mai un avvocato da sempre dentro gli uffici legali e finanziari  di aziende di servizi sia finito alla testa di un gruppo industriale automobilistico. Cosa abbia indotto Umberto Agnelli a sceglierlo come Ad Fiat quando l’uomo col maglioncino era alla testa della Sgs ginevrina, una società  di ispezioni industriali  e di certificazioni di sicurezza. Sarebbe anche molto interessante capire come mai egli sia rimasto presidente della Sgs il cui maggior azionista è oggi Exor, la finanziaria degli Agnelli nel cui consiglio di amministrazione figura il medesimo Marchionne. Immagino che la sicurezza nelle fabbriche Fiat sia garantita al 100 per 100.

Ma ciò che dobbiamo constatare è che questo protegé della vecchia elite agnellesca e mediobanchesca sia stato trasfigurato in eroe dell’oligarchia italiana, ceto politico e media in testa. Eroe cui è stato affidato il compito di iniziare lo scasso dei diritti e dei salari. Con brillanti risultati, in linea col governo che del resto appartiene alla stessa nicchia di potere. E anche in questo caso si parla di crescita con i soliti imbecilli che ci credono e i marpioni che fanno finta di crederci.

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