Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri quel khmer rosso del Presidente dell’Autorità per l’Energia ha ribadito che per garantire il futuro di un settore energetico sicuro dell’approvvigionamento e della sostenibilità, quindi incardinato sullo sviluppo delle rinnovabili, serve un quadro di stabilità, con incentivi certi e decrescenti nel tempo in modo da favorire le tecnologie più innovative e il pieno ingresso nel mercato. Mentre questo Governo, lo ha proprio detto, va nella direzione opposta finanziando i combustibili fossili, chiudendo impropriamente e inefficacemente la parentesi del vecchio nucleare per aprirne una già vecchia e indesiderata, distorcendo il sistema di incentivi con il carico di oneri impropri, come sta facendo con il quarto conto energia.

Intanto la sprezzante biondina al governo, non sappiamo se per contrastare il proselitismo dell’arcicaccia o per favorire l’imperio degli arciprepotenti e dello sprezzo delle regole – soprattutto quelle del buonsenso -, sfoderava una dissennata “indulgenza” , proponendo un provvedimento che dimezza la pena ai bracconieri che abbattono animali appartenenti a specie rare in via di estinzione. Che tanto se sono stati protetti anteriormente al governo che pensa che tutto si rinnovi magicamente a cominciare dai capelli del premier, vuol dire che ce ne sono abbastanza per fare felici i cacciatori di frodo che rischiano solo qualche mese di carcere convertibile in una semplice sanzione pecuniaria.

Il principio ispiratore è lo stesso. Tutte le potenze da anni fanno i conti con uno sviluppo senza equità che a forza di oltrepassare i limiti è diventato una crescita all’indietro nel segno di una modernità regressiva. L’uomo che si è illuso di raggiungere l’onnipotenza con l’accumulazione di beni, la dissipazione di risorse, l’uso tracotante della tecnica come nel mito di Prometeo nel binomio fatale tra yubris e nemesis è punito dalla devastazione dell’ambiente, l’insostenibilità, dagli squilibri distributivi di risorse e di potere, la globalizzazione, dal deterioramento delle relazioni e della coesione sociale, la privatizzazione, dalla dissipazione delle relazioni sociali, la finanziarizzazione. E su tutto l’impoverimento delle risorse etiche, la demoralizzazione.
Si la storia dell’umanità è come una di quelle conchiglie fatte come una spirale che gira intorno all’eterno conflitto tra profitto e bisogni tra ricchezza e povertà.

Ma per sopravvivere perfino il capitalismo che ha preso le forme della finanziarizzazione sta interrogandosi sui suoi limiti tutti riconducibili alle declinazioni dell’insostenibilità, quella fisica ed ecologica basata sulla finitezza delle risorse; quella sociale, frutto delle disuguaglianze e dai conflitti che ne derivano; quella finanziaria, che dipende dalla pretesa cieca e dissennata di accumulare ora risorse ancora inesistenti, anticipate da debiti accesi verso il futuro.

Invece questo è un governo che non si preoccupa del nostro futuro e nemmeno del suo fuorviato da una yubris forsennata che consuma tutto come in un rito pagano, un governo di rentier che pensa che i profitti devono essere messi in circolazione nei circuiti globali della speculazione e non reinvestiti anche a beneficio di chi alla realizzazione di quelle ricchezze ha partecipato, che ritiene che la cultura non si mangia dentro alla michetta, che è convinto che l’ambiente, all’infuori del panorama che si gode dalle sue finestre, possa essere manomesso, che il welfare sia un ottimo terreno per esercitare ricatti e affiliazioni, che la precarietà sia augurabile perché è più facile manovrare una cittadinanza insicura. Si tratta di individui che guardano alle emergenze e alla catastrofi come opportunità di business e forse cominceranno a interessarsi all’ambiente se le loro compagnie assicurative sapranno lucrare sul cambiamento climatico o altri disastri innaturali, prevedibili, previsti da molti ma invisibili a chi è ubriaco solo di accumulazione effimera.

Loro esaltano il vaticinio di Toynbee secondo il quale regna la dea del laissez faire, così che il caso diventa necessità. Per loro il caso va adoperato così diventa affarismo l’immigrazione di disperati, il terremoto, lo choc petrolifero, perché su questo si stringono opachi accordi affaristici, intese stipulate con una primordiale avidità animalesca. Ci espropriano dei beni pubblici che devono diventare roba loro, anche se non sanno che cosa farsene: acqua, risorse, ambiente, bellezza, cultura, informazione, scienza, le nostre esistenze, i nostri sogni in una bulimica ossessione che combina possesso e potere, uso e sopraffazione.

Per loro i limiti sono ostacoli da rimuovere, insieme a regole e leggi perché la nostra servitù è la loro libertà, la nostra debolezza è la loro potenza, la nostra paura è la loro arroganza. Ma noi non abbiamo più paura.