Non c’è nemmeno bisogno di abolire l’articolo 18, basta aspettare che si estingua, anche se con l’aumento dell’età pensionabile alla vecchiaia, forse si dovrà attendere un po’ più del dovuto. Il governo dei tecnici si appresta infatti con un giochino di prestigio e di malafede importata dal berlusconismo, a fare del precariato il main stream della concezione lavorativa in Italia.

Ufficialmente il contratto unico – fatti salvi i lavori stagionali e quelli “di lusso” – dovrebbe prevedere tre anni di apprendistato o di lavoro in prova e poi il contratto a tempo indeterminato: si presenta dunque con una faccia non troppo cattiva. Ma è evidente che si tratta di un’ impietosa bugia perché prescinde completamente dalla realtà produttiva italiana, come del resto vi prescindeva la famosa legge Biagi e perché si sostituisce all’imprenditore nel fornire l’illusione dell’ assunzione definitiva e lo stimolo ad essere sfruttati in vista di un obiettivo che nella stragrande maggioranza dei casi non arriverà mai. La corsa si fermerà, ben che vada, a 2 anni e 11 mesi.

E’ solo una razionalizzazione del precariato, un mettere il vestito buono sul dramma di una generazione. Tre anni durante i quali si può essere mandati via da un momento all’altro con una liquidazione ridicola e buona solo a creare qualche posto nero in più, sono un periodo del tutto incongruo: se una persona “funziona” o meno ce ne si accorge al massimo nei giro di qualche mese a meno che non si sia imprenditori o capireparto o dirigenti completamente ottusi. Si tratta solo di un regime precario dilatato nel tempo che oltre tutto non si presenta nella sua angosciosa verità, come oggi, ma si traveste da passaggio del mar rosso verso una condizione migliore, non ha la concretezza amara dei pochi mesi o dell’anno che governa l’attuale mercato del lavoro, ma l’ancor più amara illusione di una futura sicurezza. Cosa questa che contribuirà anche alla disponibilità a piegarsi ad ogni tipo di ricatto.

In realtà visto che oltre il 90 % delle imprese italiane è sotto i 15 dipendenti, quindi con totale libertà di licenziamento, di tutto questo non si sentiva il bisogno, ma evidentemente il restante 10%, rappresentata in icona dal pluri omaggiato Marchionne, esige la sua parte di precarietà e plausibilmente vuole mettere anche mano alle libertà sindacali. Del resto tutta questa riforma non si propone degli obiettivi concreti, non certo nel senso della competenza e della qualità del lavoro, per i quali tre anni sono paradossalmente troppo pochi, non certo quello del recupero di posti in un periodo di crisi nera della domanda, ma solo quello di ribaltare la logica del lavoro: di renderlo strutturalmente precario e dunque ricattabile, ma anche con sempre minor contenuto di conoscenza. Un lavoro “povero” non solo dal punto di vista economico.

Sarà anche vero che l’Italia dimostrerà la sua solidità. Ma per me è un errore di stampa: è saltata la “t”.