Per circa trent’anni ci siamo bevuti di tutto, abbiamo messo in castigo la logica elementare, abbiamo creduto davvero che a risorse limitate potesse corrispondere una crescita infinita. Tutti dal nobel per l’economia alla casalinga di Vercelli abbiamo vissuto come si vive nella giovinezza, con la sensazione che il tempo non abbia fine, pur sapendo che è un inganno. Ed anche chi non credeva nel capitalismo, inconsciamente aveva timore che questa impossibilità fosse vera.

Ma,dopo aver svenduto al potere finanziario molta parte della sovranità fattuale dei diritti e aver regalato quella ideale della speranza, ci ritroviamo col sedere a terra, vittime di una irrazionalità e spesso irresponsabilità collettiva. Eppure quando c’è gente che protesta contro tutto questo  e magari nella rabbia e nell’ingenuità chiede il default controllato per l’Italia, ecco che qualcuno diventa supercilioso e invece di badare al senso della protesta, a ciò che esprime il disagio, si mette ad esaminarne la lettera con una lucidità mai comparsa prima.

Così il cinico di destra, l’oppositore garantito della sinistra e chi si vuole garantirsi una buona opposizione per il futuro, danno addosso agli “indignados” che domani scendono in piazza chiedendo anche un fallimento italiano. E purtroppo i superciliosi ci spiegano anche il perché. Dico purtroppo perché nessuno è  davvero in grado di prevederne fino in fondo le conseguenze di una cosa del genere, economisti compresi. Tanto che in questi anni ce ne sono stati diversi di default con gli esiti più variabili che cambiano a seconda della composizione del debito, della posizione geopolitica del Paese, della sua forza economica, dei risparmi privati, della moralità pubblica e via dicendo.

Ma a parte questo è evidente che la sostanza, il centro della protesta degli “indignados” non consiste in  una o più misura tecniche di ardua valutazione, chiedono una cosa diversa: che le persone non siano sacrificate e stritolate dentro i meccanismi del potere finanziario, chiedono che siano gli Stati a riappropriarsi della sovranità finanziaria ed economica, che i cittadini non finiscano per pagare le illusioni e i disastri di un sistema di potere che ha subornato quello politico o vi si è alleato per affermare proprio l’impossibile crescita infinita.  E anche un’altra cosa: che il denaro può creare denaro a prescindere dal lavoro.

Abbiamo vissuto per trent’anni su un globo che ha dato fondo alle riserve energetiche accumulatesi in molte ere geologiche del passato e contemporaneamente ha bruciato denaro e lavoro futuro, anzi spesso solo futuribile e umiliato quello presente. E’ possibile che alla fine debbano pagare solo quelli a cui sono andate le briciole di questo motore di iniquità?

Ma certo che dentro questa tema drammatico, dentro la manifestazione di domani,  ci sono anche elementi di ingenuità e persino di un rabbioso qualunquismo. Ma cosa dobbiamo fare? Come Fantozzi che si accuccia e dice “com’è buono lei” ? Eppoi alle volte l’ingenuità può essere più intelligente del cinismo o della razionalità improvvisata:  un anno e mezzo fa si poteva salvare la Grecia e con essa i suoi titoli che oggi sono fonte di crisi per molte banche francesi e tedesche. Ma mentre i greci sono stati lasciati al loro destino, le Bce è invece subito accorsa al capezzale degli istituti di credito coinvolti con fondi quasi doppi rispetto a quelli che sarebbero stati sufficienti per rimettere in piedi Atene.

E tollerabile che accada questo in Europa? E’ pensabile che le persone, che le classi più deboli, siano costrette a sacrifici senza una profonda riforma del sistema bancario e finanziario che ridia finalmente un ruolo adeguato al pubblico? Senza una diversa idea di società? Ecco le ragioni della rabbia che vanno esaminate nella loro radice e semmai discusse e confrontate. Tutto il resto è solo populismo di elite e snobismo di massa.