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Ma glielo ha detto la mamma?

imagesQuarant’anni di craxismo da bere, berlusconismo cleptomane e ulivismo di sansa, intrecciati come il serpente a Laocoonte, nemici, ma indispensabili uno all’altro, indivisibili nel loro contrasto nel praticare politiche di ossequio al neoliberismo e ai suoi centri di comando, non potevano che avere un effetto deleterio. Si sono lasciati alle spalle un Paese disorientato e torbido, incapace di riconoscere le verità più evidenti e al tempo stesso di riconoscersi, preda ancor più di prima dei propri bassi istinti e dando credito alle bugie attraverso cui essi imitano la ragionevolezza. Ogni giorno se ne ha una manifestazione e anche oggi ne abbiamo la prova del nove leggendo le reazioni e le analisi intono alla visita del presidente cinese Xi Jinping. Sappiamo bene che la Cina è la protagonista del nuovo secolo, che in termini formali è la seconda potenza economica del pianeta, ma in termini reali di gran lunga la prima, sappiamo che non possiamo sottrarci ai rapporti con l’ex celeste impero anche a costo di dispiacere ai padroni americani perché ne va dell’esistenza stessa del Paese, ma le lobby atlantiche fanno comunque resistenza.

Ed ecco allora che i giornaloni, le teste d’uovo alla coque, gli analisti e  i commentatori a pie di lista che paiono sempre felici quando si tratta di prostituirsi a qualunque emiro tagliatore di teste ma di sicura fede occidentale, nani e ballerine dello zoo di Berlino, ci mettono in guardia contro Pechino quale replica “autoritaria” degli Usa. Ora è divertente vedere come questi valletti, che un tempo nemmeno tanto lontano sarebbero stati chiamati lacché, dicono questo proprio in ossequio ai comandi di Washington, il che già sarebbe una bella contraddizione etico – politica se questo fosse il piano del discorso. Certo non possiamo illuderci che questa triste platea comprenda quale differenza di cultura ci sia fra gli Usa e la Cina, non possiamo sperare che abbiano il coraggio di sottolinearlo qualora per miracolo ne abbiano un qualche sentore e men che meno possiamo confidare che escano dall’eterno formalismo con il quale nascondono l’autoritarismo che si afferma sempre più in occidente. Tuttavia ciò che sorprende, non è la riproposizione continua di stereotipi e di luoghi comuni, ma il fatto che la mamma non gli abbia spiegato a suo tempo che è molto più conveniente potersi giostrare fra due potenze che dover necessariamente ubbidire a una sola, senza potersi appoggiare a nulla, che questo consente spazi di manovra e di sovranità reale molto più ampi: è l’abc della storia se non anche della vita delle persone. Ma evidentemente Machiavelli, a parte non averlo letto, lo devono usare in bagno per funzioni pulitamente corrette perché è proprio impossibile non avvertire che  è proprio questo fattore che sta trasformando il mondo da uni a multipolare.

E’ fatica sprecata cercare di spiegare a chi sostiene con vigore tutti gli strumenti di dominio di Washington e Berlino che la strategia cinese è assolutamente diversa da quella dell’estremo occidente perché da almeno due millenni l’idea di conquista è estranea al sentire di questo immenso Paese, anche quando con l’avvento della dinastia mongola degli Yuan, avrebbe potuto sfruttare la propria demografia per conquistare l’intera eurasia o quando grazie a una flotta doppia rispetto a quelle di tutti Paesi occidentali e musulmani messi assieme non si dedicò alla conquiste oltre mare. Non è che i cinesi siano particolarmente di buon cuore, è solo un diverso modo di concepire i rapporti di interesse rispetto a noi che possiamo compendiare tutta la nostra storia attraverso gli imperi, quello romano, quello carolingio, il sacro romano impero, l’impero bizantino che negli ultimi trecento anni fu di fatto veneziano e genovese, quello spagnolo e portoghese, quello russo e infine a partire dal 1763 quello anglosassone, senza contare gli intrecci e i conati sub imperiali che fanno da contorno.

Naturalmente si tratta di una visione così generale da scadere nell’ovvio e nel banale, ma sta di fatto che la Cina non sta usando le proprie risorse per accrescere in maniera folle e disperata come gli Usa le proprie potenzialità militari, anche se ovviamente si è rafforzata molto nell’ultimo decennio, le interessa il dominio dei commerci, non quello degli stati, delle politiche e dei territori: proprio per questo sta dilangando lentamente, ma decisamente l’Africa, stanca di feroci colonizzatori e sfruttatori bianchi.  Ad ogni buon conto il nostro interesse non è certo quello di rifiutare senza contropartite gli investimenti cinesi e non lo è nemmeno quello dell’Europa che oggi costituisce l’ago della bilancia tra il blocco euroasiatico e quello nord americano: benché da cinque generazioni siamo indottrinati diversamente, senza l’Europa, senza il tronco originario, gli Usa non sarebbero in grado di competere in nulla e finirebbero per naufragare nella loro stessa prepotenza. Quelle neghittose testoline interne ed europee che ci suggeriscono il contrario non sono contro l’autoritarismo, ne sono invece il triste risultato.


Per un pugno di dollari

81-ImfdCBOL._SY445_Difficile comprendere il magma che attraversa il mondo: difficile capire perché un occidente ormai del tutto impazzito metta in piedi la vicenda Skrypal, palesemente inventata e talmente bugiarda che ora i protagonisti si rifiutano di portarne prove, per rinfocolare la guerra semifredda alla Russia o quale senso abbiano i dazi imposti da Trump alla Cina e a tutti quanti per quanto riguarda acciaio e alluminio, oppure la ripresa delle ostilità contro l’Iran, ben sapendo che dopo gli accordi sul nucleare Germania e Francia hanno siglato patti commerciali per miliardi euro con Teheran. Certo una spiegazione razionale o plausibile può essere trovata per ognuna di queste vicende, ma si fa fatica a vederne il senso di insieme, la strategia che ci sta sotto: diciamo che gruppi di potere diversi, ma sempre concentrati sull’ex Washington consensus seguono ormai proprie vie di azione e magari una certa parte dell’elite cerca di creare tensioni tali da sabotare quelle dell’altra. Sembrerebbe abbastanza  chiaro che il cosiddetto populismo di Trump vada contro gli interessi dei centri dell’economia finanziaria la quale risponde creando tensioni destinate nei suoi deliri a rallentare il protezionismo presidenziale anche a costo di un conflitto.

Si tratta ovviamente solo di ipotesi, del tentativo di capirci qualcosa, ma quando parliamo di America First dobbiamo per prima cosa capire il punto fondamentale su cui si regge la nuova parola d’ordine imperiale, visto che ogni mossa può avere vantaggi e svantaggi non prevedibili nel medio e lungo periodo e comunque non decisivi riguardo alla conservazione del primato. Ma basta dare un’occhiata ai tempi per mettere in ordine le cose e renderle più chiare: le campagne anti russe, sia per quanto riguarda il Goutha che l’attentato casalingo della signora May si sono intensificate, ma mano che appariva sempre più chiaro il rafforzamento di Putin all’interno della Russia, mentre i dazi sono comparsi dopo nemmeno un mese dal rimpasto di Xi Jinping e l’ascesa alla testa della banca centrale cinese di Yi Gang, uno dei maggiori strateghi della crescita del mercato interno e dell’internazionalizzazione dello yuan. Infatti quasi in contemporanea con la sua ascesa è diventata operativa la Borsa merci del petrolio di Shanghai, in cui si scambia greggio russo in yuan garantiti in oro e in cui cominciano a comparire partite di idrocarburi iraniani.  Qui si concentra tutto: quello che vengono considerati i maggiori nemici e competitori degli Usa non solo si stanno aggregando, ma lanciano una chiarissima sfida al dollaro come moneta fondamentale di scambio planetario. Per contrappasso è stato proprio l’oro nero a rendere il dollaro la divisa centrale delle risorse energetiche, una posizione de facto divenuta poi ufficiale e obbligatoria dopo la guerra, difesa a spada tratta dalle armi e dal potere. Gli Usa con un dollaro nazionale e non più globale diventerebbero immediatamente un Paese normale perdendo l’eccezionalità presuntuosa e tracotante: salterebbero così le rendite di posizione e con esse i rapporti e i bilanciamenti di un potere elitario creatosi nel corso di un secolo e mezzo, ma giunto in un certo senso al capolinea nel momento in cui la ricchezza così accumulata finisce nelle mani di pochissimi, non garantendo più come una volta quel surplus in grado di garantire la pace sociale e un possibile accesso al sogno americano.

Dunque il dollaro è la questione vitale e probabilmente le difficoltà daziarie poste alla Cina più che una prima applicazione delle promesse di Trump sono una sorta di avviso e di vendetta per aver osato bestemmiare il dollaro. Una situazione ancor più pericolosa dal momento che le sconsiderate mosse americane degli ultimi dieci anni hanno portato a un riavvicinamento della Cina alla Russia, ovvero al Paese con le maggiori riserve planetarie di petrolio e gas. Di qui una continua e  ossessiva escalation della russobobia, alimentata in mancanza di meglio con mosse così grottesche da finire in ridicolo: si spera forse con le minacce e le pressioni di separare un blocco che si è creato grazie alle indebite pressioni e alle minacce. La mancanza di lucidità in questo disegno rappresenta al meglio il declino delle elites occidentali. la loro scarsissima capacità strategica e l’aggio di fiducia che fanno sull’informazione per tenersi strette le loro opinioni pubbliche e sulla forza militare per impaurire: il peggio arriva è quando la cosa non funziona o funziona male lasciando allo scoperto violenza e la rabbia.


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