Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il peso della tassazione è elevato soprattutto sul lavoro. Nel 2010 la pressione è stata superiore in Italia di quasi 3 punti rispetto alla media degli altri paesi dell’area euro e di 5,5 punti a quella del Regno Unito. E poi è necessario combattere l’evasione fiscale come azione prioritaria, senza condoni. Ma per il capo ricerca economica di Bankitalia, Daniele Franco, in audizione alla commissione Finanze del Senato a proposito del disegno di legge delega sulla riforma fiscale e assistenziale la misura prioritaria da mettere in campo pare essere la “reintroduzione dell’abitazione principale fra gli immobili soggetti a imposta, in particolare l’Ici. Eh si l’esenzione dell’Ici “dalle abitazione principali costituisce nel confronto internazionale un’anomalia del nostro ordinamento tributario ed espone al rischio di trasferire una parte rilevante dell’onere dell’imposta su esercizi commerciali e studi professionali o sui proprietari di seconde case».

E’ grottesco più che paradossale che i testimoni e gli interpreti cinici del pensiero unico monetarista, i servi ubbidienti della finanziarizzazione rapace, che hanno giocato audacemente e spregiudicatamente con i nostri sogni di accedere alla lotteria dell’accumulazione, ma anche con le nostre sempre più esigue sicurezze, i guru senza scrupoli del neo liberismo dissipato e selvaggio, beh è grottesco che facciano a gara per impartire agli stati lezioni dottrinarie sulla salvezza morale delle economie del benessere, nelle quali ormai non c’è nulla né di buono né di equo grazie a loro.

D’altra parte non è una novità che gli esecutori dei disegni di un capitalismo sfrenato, dissolutivo e irreligioso per dirla con Keynes, vogliano distoglierci dall’eresia scandalizzata di chi vorrebbe equità, ripristino della sovranità dei diritti o ormai semplicemente qualche tutela di welfare eroso da una supposta necessità, per guidarci verso la idolatria delle transazioni e del profitto come sigillo di una grazia divina.

Ha ragione il Simplicissimus hanno dato fondo a ogni risorsa economica e naturale in una yubris ebbra e cieca, senza limiti e coscienza. E ora che non sanno come fronteggiare la loro stessa rovina impegnati a salvare i loro santuari, chiedono sacrifici a chi non ha più nulla da sacrificare. In nome di una morale senza umanità, quella che identifica il bene con la sopravvivenza del mercato. E richiamano a questo obbligo gli stati e la politica.

È proprio una ostinazione quella di banchieri e economisti. Il padre dell’economia moderna Adam Smith era professore di Filosofia Morale, la materia della scienza triste è stata considerata a lungo una specie di branca dell’etica. Fino a poco tempo fa a Cambridge l’economia era insegnata nell’ambito del corso di “scienza morale”. Ci vorrebbe Aristotele a rimettere le cose a posto: la vita dedita al mercato è qualcosa di contro natura. L’economia è immediatamente collegata al perseguimento della ricchezza. Mentre la politica deve stabilire cosa si deve fare e cosa evitare per raggiungere il bene umano. E così il fine dello stato è il vivere bene.
Ma ancora meglio viene Kauthilya nel suo Arthasastra, le istruzioni riguardo alla prosperità materiale, che colloca nei campi di conoscenza necessari all’uomo insieme alla metafisica la scienza della ricchezza che consisterebbe tra l’altro nell’equa riscossione delle imposte, nel controllo sulle appropriazioni indebite dei funzionari, nella costruzioni di case ospitali.

Ma dobbiamo annoverare tra le perdite che abbiamo subito in questi anni grazie alla privatizzazione della cosa pubblica, dell’interesse generale, delle istituzioni, della macchina della pubblica amministrazione e perfino di contenuti irrinunciabili della carta costituzionale, anche il senso comune, quello che impedisce di esagerare nell’oltraggio e nel vilipendio di regole elementari di rispetto dei bisogni e dei diritti. E della ragione. I signori della finanza, i loro “ingegneri” con ele loro comunità calde e le loro società fredde, quelli del governo, le elite dissipatrici e stupide, hanno paura, di un drago di stoffa come dei fantasmi della loro incapacità. Nel dibattersi nel gorgo del loro spavento vogliono trascinarci giù, rovina comune mezza salvezza. Io sto con chi lo cavalca quel drago, con chi pensa che l’Islanda può essere ovunque, se lo si vuole e che il bene passa attraverso l’essere uguali e liberi.