Siamo un Paese felice, nonostante tutto. Sì, sappiamo trarre il meglio dalla vita: ci ammaliano la mozzarella e i bucatini al dente, camminare sulla spiaggia quando è subito sera, leggere la lapide delle Termopili e incantarci a mettere le macchine in garage. Ah no, scusate, guardare Orione mentre mettiamo le macchine in garage, impareggiabile crasi di poesia e concreto possesso.

Le dieci cose per cui vale la pena vivere, la nuova enigmistica dell’anima lanciata da Saviano, è come quel gioco in cui bisogna unire i puntini per far apparire un’immagine, quella narcisa e domestica che ci rappresenta. E dunque uniamo il  banale, il retorico, lo snobistico, l’elitario, il bugiardo, la specialità della nonna, il romanzetto rosa, l’ipocrisia, la canzone del cuore, quella certa serata e troveremo alla fine del cammino il Mulino bianco. Cercando la letteratura, incontriamo la pubblicità.

Scorrendo le 6000 ricette di vita, arrivate a Repubblica per questo puzzle collettivo, sembra che non ci sia alcun problema, che si viva nelle isole felici del monaco Gaunilone, che non ci siano disoccupati, precari, maree di nuovi poveri e un Paese in declino, che non esista l’angoscia del futuro e l’ansia del presente, che l’indifferenza sia scomparsa, che l’etica e la democrazia non siano in gioco.

Per carità abbiamo tutti  momenti topici e piatti preferiti, abbiamo amori e ricordi, libri e musciche come una danza dentro la mente, non è questo che avvolge l’operazione in una patina di assoluto non senso. Ma dietro le piccole e grandi gioie di quelli che hanno scritto, s’intuiscono e vengono anzi citate, terrazze e comode case, famiglie senza troppi problemi, vacanze lontane, vite risolte, aspettative appagate. Non la ricchezza, certo,  ma la conchiglia di esistenze ormai garantite.

Chi vive invece questi anni di ferro come un vaso di coccio non ha voglia di rispondere ai quiz sulla felicità perché questo lo renderebbe ancora più incerto e triste. La felicità di milioni di persone non è confessabile all’interno di un gioco: è avere un lavoro, non essere sfruttato per un salario miserevole e magari anche in nero, non dover tutti i giorni temere la lettera di licenziamento, non subire il progressivo e amaro accartocciarsi dei sogni o la negazione del futuro. Altro che la mozzarella di bufala di Avetrana.

Si tratta di un’altro Paese che però non riesce a bucare lo schermo se non in rare occasioni, che non trova una vera rappresentanza politica, che è troppo bastonato e marginale per  ritagliarsi la propria felicità personale nella pubblica infelicità. Un’Italia, disorientata, angosciata, abbandonata in definitiva nelle mani della destra. Sbattuta tra una bufala e l’altra.