Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono numerosi gli orfani delle imprese del Capo, del lettone di Putin, dell’harem di Sputtanopoli, gli stessi che magnificano, cito da Grasso,  il trapasso dal colore al bianco e nero, da Forza Gnocca al Corpo docente, dal cabaret al convento.
Ogni volta che qualcuno muove una critica alle misure della Fornero salta su uno a dire: ma preferivi la Carfagna? Se ci si lagna della spregiudicata imperturbabilità in merito all’attuale conflitto di interesse c’è sempre uno pronto a paragonarla e quella trascorsa. Ed è meglio la spocchia delle barzellette, ed è preferibile la vacanza dell’appartamento all’insaputa, ed è più lodevole l’ossequienza dello sberleffo alla Merkel. Certo a tutti piace vincere facile. Sfido chiunque a dichiarare che sono meglio i cicalecci sulle ministre sexy, le hot line governative intercettate, diramate e pubblicate per il colto e l’inclito, gli scherzi da caserma, le corna nelle foto di gruppo, che hanno fatto vendere tanti giornali, che hanno moltiplicato la popolarità di comici, rimpinguato i borsellini di pentite in vena di confessioni editoriali.
Sfido anche i più provocatori innamorati della verità scomoda a ammettere che li preferivano all’analisi dello spread, al salvaitalia, alle acrobazie delle agenzie di rating.

Grasso compiaciuto cita Aldo Nove: «La torsione etica e politica delle ultime settimane – ha scritto – farebbe pensare a una bonifica ormonale di salubre disintossicazione dopo un’overdose nazionale».
Tutti e due sospettano che gli stenti abbiano un effetto demiurgico, che giano bifronte mostri la faccia della povertà e quella dell’edificazione, che il sacrificio esalti qualità morali sopite dall’opulenza, che la crisi conduca naturalmente verso una bacchettona riscoperta dei valori nobili e dei sani principi. E si porta a testimonianza, con estasiata soddisfazione, l’insuccesso dei grandi fratelli, dei divi delle isole dei famosi, cui sembra che il cittadino teleutente preferisca le piazze indignate,i precari infuriati, le lezioni di computisteria – memori di Nettuno – dei solerti professori.
Siccome non mi va bene niente sono meno ottimista. Non solo sulle liberalizzazioni, ma anche sulla liberazione da stereotipi, non solo sulle lobby, se resta comunque immarcescibile e solida la lobby dell’informazione, appiattita sul potere, pronta, in cambio dell’ammissione alle stanze del potere, a rivelare solo gli aspetti e i segmenti di “verità” utili alla sua manutenzione e stabilità.

Così chi ci eroga benevolmente l’album dei ricordi del Presidente del Consiglio, per dimostrarci che è uno di noi e non potrà farci troppo male, l’Espresso si delizia sugli acquisti irreprensibili e oculati della first lady, il Corriere si sdilinquisce sul caschetto brizzolato della Lagarde a sottintendere che dopo le improbabili e dissipate tinture del passato, adesso possiamo abbandonarci con fiducia alla severa competnza di quello che chiama il “movimento delle metallizzate”. Repubblica poi è entusiasta dell’esibizione della borsa griffata della Lagarde, come dire che anche ai boia piace sorridere ogni tanto, soprattutto di noi.

Il governo sobrio mostra di gradire molto l’esuberanza mediatica, preferendo la visibilità alla reputazione fa buon viso anche qualche a rivelazione sapientemente somministrata: piccoli malumori, incomprensioni, battibecchi. Si tratta di soggetti impermeabili alla critica e all’obiezione, che probabilmente non arriva alle loro stanze così come a noi giunge solo quel che mediano e trattano opinionisti deliziati, informatori entusiasticamente partigiani, giornalisti in vena di plebiscito. E poi la Gazzetta Ufficiale, quando i giochi sono fatti, non c’è bisogno di smentite e non è tempo di obiezioni, solo di ubbidienza.