Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da noi anche la morte è ad personam: il testo di legge in materia di fine vita che reca il titolo paradossale di testamento biologico ha il carattere esplicito di un provvedimento compiacente e al servizio di una parte politicamente prepotente ma eticamente debole. Se tutela – contro la volontà e la dignità della persona entrata in condizione di incoscienza e stendendo sulla sua volontà un oblio artificiale seppur “legale” – una sopravvivenza che ben poco ha a che fare con la vita.

Nel totale stravolgimento anche semantico di principi e valori civili, prodotto da questa maggioranza che vuol farci credere che i voti sostituiscano condivisone di pensiero e sovranità popolare, si sono affermate due espressioni assolutamente mistificatrici e inappropriate, fino a diventare due ossimori: temi eticamente sensibili e valori non negoziabili. Due definizioni legittime se significassero la presenza libera non solo tollerata di una molteplicità di punti di vista, se allargassero in confronto e favorissero il dialogo. Espressioni invece ambigue e prevaricatrici quando fanno intravedere un’etica cui tutti dovrebbero attenersi e decisamente pericolose quando attraverso esse si consolida la convinzione e la percezione che un particolare punto di vista poissa essere imposto a tutti con leggi che assumono un inevitabile carattere autoritario. E quando la non negoziabilità si pone come un limite non soltanto alla libertà di pensiero ma anche alla decisone parlamentare, mettendo in forse uno degli elementi costitutivi del sistema democratico.

Nella totale in-sensibilità del diritto di scelta e nell’irrisione di ogni principio di tutela della dignità, si è cancellata la legittimità di chiedere l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione forzata, ritenute non trattamenti terapeutici ma sostegni vitali. Si annienta la possibilità, ammessa dalla Cassazione, di ricostruire la volontà delle persone ridotte in stato vegetativo, come a cancellarne a posteriori il libero arbitrio.

Si c’è qualcosa di non negoziabile per loro. E’ l’iniquo principio di proprietà e possesso totale dei cittadini mediante l’affermazione arbitraria e illegittima dell’indisponibilità della vita.
E il loro affronto alla nostra libertà di scelta rappresenta l’ennesimo schiaffo alla Carta costituzionale a diritti ristabiliti dalla Corte Costituzionale che si è pronunciata senza dubbi sull’irrinunciabilità dei principi della autodeterminazione e della tutela della salute. La Costituzione ha già segnato in modo netto lo spazio del potere individuale nel governo della vita, la sovranità di ciascuno sul proprio corpo, la centralità del consenso informato, come affrancamento dal silenzio di fronte al potere del terapeuta, la possibilità di decidere di sé e su di sé.

Se questa prevaricazione autoritaria e lesiva della dignità viene esercitata in nome e per conto di una religione che pretende di diventare non solo ethos comune ma addirittura etica pubblica suscettibile di omologare valori e di ricomporre tramite norme imposte le differenti esperienze di vita, allora spetta l’obbligo ai credenti di rivendicare insieme al loro percorso confessionale, il riconoscimento del loro status di cittadini. Sottraendosi all’incarico che sarebbe loro imposto di sopraffare le regole del reciproco rispetto e la considerazione dei differenti convincimenti, per obbligare nell’ambito di una maggioranza morale rumorosissima all’ubbidienza a insindacabili opzioni morali, che pretendono di farsi valere anche come norme di valore giuridico.

Si abbiamo il diritto di pretendere dai credenti di questo paese di adottare un approccio laico, sottraendosi al ricatto di chi vuole esercitare un potere di proprietà sulle persuasioni, sui corpi e sui voti dei cittadini, sulla loro vita e la loro morte. Perché dovrebbe essere proprio dei cristiani, come dei democratici tutti, ammettere che i proprio criteri morali e di giudizio non debbano necessariamente coincidere, praticare accoglienza e comprensione, evitare la diffamazione e la condanna di chi la pensa difformemente. E non pretendere di rappresentare una maggioranza morale autorizzata a determinare l’etica pubblica.

La percezione della vita, l’emozione di fronte all’incomprensibile dell’universo, il senso del limite non sono prerogative del sentimento religioso. E non vorremmo che rispetto, compassione e comprensione fossero un monopolio dei laici. Vorremmo un universo concorde e armonioso, un pensiero libero che ci aiuti amorevolmente a illuminare le tenebre dei tabù e a sopportare il futuro.