Prima la manovra era di 40 miliardi, poi di 43, poi di 46, poi di 48 e adesso si vocifera di 68. Ma nonostante la continua crescita della somma necessaria al pareggio di bilancio e i sacrifici che si vogliono imporre ai ceti più deboli, i mercati non sembrano credere molto nella svolta virtuosa del governo e i nostri titoli scendono sempre più in basso.

La speculazione si dirà, ma questa è più una parola che qualcosa di concretamente definibile e d’altronde essa è strutturale al neo liberismo al quale gioiosamente anche se un po’ rozzamente, si è accodato l’establishment italiano ormai da 15 anni. Quindi di cosa ci stupiamo e facciamo finta di stupirci? Chi o cosa condanniamo?

In realtà chi ha seguito la vicenda greca verso la quale ci incamminiamo a grandi passi non solo sull’informazione italiana, ma anche su quella europea, si rende conto che anche in Italia sono presenti gli stessi ingredienti, che l’instabilità attuale è il risultato di errori commessi negli ultimi tre anni, con la regia Berlusconi-Tremonti. Già perché oltre agli errori e ai ritardi che l’Europa ha commesso con Atene, una lettura dei giornali tedeschi e francesi  ci restituisce un fattore di instabilità e di precarietà un po’ diverso rispetto alle spiegazioni standard che corrono.

Infatti qualunque sforzo il governo greco possa fare, qualunque sacrificio possa chiedere o imporre, si porta dietro una tara ultra trentennale, creatasi all’epoca dei colonnelli e poi trascinatasi fino ad oggi: una corruzione così diffusa e introiettata che genera l’impossibilità di far pagare le tasse e la fuga o il nascondimento dei capitali che dovrebbero pagarle. Questa è la principale causa di sfiducia dei mercati perché in queste condizioni anche una crescita economica, non creerebbe il presupposto per il pagamento del debito.

E veniamo a noi che come evasione fiscale siamo secondi soltanto alla Grecia e tra i primi nel mondo. Dal 2008 in poi  Silvio e Giulio per ottenere requie dalle inquietudini che il nostro debito pubblico suscitava in Europa, hanno marcato sempre più insistentemente sulla vastità della nostra economia sommersa, quindi su un pil reale non del tutto visibile nelle statistiche economiche. Questo era funzionale più che alla politica, all’immagine di Berlusconi, della Lega, dei rispettivi zoccoli duri e di una vasta platea di cittadini ancora presi e affatturati da semplicistiche parole d’ordine e grossolane attese.

Tuttavia se questo poteva indurre a chiudere un occhio sul rapporto debito/pil non poteva offrire nessuna garanzia  in merito alla riduzione del debito, dal momento che l’economia sommersa evade per definizione e sposta le risorse altrove. Questo è stato il primo errore di una navigazione a vista,  fatta più che altro di immagini e di slogan, con l’ossessione vanagloriosa del consenso.

Gli altri due errori, uno tattico e uno strategico, sono stati fatti pochi giorni fa con la manovra. Intanto il rinvio del grosso dei provvedimenti di due anni per evidenti necessità di tenuta elettorale della maggioranza, genera molte incertezze vista anche l’instabilità politica che è subentrata. Ma soprattutto l’ assenza di consistenti misure anti evasione, anzi lo stillicidio di strizzate d’occhio nei confronti dei controlli troppo onerosi, troppo occhiuti, troppi in ogni caso. E il quadro si è completato con la ventilata riforma fiscale che ridurrà le tasse soprattutto in alto: troppo poco per ridurre l’evasione, ma moltissimo per ridurre il gettito. Un provvedimento oltremodo iniquo che rischia di portare all’esaperazione i ceti popolari, già gravati da un welfare rachitico rispetto al modello europeo.

Il fatto è che se Tremonti, i suoi portavoce, il premier, tutta la banda ministeriale e l’ambiente confindustriale possono avere buon gioco a rendere verosimile questa manovra, i mercati hanno capito benissimo che dopo vent’anni di immobilismo una politica di risanamento seria o tout court una politica seria non verrà mai dal cavaliere o dai suoi adepti, segretari, delfini, prestanome. Sanno che anche in presenza di una crescita del Pil, il debito tenderà comunque a crescere se non si affronta davvero il problema della fedeltà fiscale. In maniera graduale e condivisa, ma inevitabile.

Insomma il Paese sta affondando nell’incertezza e nell’incubo per i veleni che il berlusconismo ha iniettato, per disuguaglianza,  per  bassi salari e anche per quella comoda teoria del “meno Stato” che è divenuto un articolo di fede, ma soprattutto un’alibi dei singoli per non onorare la propria cittadinanza e del potere per scardinare e dividere la società civile in un fasci sempre più sottili di egoismo.