Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Ora tocca all’articolo 18”, annuncia Monti alla trasmissione In mezz’ora di Lucia Annunziata su RaiTre, “tocca al mercato del lavoro.  Perché c’è un legame stretto tra le liberalizzazioni e quello che avvieremo adesso. L’Italia o sta o non sta nel mercato internazionale per la sua capacità di collocare i suoi prodotti. Nel determinare il costo dei prodotti entrano tante cose, il lavoro in modo importante. La prossima settimana, dunque, si avvieranno le misure per la semplificazione, il che vuol dire che la condizione delle imprese è destinata a migliorare perché risparmieranno sui costi”.

In tutti i telefilm, in tutte le indagini, in tutti i distretti c’è un poliziotto buono e un poliziotto cattivo. Uno promette indulgenza e uno ci va giù duro, uno dice che scherzava con le minacce e l’altro invece fa roteare il manganello.

Si comportano così anche gli sbirri del liberismo, se, dopo aver finto di blandire,  menano,  lo fanno per ristabilire l’ordine.  E per mettere in ordine i fattori: prima la pancia poi la morale, prima risolviamo  i problemi di cassa, poi ripristineremo i diritti che in tempi di necessità sono un optional. E che nelle emergenze sono sempre più deboli   per i deboli  e sempre più poveri per i poveri. Così che la sempre più cocente asimmetria sociale incrementa la disuguaglianza e tanto che otto milioni di cittadini secondo l’Istat sono estranei e separati da una esistenza libera e dignitosa sancita dalla Costituzione all’articolo 36 e naufragano nella sopravvivenza biologica.

Dice Monti che le misure di deregulation,  lui però pudicamente non le chiama così, ma soprattutto la semplificazione  “hanno l’intento di migliorare la condizione delle imprese “ perché risparmieranno sui costi”. “ E la riforma,  precisa il presidente del Consiglio, ” è fatta a favore dei giovani”.  Magari semplicisticamente vorremmo misure che migliorassero le condizioni di tutti i cittadini e non solo di banche e aziende, lo so. E altrettanto candidamente saremmo portati a pensare che un regime di    sicurezza sociale, non parliamo di rivoluzione, dovesse muoversi nella prospettiva del riconoscimento di un diritto ad un reddito universale di base, proprio quello che disegna la Costituzione “al fine di lottare contro l’esclusione e la povertà, l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”.

Ma pare che sia un sacrifico in più, quello della rinuncia a certezze e garanzie, dovuto  all’appartenenza al contesto europeo.  A conferma del sospetto che in molti nutrono che l’Europa sia divenuta  solo una gabbia di imposizioni e di sacrifici, ben lontana  dai valori fondativi espressi  nella sua Carta: ”La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell’Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità”. Ma l’Europa dei mercati nella quale questo governo si identifica con   adesione entusiastica, nulla ha più a che fare con l’Europa dei diritti. È talmente noncurante  di questo aspetto ideale da sacrificarlo all’ideologia liberista rischiando una delegittimazione preliminare alla sua dissoluzione.  Tanto da accelerare la spericolata revisione dei trattati   per rendere possibile un più diretto governo dell’economia, erodendo sovranità politica europea e dei governi per rafforzare interessi finanziari astratti ancor più che monetari.

Anche in questo caso si tratterebbe di segare le fondamenta dell’edificio delle relazioni umane per dare potenza a quello delle relazioni industriali, ma in una sola direzione.  A Bruxelles come a Roma,  qualcuno vuol far  persuaderci del necessario e ineluttabile primato del mercato e del profitto. Vuol farci credere che accrescere la libertà di licenziamento è necessario perché i lavoratori godono di garanzie eccessive quanto a mantenimento del posto, che sono troppo garantiti. E socialmente pericolosi perché il posto fisso di tanti occupati impedirebbe alle aziende di assumere.

Qualcuno dovrebbe spiegare ai fan del licenziamento facile che nel mondo reale delle imprese e del lavoro il posto fisso, ossia la sicurezza dell’occupazione, è sulla via del tramonto da oltre un decennio, e con la crisi è pressoché  scomparso. O che le magnificate  garanzie dell’occupazione di cui godono per legge quelli con posto sicuro non consentiranno ai loro datori di lavoro di licenziarli, ma permette loro di condannarli al limbo infame degli  “esuberi”.

Vogliono persuadere noi e quelli di    Pomigliano,  quelli di  Mirafiori, quelli di Fincantieri, quelli di Alenia, quelle dell’Omsa,  o della Merloni,  dell’Eutelia, della  Natuzzi. Noi e tutti quei lavoratori  “garantiti”,  centinaia di migliaia, ormai, vicini a perderle le loro sicurezze.

Invece non ci dissuaderanno dall’ipotesi non troppo stravagante che il dinamismo  antilavorista del governo  e i diktat  abbiano intrapreso una battaglia di principi col fine  di consegnare i “patrimoni”  nazionali e noi, senza condizioni o remore, agli augusti investitori.

Credono di essere liberi, i liberal. Sono ostaggi invece e non sanno che certi padroni non fanno prigionieri.