Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se l’aria nuova che circola con capricciosa e festosa malizia dopo il voto sia soffiata soprattutto dalle donne, come qualcuno sostiene. Non sono una cultrice della trasmissione e propagazione di valori assoluti di genere, ma può darsi che sia legata alla maternità una più compiuta aspirazione al futuro. Quindi più che per rivendicazione di dignità ferita dalle pessime abitudine del premier, posso immaginare che siano state le politiche (chiamiamole impropriamente così) del lavoro, sociali, assistenziali, sanitarie, formative, della ricerca e dell’istruzione a agitare fermenti e ribellione nelle cittadine italiane.

Ma di una cosa sono sicura, che tra le donne che conosco con cui ragiono c’è una gran voglia di felicità. Non solo di sicurezza, non solo di benessere, non solo di garanzie, che certo sono attrezzature utili ad andarci vicino, ma di qualcosa di più vivo, una armonia, una canzone che ti canta dentro, una consapevolezza che stai attraversando una stagione o anche un momento perfetto. E che il futuro te ne regalerà altri e che non devi averne paura. Perché a volte la felicità è come la libertà, spaventa perché è delicata e non si sa come trattarla e c’è un così tremendo timore di perderla che è quasi preferibile non trattarla.

Come spesso succede in tempi disperati ed amari di felicità si parla molto, forse per questo. Si sta addirittura svolgendo un festival della felicità, che sospetto riesca appena appena a rasentare l’allegria.
Quando sento parlare di riforme costituzionali mi viene di pensare che mi piacerebbe che come nella Carta degli Stati Uniti, anche la nostra riconosca il diritto alla felicità, tacito e implicito nella Costituzione nata dalla resistenza e del quale questo governo infatti vuole espropriarci come della bellezza, del sapere, della partecipazione, della conoscenza, della libertà insomma del futuro.

È che aspirare alla felicità immaginando politiche e misure per conseguirla è un esercizio cui finiscono per dedicarsi solo i visionari: è più accessibile anche alla scienza triste occuparsi, sia pure con esiti incerti, del conseguimento del benessere, dell’abbondanza, del soddisfacimento di consumi più che di bisogni. Ma a chi non sono piaciute le fantasie della decrescita felice di Latouche o la poetica programmazione del sovrano del Buthan che aveva introdotto l’indice della felicità nazionale lorda. Che comunque non è stato il solo a pensare a un superamento del Pil oltre la pura contabilità, oltre il fatturato, per perseguire standard di benessere, equità, solidarietà che diano almeno l’illusione di sfiorare la felicità. In questo tentativo di rifondazione si sono impegnati Amartya Sen, Joseph Stiglitz, Daniel Kahneman (che economista non è), intenti a risolvere magari solo in teoria il problema posto da Marx, non misurare più correttamente le cose, ma cambiarle, con combinarle più diversamente ma dare un senso alla società.

Non occorre essere Hirschman per sapere che è impossibile la felicità personale nella pubblica infelicità, se alla soddisfazione per l’aria che tira nelle città corrisponde molta acqua che si chiude sopra centinaia di disperati nel nostro mare. Ma forse abbiamo cominciato anche a capire che quella felicità pubblica che ci avevano proposto come in una vendita televisiva, fatta di accumulazione, consumi dissipati, auto, telefonini, elettrodomestici, la stiamo pagando cara, con tristezza, diffidenza, preoccupazione, rancore nella tossica moneta corrente dell’indebitamento finanziario (ipoteche, subprime, rate, carte di credito revolving, prossimi stenti) e dell’indebitamento morale nei confronti delle generazioni che verranno, del nostro e del loro futuro.

Viviamo la minaccia del big crash, le Borse sono crollate, si sono riprese, nuove bolle si sono formate o si stanno formando, intere aree regionali sono investite da tempeste sociali, ma il peccato originale della mala, iniqua, disperante distribuzione della ricchezza è là come un incubo nel quale viviamo e vivremo e erode la fiducia umana nello sviluppo e forse anche nella felicità. Non hanno a cuore la nostra aspirazione alla felicità quelli che le fanno dare delle risposte dalle maiuscole di Tremonti: Famiglia, Identità,Autorità, Ordine, Responsabilità, Sobrietà, Federalismo. Tutti gli ingredienti di quella modernità regressiva che imprime ancora più pesantemente le disuguaglianze sulle forme sociali, allentando i legami e i patti anche quelli generazionali, raffreddando affetti, tepori e passioni anche quelle civili, allontanando le persone, alimentando diffidenza e sospetto, scavando trincee e alzando muri. Contro tutte le teorie sociologiche stavolta non si è verificato quel processo per il quale la felicità pubblica saturata dall’impegno nella vita attiva viene ciclicamente sostituito dalla felicità privata. No, la tendenza è stata quella del ripiegamento nel particolare, nel localistico, nel solipsismo, nell’isolamento, nella paura.

Si circola aria nuova e soffia in giro anche un gran vento collerico e adirato e questi impotenti potenti cominciano ad aver paura. È il momento per noi di non averne più, nemmeno della felicità, quella fatta del ragionare insieme, del costruire insieme, del cantare insieme canzoni di libertà, del salvaguardare insieme le straordinarie bellezze che possediamo, anche, ricordiamolo, di andare a votare insieme in una domenica di sole, per dire si a regole di civiltà, di rispetto dell’ambiente, della salute, della vita, dei beni che sono di tutti.