Anna Lombroso per il Simplicissimus

Recita un vecchio proverbio che difficilmente il frutto cade lontano dall’albero. Ma la saggezza popolare è mansueta e bonaria e non aggiunge che quasi sempre i figli assomigliano ma in peggio. E dire che non mancano conferme della “degenerazione” per li rami: dai Borgia al Trota, i figli famosi sono geneticamente destinati a replicare con incerte fortune i vizi paterni in una aberrazione della meritocrazia domestica con le forme del puro, distillato nepotismo.
Non si distinguono le casate delle feluche. Raramente un figlio traligna e fa l’idraulico o il falegname, preferendo la trasmissione dinastica di un mestiere che nella contemporaneità risulta essere sempre più futile e certamente poco usurante, essendo la diplomazia demandata a bancari, militari, brasseurs d’affaires più attrezzati per trafficare in contratti e faccende soprattutto quelle che si consumano all’ombra dell’”aiuto umanitario” e della esportazione di democrazia.

C’è sempre meno lavoro per i dorati corpi diplomatici, in ambasciate ormai meno strategiche e rischiose della vacanze avventurose dei viaggiatori cretini che cercano l’emozione del pericolo a nostre spese. Gli enfants gatès allevati per dire idiozie in molte lingue e sbucciare l’uva con coltello e forchetta si annoiano. E se una volta si “interessavano” di opere d’arte, mettevano incinta bellezze esotiche, facevano insomma le pecore nere in attesa di diventare lupi in carriera, adesso cercano qualche passatempo nuovo e originale.
È il caso del giovane Vattani, che invece di collocarsi comodamente in una operetta di quelle dove proliferavano servizievoli ambasciatori dello stato di Pontevedro intenti a combinar matrimoni tra nobili squattrinati e vedove allegre, inneggia alla Repubblica Sociale italiana, celebra squadristi e bandiere nere e ricorda, con orgoglio, le botte date ad un antifascista, all’università. E lo fa cantando da apprezzato solista sotto il nome di Katanga insieme al gruppo inequivocabilmente “Sotto fascia semplice”. Ma per l’aedo nazi-rock la musica al servizio dell’apologia di reato è second life seppure non “seconda scelta”. Ex braccio destro del sindaco Gianni Alemanno (è stato suo consigliere diplomatico dal 2008 al 2011) attualmente ha il compito di rappresentare il nostro Paese in Giappone. Dallo scorso mese di luglio è stato, infatti, promosso console generale d’Italia a Osaka. Del suo hobby, tanto apprezzato dagli immancabili mecenati di Casa Pound, si sapeva ma solo oggi dopo la denuncia dei giornali, la Farnesina ha a malincuore deciso di “sospendere” in attesa di scrupolosi accertamenti il figlio di uno dei suoi più potenti rappresentanti. Ministro plenipotenziario, segretario generale, ambasciatore in sedi prestigiose, presidente dell’Ice, anche l’uomo per tutte le stagioni, sostenuto e promosso da un susseguirsi bi partisan di estimatori, ha avuto qualche intoppo presto dimenticato. Nel 2009 è stato condannato infatti per peculato avendo effettuato 25.000€ di telefonate private dai telefoni di servizio ad alcune sue collaboratrici, una delle quali l’aveva denunciato per molestie sessuali, facendo emergere così gli altri reati.

Ma a conferma del carattere degenerativo del nepotismo, a paragone delle performance del figlio quelle del padre sembrano le ragazzate di un discolo attempato e irriducibile tombeur des femmes. Che, malgrado la carriera “al servizio del Paese” come recita nella sua autobiografia, non deve avere alimentato nel figlio un grande amore per la democrazia e sospetto nemmeno per la musica. Se il suo rock è più che altro uno strumento per esprimere le sue convinzioni: la fondazione di un’altra Repubblica in contrapposizione a quella italiana (“fondata sui valori della resistenza, sui valori della violenza, sui valori del tradimento e dell’arroganza. Una repubblica fondata sulla lotta armata fatta da banditi e disertori, dinamitardi e bombaroli”) la continuazione della Repubblica sociale, che oggi può incarnarsi “attraverso l’attività quotidiana, e non solo la militanza” dei suoi irriducibili.

Certo è stupefacente che rappresenti all’estero un Paese la cui carta nasce dall’antifascismo, un ceffo simile. Si certo, è nello spirito del tempo: per anni abbiamo avuto come presidente del consiglio un orrido e grottesco pagliaccio che faceva piangere e ridere insieme. E i due sono affini anche nella reiterazione di reati di tutti i generi compresa l’apologia e il desiderio – preliminare all’azione – di ricostituzione del partito fascista. Che poi tutto sta intendersi, comunque si chiami la destra che suggerisce, fa e disfa, lede la costituzione e i diritti, abbatte l’edificio della democrazia a cominciare dalle fondamenta delle conquista del lavoro, della parità dei cittadini, della dignità di uomini e donne, dell dovere di accoglienza di chi aspira alla libertà e alla speranza di vita civile, ecco non ha bisogno di chiamarsi “fascista”, lo è di diritto e legittimamente. E a noi resta solo di metterla fuori legge, fuori dalla democrazia, fuori dalla legittimità, fuori di qui.