Anna Lombroso per il Simplicissimus 

Non so a voi ma a me chiamarle liberalizzazioni pare un acrobatico espediente semantico per definire invece una deregulation capricciosa, arbitraria – e ricattabile da chi abbaia più forte – oltre che un devoto omaggio al totem neoliberista. Certo fosse vera l’aritmetica spericolata del Corriere di oggi, ci sarebbe da temere altri prelievi secondo il principio del bastone e della carota: via mandiamo in pensione a settanta anni, i vostri figli ogni due anni e 11 mesi devono cambiare padrone assoluto e tirannico in una perenne giravolta occupazionale. Ma in compenso grazie alle liberalizzazioni di Monti e dei suoi cari, potrete risparmiare ben 1870 euro l’anno, secondo un calcolo di Adiconsum folgorata sulla via della sregolata concorrenza. C’è da stare attenti, è un esercizio rischioso quello di confondere auspici con risultatati trasformare un obiettivo in una profezia auto avverante… sempre se si avvera.

Il sospetto che si affaccia per via di ordini e contrordini, del vai avanti tu che mi viene da ridere, delle indiscrezioni subito smentite e dei voltafaccia poco rigorosi, degli scivoli dimenticati dalla professoressa laureata in pensioni, insomma il sospetto è quello di trovarsi davanti a improvvisati dilettante allo sbaraglio. La corrida coi tassisti è esemplare: di una inclinazione a mettere ordine in un contesto segnato dall’illegalità con misure segnate dall’iniquità, della pretesa di introdurre standard di razionale organizzazione di un mercato e una corporazione con l’istituzione di una autorità accentratrice, della rinuncia a abbattere l’edificio clientelare, corrotte e illegittimo delle licenze comunali, delegando nuovamente agli assessori il sistema di elargizioni arbitrarie. Eh si qualcuno di era illuso che un governo di gente pratica di “economia” e incantato dall’efficienza – oltre che, dicevano, dall’equità – pensasse alla mobilità sostenibile, al car sharing, alla intemodalità, a tariffe più basse accompagnate però da percorsi più brevi su strade sgombre, al servizio condiviso, organizzato nelle postazioni strategiche: stazioni, ospedali, stadi la domenica, aeroporti, concerti rock. Invece ci volevano i bocconiani per pensare che in tempi di crisi, con file di taxi vuoti a sbadigliare nei parcheggi, si rimetta in moto il mercato e si vada incontro alle esigenze dei cittadini, introducendo il suk delle tariffe, la libera contrattazione, magari ombrello aperto o gamba ingessata, sul marciapiede davanti alla stazione, patteggiando uno sconto. C’è da stupirsi che non sia stato disegnata una divisione in classi alla moda di Trenitalia o dell’amico Montezemolo, con maserati, come le loro, per la prima, macchine tedesche omaggio all’esigente e ingrata madrina, per la standard e una panda di Pomigliano per l’economica, guidata da nigeriani of course, che i pakistani dei film su New York non verrebbero certo qui a rifare la fame.

È che non si capisce che immaginario abbiano questi impiegati ben imbottiti di garanzie oggi al governo: il sospetto sorprendente è che a ai vecchi e leggendari nemici dei trust piacciano ora invece strutture forti, muscolari, potenti e prepotenti. Se proprio c’è da scegliere in nome della salvezza dell’Italia siamo sicuri di far bene a preferire grandi oligopoli a queste famigerate lobby nemiche della crescita? Siamo sicuri che sia preferibile un oligopolio di grandi compagnie che magari comprano a pacchi le licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o affittano giorno per giorno, come a New York, le licenze a dei disperati costretti a turni massacranti per affittare la licenza anche il giorno dopo. Siamo sicuri sia auspicabile mettere l’impresa capitalistica fondata sul lavoro precario in concorrenza con il lavoro autonomo in nome di una malintesa “modernizzazione”? Siamo sicuri che favorisca mercato e interessi dei consumatori liquidare i negozi di vicinato gestiti in forma autonoma a favore dei supermercati e dei grandi magazzini aperti 24 ore su 24, basati come sono sul lavoro precario, supersfruttato e sottopagato, o convogliare i professionisti di tutte le età, esperienze e vocazioni in grandi studi, legali, di progettazione, di consulenza?

Non sarebbe ora di prendere atto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo sfidando ogni limite e, anche per battere la concorrenza di nuovi formidabili competitor, la sfida non è quella di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di introdurre il valore aggiunti inimitabile e non tarocca bile della qualità, oltre che di distribuire meglio quanto prodotto?
Non mi piace il loro “mercato”, non mi piace la loro città nelle quali le piazze sono sostituite dai centri commerciali, il mero consumare, sempre meno, prende il posto dello scambiare una chiacchiera con l’edicolante, o il fruttivendolo. Non mi piace il modo autoritario e totalitario con il quale agiscono, per il quale il dissenso, la critica, la proposta di una diversa strategia, o la legittima difesa di un interesse “particolare” a cominciare dal diritto di rappresentanza sindacale in fabbrica, negato a coloro che non firmano accordi con l’impresa, vengono intesi e criminalizzati come atti ostili, improvvidi intralci alla soluzione dei problemi e alla tutela del loro “sistema” e della loro ideologia.

Non mi piacevano i malandrini di prima. E non mi piace il boia chi molla dei forconi, tantomeno il muso duro dei tassisti elettori di Alemanno: le insurrezioni non sono rivoluzioni. La collera non aiuta la ragione. Ma a volte nasce dall’avere una ragione non riconosciuta.