Si può non essere d’accordo, ci si può battere perché le manovre in atto siano cambiate, si può dire che esse vanno approvate senza se e senza ma, come accade quando si beve troppa birra. Ma ciò che non può più essere tollerato dopo anni e anni di questa pratica è la presa in giro, il tentativo di prendere per il naso gli italiani riparandosi dietro la benevolenza dei media di ogni tipo che evitano domande imbarazzanti. Così dire che le liberalizzazioni di taxi, farmacie e notai porteranno a un risparmio del 12 % per i cittadini è una gigantesca fesseria visto che i prezzi dei farmaci sono fissi, le tariffe dei taxi stabilite dai comuni e quelle dei notai  formulate sulla prassi. E se anche ci fosse qualche diminuzione di certo l’operaio Rossi non va in fabbrica in taxi, non compra una casa l’anno e magari teme più i dieci euro di ticket che non il 10 centesimi di sconto sull’aspirina.

Non dubito certo delle capacità dell’Istat che si è fatta “sfuggire” il raddoppio dei prezzi con l’entrata in vigore dell’euro: ha tutte le competenze statistiche e “scientifiche” necessarie a dirci che abbiamo risparmiato il 12% o visto che ci siamo, il 50% : tanto dipende dal ministero del tesoro e fa tesoro delle indicazioni che vengono da lì dove si puote. Sarebbe invece l’ora di focalizzare l’attenzione invece che su queste fantasie che costituiscono anche una clamorosa caduta di stile, su altri dati ben più concreti e preoccupanti, dati che sono al tempo stesso il frutto amaro della lunga stagione del berlusconismo e l’ancor più amaro segno di impotenza politica del Paese, il suo continuare a navigare dentro l’irrealtà. Vengono dalla Cgia di Mestre che non è certo un organismo della IIIa internazionale e dimostrano la mancanza di un welfare decente: i disoccupati italiani sono infatti i meno tutelati dell’intero continente. Le risorse messe a disposizione di chi ha perso un lavoro o non riesce a trovarlo sono infatti lo 0,5% del pil contro, ad esempio il 2,2% della Germania, e il 2,1 di Francia e Spagna. Per ogni disoccupato -dice la Cgia –  l’Italia ha speso 4691 euro, contro i 17.921 euro stanziati dall’Irlanda, i 16.652 euro messi a disposizione per i disoccupati austriaci, i 15.570 euro per i senza lavoro tedeschi e gli 11.483 per quelli francesi, per non parlare dei 34.000 della Germania. E questo senza contare tutele generali e di base che esistono praticamente ovunque.

Forse farà piacere sapere che l’Italia con il suo 4,5% del pil investito nella scuola è finalmente riuscita a superare la Slovacchia, l’unico Paese dagli Urali all’atlantico che spende meno di noi per la preparazione delle nuove generazioni. Certo i soldi per sostenere la disoccupazione e quelli per dare una scuola pubblica decente non sono un tabù. Così come l’abolizione dell’articolo 18 che in questa situazione sarebbe una vera roulette russa. Ma naturalmente possiamo essere europei solo nei licenziamenti, non nel sostegno agli stessi: che volete , è la necessità.

Ma non importa, adesso possiamo essere certi che finalmente ci sarà la crescita. Delle cifre di fantasia e della cecità di fronte alla realtà. Dell’equità, bé su quella meglio stendere un velo pietoso. Forse però sarebbe bene che i cittadini ritrovassero voce e dicessero il fatto loro a chi li prende per il naso: anche le pernacchie non devono essere un tabù.