I pensieri deboli dei liberisti forti

Alle volte scopro dentro di me qualche piacere sadico. E non saprei definire altrimenti il godimento con cui ho letto su L’espresso un intervento di uno dei muezzin del liberismo, quel tal Zingales che due volte al giorno si inchina verso Wall Street per dire che il mercato è grande e Friedman è il suo profeta:  impagabile assistere ai contorcimenti con cui di fronte ai fallimenti e contraddizioni si cerca comunque di salvare la divinità, attribuendo le responsabilità a qualche angelo caduto.

Questa volta il borbottio inquieto riguarda il Libor vale a dire  il tasso di interesse di riferimento dei mutui ai privati, dei prestiti che le banche fanno alle imprese e anche quello dei derivati. Esso viene fissato dall’Associazione bancaria britannica che si basa su un campione di 18 banche.  Per eliminare deviazioni estreme e ridurre la possibilità di manipolazioni, l’Abb elimina le tre quotazioni più basse e le tre più alte e calcola la media del resto, ma a quanto emerge dallo scandalo Barclays, alterazioni e manomissioni non sono mancate, anzi erano probabilmente la regola perché vista l’enormità della masse finanziarie in gioco anche da una virgola si può ricavare un grosso bottino.

Colpa del mercato? Non sia mai, Zingales anzi dice che questi eventi fanno male al mercato e che occorre udite udite più controllo democratico. In pratica una ferrea regolamentazioni degli organismi che si occupano di stabilire i tassi di riferimento da parte di quegli Stati che il liberismo vorrebbe ridurre a larve. Insomma “senza controlli il capitalismo si corrompe”. Ottima cosa, anche trascurando la sciatteria statistica con cui Zingales accenna a mali e rimedi. Purtroppo tutto questo ha pochissimo senso perché nella sostanza una volta messo il mercato a misura di tutto le cose, l’indice Libor così come molti altri non sono altro che il frutto di opinioni e di scommesse. Posso anche mettere tutte le regole che voglio per la determinazione delle quote in una corsa di cavalli, ma alla fine ciò che salta fuori non è nulla di oggettivo, ma solo la convinzione di un certo numero di “agenti” che Lady Lulù perderà e Furia vincerà. Ed è chiaro che stando così le cose, il numero delle corse truccate sarà molto alto.

Ciò che voglio dire, prendendo a pretesto Zingales,  è che il fondamento teologico dell’economia di mercato o neo classica o marginalista, chiamiamolo come caspita ci pare, è fondata proprio sull’assenza di un correlato oggettivo rispetto alle opinioni e pulsioni aggregate dei singoli. Le quali – necessità biologiche a parte – si traducono sostanzialmente in una scommessa sul valore futuro di un bene, di un investimento o di una quantità di denaro. E questo vale per tutto, compresi i titoli di stato: si ha un bell’invocare i fondamentali, una qualche oggettività di fondo perché ciò che conta è l’opinione statisticamente vincente sia essa spontanea o aggregata da qualche grande mediatore per i suoi interessi. Spesso si scambia l’oggettività dei valori contabili con l’essenza della finanza che riguarda invece previsioni sul futuro, azzeccate, sbagliate o truccate che siano.

L’economia classica da Smith a Marx, pur tra enormi differenze,  aveva una sua oggettività che consisteva nel valore del lavoro, ma l’economia di mercato non ha altro dio fuori di sé, tanto che potremmo dire – seguendo Zingales – che persino l’intervento dello  Stato è un valore di mercato che di fronte alle manipolazioni e al verminaio  finanziario,  potrebbe  veder salire le sue quotazioni.  Ma l’improvvisa consapevolezza di trovarsi in una bisca inquietante invece che al Casinò di Montecarlo, non toglie che si sia sempre attorno un tavolo verde sul quale gira denaro senza più riferimento all’economia reale. Non è davvero che occorra un improbabile e  ambiguo “controllo democratico” sul mercato, è che occorre ritrovare democrazia, futuro, speranze esenso sociale  contro il mercato.

 

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