Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri sera un Giuliano Ferrara insolitamente composto , anzi flaccido come il lato B del suo padrone, ha presentato ufficialmente la sua candidatura al Ministero strategico di questo governo: quello della Paura.
In questo caso sull’onda dello tsunami, quello vero, ha sostituito i timori cari alla compagine governativa che ne ha fatto il caposaldo della sua azione, con la ben collaudata, testata, antica ma più che mai attuale minaccia dell’apocalisse.
Si la paura è il nostro zeitgeist che il governo confeziona in misure eccezionali, pacchetti legislativi e forme di coercizione tollerate anzi invocate da un elettorato all’origine integerrimo e ben accomodato in regole convenzioni e comportamenti socialmente e moralmente ineccepibili, ma che grazie a un confuso ma ben radicato timore diventa incline a tollerare prevaricazione e illegalità. È un’imitazione del senso comune anodina, asettica, algida e remissiva quella che circola tra la gente perbene, amante di una fittizia “tranquillità”, che nulla deve turbare né gli esodi biblici né il furto dell’autoradio e nemmeno la radioattività, tutti eventi che vengono visti come un’aggressione virulenta a piccoli privilegi conquistati o ereditati.
È il ceto più gradito alla Lega, forse ancor più che al Pdl, che negli anni ha costruito una farmacopea contro la paura fatta di polizia private, di quartieri e campanili chiusi inclusi e esclusivi, di emarginazione e regressione, intridendo ogni pensiero e ogni attività governo nazionale e non, dei contenuto spregevoli dell’egoismo, della privatezza individuale e di gruppo, di una cultura etnica e localistica. E di un isolamento solipistico perché immischiarsi, anche in materia nucleare, è rischioso ed è preferibile scegliere l’accidia e l’omissione, che si alimentano in un territorio elastico e adattabile, sfiorando l’universale egoismo e riposando in quella condivisa indifferenza che pare ormai un diffuso e seguitissimo precetto di vita che ispira quello sgretolarsi di valori, passioni, partecipazione, cultura, dignità, tanto caro al premier del ghe penso mi.
Ma non si creda che questo sia solo il costume della gente comune: ormai questa degenerazione della delega, della dismissione della responsabilità innerva i comportamenti della classe dirigente, spaventata di perdere privilegi, ricchezza, potere, influenza, soggetta alle regole dell’affiliazione, nella quale si riconoscono come virtù l’appartenenza , la fedeltà cieca, l’affidabilità, tutti egualmente legati da un vincolo di corruzione e dipendenza, regalie e intimidazioni, complicità e minacce.
E’ sempre la paura, anche quella di schierarsi , di rischiare la faccia, che fa parlare la maggioranza per bocca di scienziati “dipendenti”, di fisici bestiali diplomati per corrispondenza a Radio Elettra, a disinvolti nuclearisti di ritorno e a revisionisti di professione, pronti a gettare alle ortiche oltre alle convinzioni anche la dignità.

Lo sa bene l’aspirante ministro che, con la furbizia di chi ha in dotazione l’indole del prezzolato, ha voluto sdoganare la paura e la paura di averne. Invitando a nutrire questo sentimento come un senso fondamentale e prezioso. E che ne ha fatto uso, appunto con furbizia, per far capire che se non si conoscono interamente gli effetti di un rischio è meglio astenersi. A prima vista sembra aver ragione. Ma a ben guardare il suo non è un richiamo al doveroso principio di precauzione, mai troppo invocato ma poco applicato, bensì a una sorta di passiva inazione, la più gradita al regime.

Senza scomodare Platone, il coraggio è invece dote necessaria e auspicabile in chi esercita la politica e desiderabile anche tra chi vive nella polis. E se la paura è legittima e comprensibile di fronte a eventi estremi così come agli intoccabili tabù che poi sono sempre gli stessi da che mondo è mondo, malattie della mente e del corpo, morte, spetta a noi non accettarla supinamente come una ineluttabilità per fronteggiare l’inevitabile, ma soprattutto per prevenire e gestire con logica e razionalità l’evitabile.