Anna Lombroso per il Simplicissimus

In uno dei miei incubi più inquietanti viene appiccato il fuoco a Palazzo Chigi, nei cui dintorni viene sorpreso ad aggirarsi nudo, Diliberto, ammesso che esista ancora. E Berlusconi ordina l’arresto di Bersani, la Finocchiaro, addirittura Rutelli e perfino Casini.
È che questi sono tempi bui e certe tentazioni sono palesi e c’è un folto gruppo che ha già mostrato una certa determinazione a cedervi, in modo più o meno cruento o morbido. Per mio conto do ragione a chi pensa che dire che un golpe autoritario possa essere morbido è come dire che il cancro è simpatico. Anche se effettuato da uno che aveva promesso di debellarlo, il cancro, mentre pare che l’operazioni gli riesca meglio con la democrazia.

Proprio per questo io raccomanderei più attenzione, anzi più vigilanza democratica, come si diceva una volta. Soprattutto da chi ha facoltà di esprimere opinioni per ora ancora libere, potenti e influenti.
Stamattina Ilvo Diamanti su Repubblica evidentemente incurante del fatto che in un’epoca di stravolgimento semantico bisognerebbe usare cautela nell’uso di parole e nel togliere il veto a certi tabù, mostra un certo nostalgico rimpianto per l’autorità. Principio, secondo il commentatore, indispensabile qualora si chiedano sacrifici, si cerchi consenso per ripristinare condizioni di ordine ancor più che di armonia sociale. E ingrediente indispensabile nell’esercizio del potere, che latita in Europa tanto che nessun governo sembra avere una autentica leadership nel tavolo comune così come all’interno del paese. In mancanza del quale, ci fa capire Diamanti, si è “costretti” a ricorrere all’autoritarismo, per non dire alla repressione come ha fatto Cameron, che ha accusato le famiglie, appunto, di non avere più la forza di esercitare l’autorità morale di dettare regole e comportamenti.

E certo là come qui non è facile dettare regole, far rispettare le leggi, mostrare la bellezza insita in valori morali e comportamenti virtuosi. Per farlo l’ingrediente principale è sempre stato l’esempio, come succedeva con alterni successi, in altre epoche non sempre più luminose. È che Diamanti come tutti è viziato dal deficit di moralità che caratterizza la nostra realtà e probabilmente lo preoccupa la mancanza più che della circolazione di certezze, politiche sociali democratiche, la latitanza di forze dirigenti o dirigiste, capaci di “persuadere”, aggregare consenso e mantenerlo, dettare e consolidare politiche in materia economica e sociale. Sarebbe a causa di “poteri senza autorità” che sono scoppiati formidabili fermenti nel Nord Africa e nel Medio Oriente. A causa di una crisi della politica che è crisi del potere e delle classi dirigenti.

Sono d’accordo, da noi in particolare non esiste una èlite, un’avanguardia in grado di riscattarsi e di contribuire a riscattarci, e, perché no? di darci il buon esempio. Ma io non credo che le rivoluzioni, perché tali sono, compiute o incompiute, in corso in tanti territori esclusi o marginali, geografie di tremende disuguaglianze, siano state suscitate dalla incapacità impotenza inazione di poteri senza autorità, ma di poteri senza diritti e poteri senza equità. Che per essere proprio molto semplicisti magari hanno esercitato potere e anche autorità ma non hanno sufficiente forza morale per esercitare autorevolezza, disinteressati a perseguire scopi collettivi, dare una prospettiva comune, nascere una speranza condivisa, far sognare lo stesso sogno di futuro. Una nozione laica e davvero “progressiva” di autorità là come da noi non può prescindere dalla legittimazione che viene dall’osservanza delle regole, dal ripristino di legalità e trasparenza, dal rispetto della volontà e sovranità popolare. Paradossalmente è come per la libertà, chi non la sa usare è meglio che ne stia lontano e in Italia l’attuale classe dirigente è meglio che nemmeno ci provi a prodursi nell’autorità, meglio che schiatti nei suoi pasticci sempre meno tollerati e sostenuti da quel che resta dell’opinione pubblica.

Sono troppo grossolanamente rappresentativi della preoccupazione marxista che l’autorità si configuri come il dominio oppressivo della società capitalistica sulla classe operaia o di quella di Weber quando parlava di una legittimazione della tradizione, che nel nostra caso rischia di essere quella padana. In un paese in cui governa l’aberrazione della democrazia degenerata in plutocrazia, il meno che ci può succedere e che anzi è già successo, è che l’autorità decada in autoritarismo.